Sanità digitale a un bivio: è il momento di un piano strategico nazionale

il quadro

Cresce in misura esponenziale la domanda di servizi di eHealth, mentre il Governo pensa di destinarvi solo spiccioli- 750 milioni di euro- già tutti spesi. Eppure i privati sarebbero disposti a coinvestire nei progetti. A patto che ci sia un piano unitario dove farlo

di Paolo Colli Franzone, Osservatorio Netics

L'AgID ha diffuso l'estratto dal piano "Crescita Digitale" relativo alla Sanità, sintetizzando le linee prioritarie di intervento per il periodo 2015-2017.
Fascicolo Sanitario Elettronico, e-prescription, referti e pagamenti online, centri unici di prenotazione.

Più o meno contemporaneamente, sempre da "Crescita Digitale" arriva il dettaglio del fabbisogno finanziario: scopriamo così che nei sei anni a partire dal 2015 e fino al 2020 sono complessivamente disponibili 750 milioni per la sanità digitale. Poco più di 120 milioni l'anno. Meno del 10% della spesa IT attuale in Sanità.
Peraltro, si tratta prevalentemente (600 milioni) di fondi regionali a valere sulla programmazione comunitaria 2014-2020. La maggior parte dei quali già più o meno rigidamente allocata e indirizzata verso lo sviluppo del Fascicolo e dei sistemi di e-prescription.
Spiccioli, poco più che spiccioli.

Nel frattempo, cresce in maniera vertiginosa la domanda di servizi di e-Health in tutto il mondo, Italia compresa. E si sviluppa un'offerta interessantissima, fatta prevalentemente di App e di servizi rivolti direttamente al cittadino/assistito/paziente. Un'offerta realizzata da soggetti privati, che in qualche misura si sostituiscono a un SSN fortemente inadempiente sotto il profilo dell'innovazione.
In attesa di conoscere i dettagli del "Patto di Sanità Digitale", fortemente voluto dal Ministro Beatrice Lorenzin ma ancora fermo in attesa di essere condiviso e approvato in Conferenza Stato-Regioni, e di capire se davvero si potrà avviare un piano straordinario di sanità digitale così come annunciato a Digital Venice ormai quasi cinque mesi fa, l'offerta obbedisce alle regole del mercato e si dà da fare.

Laddove il pubblico (MEF, Ministero Salute, AgID, Regioni) si concentra su Fascicoli e cartelle cliniche di reparto (ma non dovevamo fare l'integrazione ospedale-territorio?), il privato dimostra ancora una volta di essere decisamente più veloce nell'intercettare i trend e i nuovi bisogni e sviluppa servizi a supporto dei PDTA (percorsi diagnostici, terapeutici e assistenziali) e della telemedicina nelle sue numerose "variazioni sul tema" (teleconsulto, telemonitoraggio, teleassistenza, telecompagnia, eccetera). Sviluppa Apps, laddove moltissimi dei progetti regionali di FSE sono ancora irrimediabilmente ancorati a un mondo basato sul Web e sul personal computer.
Praticamente nessun ospedale pubblico, per fare un ulteriore esempio sull'arretratezza complessiva del SSN, consente al proprio personale medico e paramedico di utilizzare devices personali (tablet e smartphone), contribuendo involontariamente alla proliferazione di quel fenomeno conosciuto come "Shadow IT": nascono veri e propri sistemi informativi "paralleli e quasi clandestini", reti spontanee partecipate da medici e infermieri che "si arrangiano" in assenza di regole.
Questi "sistemi clandestini", piuttosto diffusi in alcuni grandi aziende ospedaliere di eccellenza (dove la professionalità del personale e i network sovraziendali e - a volte - sovranazionali superano di gran lunga la media), rischiano di diventare un problema piuttosto serio per il SSN. Soprattutto, rischiano di far fallire iniziative "ufficiali" di gestione dell'emergenza/pronto soccorso, telemedicina o di supporto alla diagnosi, i tre ambiti principali dove si è già decisamente diffuso lo "Shadow IT".

E veniamo al bivio: è giunto il momento che il Ministero della Salute e l'AgID definiscano un piano strategico per la sanità digitale, condividendolo con le Regioni ma anche con tutti gli altri stakeholder.
750 milioni sono pochissimi, e - come già detto - sono già praticamente tutti "spesi".
I fondi sono l'ultimo dei problemi: a fronte di un piano concreto e fortemente centrato sulla revisione/razionalizzazione dei processi prima ancora che sulle tecnologie (e dove i risparmi possibili non vengono "tirati a indovinare", aggiungerei), i vendor e i service provider sono seriamente interessati a coinvestire. E il famoso traguardo dei 3,5 - 4 miliardi di investimenti in IT annunciati a Digital Venice può essere raggiunto. Specialmente se si sa dove andare a cercarli, i soldi necessari. E se il piano risulterà convincente.
Servono professionalità, cervelli, modelli concreti. E capacità di leggere tra le righe la domanda di e-health e la sua evoluzione.

L'alternativa è un SSN "vecchio", incapace di reggere una concorrenza che inevitabilmente prenderà piede. Con tanti saluti per la sostenibilità, l'equità e l'universalità del servizio sanitario nazionale.

25 Novembre 2014

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