I tanti bug del Processo civile telematico

Il punto

Si sta diffondendo, ma ancora a macchia di leopardo. Il servizio continua a interrompersi. Scarseggiano fondi e personale per la digitalizzazione. Ecco lo stato dell'arte e i problemi da superare per la prima rivoluzione della Giustizia

di Enrico Consolandi, magistrato, Tribunale di Milano

I dati comunicati dal Ministro il 1 agosto  confermano quel che già si sapeva: la procedura telematica consente risparmi di tempo sui decreti ingiuntivi (da 32 a 13 giorni) e di danaro nelle comunicazioni (qualche milione al mese), come emergeva dalle sperimentazioni fatte in anni nei quali in molti Tribunale, sin dal 2009 ed anche prima, si utilizzavano decreti ingiuntivi e biglietti di cancelleria telematici.

Il punto è che in Italia il processo telematico era – e in misura minore è – praticato a “pelle di leopardo”: ciascun Tribunale, ciascuna Corte, aveva differenti approcci al telematico. Dal primo luglio per i decreti ingiuntivi si dovrebbe invece avere una sola procedura, solo telematica in tutta Italia. Il condizionale è d’obbligo perché le resistenze locali sono ancora tante, essendovi prassi differenti per le procedure in essere e per la fase della esecutività. In particolare questa ultima appare ancora poco usata perché prima del 30 giugno è stata poco utilizzata e vi sono quindi  carenze di formazione. Sicuramente però il leopardo oggi ha qualche macchia in meno, grazie anche ad un lavoro intenso di espansione del telematico svolto negli ultimi due anni, nonostante rilevanti tagli di bilancio.

I dati parlano di una netta crescita di utilizzo del telematico da parte di avvocati e giudici, misurata nel luglio 2014  rispetto ad un anno prima; in realtà questo non è  l’effetto della obbligatorietà, in realtà slittata per molti fascicoli pendenti al 1.1.2015. Difatti con il d.l. 90 del 2014 la obbligatorietà delle memorie telematiche endoprocessuali è slittata per i fascicoli pendenti al 30 giugno – quasi tutti in realtà. Ciò è stato opportuno a fronte deella preparazione ancora incompleta di molti Tribunali, della scarsità della formazione impartita in certi luoghi, dei ritardi nella messa a punto di alcuni moduli degli applicativi.

In effetti aumenti di dimensioni vicine a quelli oggi registrati si erano verificati in realtà anche nel 2013 rispetto al 2012, nei Tribunali ove il processo telematico aveva avuto diffusione, a riprova che anche senza la obbligatorietà il telematico cresce e trova terreno fertile, ma non dappertutto, in talune realtà locali ha bisogno di spinte normative in grado di vincere la tradizionale reazione al cambiamento della P.A. in genere ed anche degli uffici giudiziari.

La vera sfida dunque non è tanto l’aumento assoluto dell’utilizzo, ma la estensione territoriale, il fatto che il processo telematico divenga dappertutto strada processuale conosciuta e praticata, sicura ed affidabile. Sotto questo profilo la formazione è stata anch’essa “a pelle di leopardo” e discontinua: al Sud si è avuto nell’inizio anno, finanziato con fondi europei, il c.d. “progetto GOL (giustizia on line)”,  mentre al Nord i primi mesi dell’anno hanno visto la carenza assoluta di formazione; per converso oggi i fondi del progetto GOL sono esauriti e manca la formazione al Sud, mentre al Nord questa  è partita, pagata dal Ministero. Si risente molto in ciò della disponibilità concreta di fondi e di una certa vischiosità burocratica, che consente di avere le risorse per stipulare i contratti con i formatori solo verso maggio/giugno: senza fondi straordinari i primi sei mesi dell’anno vanno così perduti.

La Scuola della Magistratura ha fatto alcuni corsi, per un paio di centinaia di giudici, articolati su due/tre giorni, ma il processo telematico non si impara con corsi intensivi, ma con la prassi quotidiana, assistita da continua disponibilità di formatori per i problemi che man mano si presentano. Gli applicativi sono   in continua evoluzione, per cui un corso di due giorni fatto anche un anno sì e un anno no lascia il buio sulle evoluzioni, giustamente frequenti, intervenute medio tempore.

La formazione è dunque uno degli elementi di disparità e per far fronte a questa esigenza occorre mutare radicalmente l’approccio, garantendo agli uffici la disponibilità permanente  di informazioni e istruzioni, con formatori professionali che conoscano diritto e informatica e magari sanzionando chi non vi ricorre.

Un sistema informativo complesso non si costruisce senza garantire agli utenti una capillare, professionale e continua possibilità di formazione e spiegazione del funzionamento del sistema stesso.

