Ma il Governo mette pochi soldi sul piatto digitale

La critica

Sì, c'è tanta nuova sensibilità all'Agenda, ma se vediamo ai fatti le risorse restano scarse. Per gli attesissimi 35 miliardi europei servono capacità progettuale ma anche investimenti complementari da parte dell'Italia. Che aspettiamo?

di Cristoforo Morandini, Between

Grandi complimenti al Presidente del Consiglio Letta per la sensibilità dimostrata per il tema dell’Agenda Digitale, vera e propria “riforma dello Stato”. Altrettante lodi per l’impegno preso di fronte al Commissario europeo Kroes in visita in Italia per “alzare i toni”, se del caso, a favore di un impegno tangibile per rafforzare le iniziative a favore dell’Agenda Digitale europea e del mercato unico del digitale.

Nella pratica però cosa succede? Le vere priorità rimangono apparentemente altre e le risorse, scarse, vengono indirizzate verso i rivoli più tradizionali, a tamponamento di situazioni ritenute evidentemente improcastinabili. Nel frattempo, un manipolo di esperti benefattori (part time e non remunerati) tenta di creare le condizioni per l’innesco della rivoluzione digitale del Paese definendo tre azioni prioritarie attorno alle quali coagulare le forze (un po’ meno le risorse).

Risparmiare senza investire? Anche i Ministri sanno ormai che l’accelerazione dell’innovazione digitale può portare importanti risparmi (i benefici paventati superano ormai il valore di una robusta manovra finanziaria), sia diretti che indiretti, per la pesante macchina burocratica italica. Sfortunatamente però, nessuno associa risparmio a investimenti, come se il pensiero fosse sufficiente alla concretizzazione dei benefici. E’ velleitario pensare che il risparmio venga generato dalla semplice sostituzione della spesa corrente e diventa ormai inderogabile trovare la strada per autorizzare nuovi investimenti finalizzati all’ottenimento di benefici tangibili. E’ forse giunto il momento di fare un po’ di finanza “creativa” (nel senso buono, ovviamente…) per definire modelli percorribili di project financing e di trovare qualche eccezione alla spending review.

Aspettando l’Europa. Per i fondi aspettiamo sempre la ricca dotazione europea, che puntualmente riusciremo ad utilizzare solo in minima parte. In particolare, la torta è quella dei 35 miliardi di fondi strutturali europei, il cui utilizzo richiede non solo capacità progettuale, ma anche investimenti complementari ed integrativi, nella direzione di un vero e proprio piano per il digitale.

Tutta la banda che vuoi. Venendo al tema ampiamente dibattuto delle infrastrutture a banda larga e ultra larga, il premier ha annunciato che il 10% dei fondi strutturali europei verrà destinato alla banda larga (intendeva, auspicabilmente, quella “ultra larga”). Il piano nazionale banda larga è in dirittura d’arrivo, mentre oggi è tempo di lanciare una sfida più ambiziosa per gli obiettivi di fine decennio che ci impone l’Europa. I primi bandi (nel Mezzogiorno) sono già stati pubblicati, ma siamo in attesa di capire innanzitutto se il modello proposto è percorribile, per poi reperire nuove risorse. A differenza del passato, in questo caso la politica dei fondi a pioggia in direzione di micro interventi non è percorribile e servono “lotti” di intervento molto più importanti, al fine di consentire di fare massa critica e stimolare l’innesco di un nuovo mercato.

Nel frattempo non dimentichiamoci che Neelie Kroes ha annunciato di considerare il problema del digital divide infrastrutturale di base (obiettivo 2013) risolto in Europa, grazie alla disponibilità della piattaforma satellitare per le aree non ancora coperte dalla banda.

A maggior ragione, serve allora voltare pagina e cambiare passo

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12 Novembre 2013

TAG: morandini, between, banda larga