La paura di cambiare affossa l'Agenda

Il commento

Che hanno in comune una super multa a un supermercato che si è fatto una lan, il Tar che blocca le lezioni in inglese al Politecnico di Milano e la rivolta dei tassisti contro Uber? La stessa atavica tara nazionale che causa ogni guaio all'innovazione. Che il governo liberi ora le energie represse da una cultura stantia

di Alfonso Fuggetta, Cefriel-Politecnico di Milano

In questi mesi parliamo sempre di innovazione, di agenda digitale, di banda larga, di tecnologie e di quello che deve essere fatto per far sì che le tante aspettative legate a questi temi si possano concretizzare, aiutando così il paese ad uscire dalle secche nelle quali si trova. Tante sono le parole, le promesse e le ricette, ma si ha sempre la sensazione di restare bloccati nel mezzo di un guado, incapaci di trovare la chiave che metta in moto l’auto e renda possibile l’inizio del viaggio.

Tanti sono i motivi e le cause di questa situazione: la scarsità di risorse, la mancanza di governance e visione, l’incompetenza e la scarsa conoscenza della materia da parte di quelli che dovrebbero guidare e sostenere questo processo. Ne abbiamo scritto e parlato in tanti, moltissime volte. Sono innumerevoli gli articoli che affrontano la questione. Perché non ne usciamo?

Credo che al fondo dei problemi ci sia una assoluta, atavica, innata e insopprimibile incapacità di cambiare. È una incapacità che caratterizza e affligge molti dei nostri settori economici e sociali, e che si manifesta spesso sotto una duplice veste: da un lato la rivendicazione di poter continuare a esercitare mestieri e attività secondo i modelli e canoni ai quali si è da sempre abituati; dall’altro, la richiesta continua e incessante di tutele e incentivi che garantiscano lo “status quo” e che permettano quindi il mantenimento di quelle posizioni che si sono raggiunte e che nessuno deve mettere in discussione, anche quando si rivelano antieconomiche, contrarie ai consumatori e alla concorrenza, e quindi all’innovazione.

Provo a fare alcuni esempi forse piccoli, ma credo significativi.

  1. Stefano Quintarelli su Twitter segnala che un piccolo supermercato è stato multato per 30.000€ (150.000€ se non paga entro 30gg.) per aver collegato la LAN ad una ADSL senza utilizzare un installatore. Esisterebbe infatti una norma che rende obbligatorio l’utilizzo di un “installatore autorizzato”. In poche parole, si può andare al supermercato e comprare un modem, ma non lo si può installare se non chiamando un installatore autorizzato.  
  2. Il Politecnico di Milano voleva offrire in inglese tutte le lauree specialistiche a partire dal 2014. Al di là di valutazioni di merito e di carattere culturale sulle quali è legittimo avere opinioni differenti, al momento la cosa è stata bloccata perché alcuni colleghi hanno fatto ricorso al TAR che ha dato loro ragione. Siamo quindi di fronte ad un organo amministrativo che ha preso decisioni sulla natura della didattica e delle attività tecnico-scientifiche di una struttura accademica, alla quale peraltro la legge garantisce autonomia nella costruzione ed erogazione dei propri percorsi formativi.
  3. I tassisti di Milano e Roma sono in rivolta contro Uber, una applicazione che permette di chiamare una macchina con conducente anche se non ha la licenza di taxi. Il servizio è particolarmente apprezzato dagli utenti perché ha un costo forse leggermente superiore a quello dei taxi, ma garantisce automobili nuove e di qualità, un servizio ineccepibile e facilità di pagamento. Per bloccare Uber, tassisti (e comuni) stanno sollevando questioni quali l’obbligo di predeterminare il costo della corsa o quello di attendere necessariamente la chiamata del cliente all’interno dell’autorimessa. In altre parole, nell’epoca di Internet e degli smartphone, un autista dovrebbe dopo ogni corsa tornare alla propria autorimessa per ricevere in quella sede la nuova richiesta e non potrebbe offrire corse il cui valore sia calcolato in base al percorso richiesto/effettuato, ma solo predeterminandolo in modo sostanzialmente fisso. 

Sono tre esempi molto diversi anche se caratterizzati dagli stessi problemi: l’assoluta chiusura rispetto a tutto ciò che metta in discussione lo status quo, che obblighi a cambiare un segmento di mercato, che ridiscuta assetti e prassi consolidate da anni. In tutti questi casi, le situazioni si sono incancrenite anche e soprattutto perché la politica invece di cercare di rimuovere i blocchi e gli ostacoli che impediscono il cambiamento, ha preferito ricercare aggiustamenti e compromessi per tutelare e accontentare questa o quella categoria e conquistare così i voti e il sostegno di questa o quella lobby. Dicendo che serve un installatore specializzato si garantisce un mercato a tante piccole aziende e artigiani, anche se questo blocca il mercato in modo paradossale e anacronistico. Dicendo che certi servizi di trasporto possono essere svolti solo dai taxi, si tutelano i tassisti che hanno spesso cifre folli per acquisire la licenza, ma si blocca l’innovazione nel settore del trasporto locale e per di più si continua a tollerare il mercato delle licenze che andrebbe invece chiuso una volta per tutte, garantendo i diritti e gli investimenti dei singoli operatori, ma bloccando definitivamente una situazione ormai divenuta intollerabile. Dicendo che i corsi universitari devono primariamente essere in Italiano, si limitano le possibilità di sviluppo degli atenei più attivi, garantendo nella sostanza i settori più conservatori dell’accademia italiana.

È questo il problema del nostro paese: la paura o l’avversione al cambiamento; il desiderio di mantenere lo status quo, i privilegi, le rendite di posizione; la caparbia cecità di chi pur di non cambiare vuole mantenere professioni, mestieri e attività economiche anacronistiche o ormai superate dal corso degli eventi.

Nel contempo, si immaginano leggi per controllare le tecnologie e i servizi di Internet (rendendone più difficile la fruizione), per tassare ciò che non ha senso tassare o per “autorizzare” ciò che non ha senso autorizzare. È una fioritura quotidiana di proposte estemporanee e a volte comiche che, oltre che essere un ostacolo all’innovazione, sono nella maggior parte dei casi irrealizzabili o anacronistiche, dettate da una cronica ignoranza della materia e delle dinamiche in corso a livello internazionale.

Credo che il compito di una classe dirigente illuminata (politici, associazioni di imprese, sindacati, …) dovrebbe invece essere quella di mettere in campo quelle azioni che eliminino alla radice tutti i blocchi all’innovazione, liberando nuove energie e capacità imprenditoriali. Certamente, si tratta di un passaggio che va fatto in modo intelligente, trovando soluzioni per problemi certamente complessi e per le “legacy” come i cospicui investimenti in licenze fatte da molti tassisti. Ma se non andassimo al fondo delle questioni, se ci accontentassimo solo di scorciatoie o peggio di piccole toppe per accontentare questo o quel gruppo di pressione, allora non ci saranno agenzie dell’innovazione, ministeri o comitati di saggi che tengano: il paese resterà prigioniero dei suoi vizi, dei suoi limiti, delle sua ataviche paure, dei retaggi di un passato che, lungi dal tutelare la nostra tradizione e la nostra cultura, ci condannerebbero ad un progressivo, inarrestabile e drammatico declino. È questo quello che vogliamo?

04 Giugno 2013

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