Il vero passaggio alle nuove tecnologie non avviene quando qualche pioniere inizia ad utilizzarle e nemmeno quando vi è una massa crescente di utilizzatori , ma quando gli operatori che non le utilizzano sono solo sporadici casi recessivi.

 Se è vero, dunque, che l’utilizzo è in crescita, che risparmi  e miglioramenti vi sono, gli indicatori oggi più utili non sono questi o meglio, non solo questi, ma anche il controllo della estensione territoriale della prassi, la individuazione dei casi critici, degli errori e delle cause.

Sotto questo profilo desta preoccupazione il ricorrente interrompersi del servizio alla utenza visibile anche dal solo consultare il sito del Ministero della Giustizia, al portale dei servizi telematici, che registra una interruzione avvenuta il giorno 11 luglio; sembrerebbe un caso sporadico, ma in realtà i giorni di interruzione sono molti di più e la prassi degli avvocati conosce molte interruzioni che restano inspiegate e non ammesse e non documentate, ad iniziare da quelle mensili per manutenzione dei sistemi, che non hanno una organizzazione che consenta gli interventi in orari notturni o festivi. La prassi conosce molti altri casi di interruzione, fra cui problemi di condizionamento delle sale server, caduta di alberi e scavi che tranciano cavi, fulmini che scaricano sulla sala server, server di posta che non riconoscono gli indirizzi, o che addirittura “bannano”  le richieste di verifica della firma digitale proveniente dal sistema giustizia ritenendole attacco informatico perché troppo numerose. Questi purtroppo non restano censiti, ostacolando la verifica dei mancati funzionamenti  che spesso serve per giustificare ritardi negli adempimenti.

Trattandosi di un sistema giovane sono poi elevate le necessità di correzione; la complessità del sistema e la relativa fragilità delle reti italiane aggiungono le disfunzioni di sistemi esterni a Giustizia a quelle di una organizzazione che risente pesantemente dei tagli degli ultimi anni.

In un recente articolo del Corriere, infatti, Luigi Ferrarella mette in luce come l’informatica del Ministero della Giustizia - che copre anche le carceri, oltre a tutti gli uffici giudiziari d’Italia -  goda oggi di un budget di poco inferiore a ciò che spende il solo Comune di Roma; inoltre i 79,5 milioni di euro stanziati per il 2014 sono molto inferiori ai 92 stanziati e spesi nel 2013, ai 100 del 2012 e ai 124 del 2011 ed ancora di più ai 200 del 2001. Se lo stanziamento del 2001 era forse esagerato, perché allora la informatica nel ministero della Giustizia era agli albori, quello striminzito di oggi è di severo ostacolo a quei progressi su cui punta il governo e in cui molti sperano per migliorare l’efficienza del sistema giudiziario civile italiano.

Soprattutto a preoccupare è la perdita del capitale umano costituito dai tecnici del Ministero che, ormai di media anzianotti per il blocco più che decennale delle assunzioni, cercano oggi possibilità alternative per lo più in altre amministrazioni; il Ministero della Giustizia paga meno di altri enti pubblici, non offre possibilità di carriera, poiché i posti dirigenziali sono riservati a personale munito di laurea in legge anche per l’informatica, e sottopone a superlavoro per seguire sistemi sempre più complessi  con meno personale (ogni pensionamento o trasferimento  si fa sentire, su  circa 300 componenti il ruolo tecnico  del Ministero) e meno fondi.

Sotto questo profilo va notato che una norma di finanziamento, prevista dal d.l. 179/2012 (art. 16 quinquies c.2) che indicava i fondi per il funzionamento del PCT nelle sanzioni per i difensori che non indicassero il corretto indirizzo mail nei loro  atti, è destinata a venir meno per la abrogazione dell’obbligo di indicazione, a seguito delle modifiche introdotte dal d.l. 90/2014 all’art. 125 cpc, abolendo tale obbligo (art. 45 bis d.l. 90/2014).

Il personale e i finanziamenti sono il vero problema del PCT odierno, unitamente alla qualità e rapidità della spesa, problema per vero comune alla P.A. italiana;  i dati raccolti nei server del Ministero della Giustizia hanno oggi milioni di accessi giornalieri , segno evidente della loro utilità, ma gli errori sono ancora tanti, atteso che in certi settori in Lombardia i rifiuti ad opera del personale di Cancelleria sono ancora dell’ordine percentuale del 5/6 %, con punte superiori al 10, il che significa che un atto su 10 è destinato ad essere rifiutato, resta  inutile e crea dunque problemi di gestione.

Oggi occorre lavorare più che altro sulla qualità del dato, sulla efficienza del sistema, sulla sua semplificazione, che significa anche affidabilità; uno sviluppo necessario  che non può non essere condizionato dalla disponibilità di fondi e personale, sempre più carenti.

23 Settembre 2014

TAG: giustizia, consolandi, pct