Tra saggi e commissari, le decisioni latitano

La critica

Assistiamo alla moltiplicazione degli esperti, mentre i ritardi sul programma dell'Agenda Digitale diventano sempre più gravi. E viene anche il sospetto che stiamo sbagliando rotta nello scommettere tutto sulla PA, senza valorizzare la cultura digitale

di Roberto Scano, Iwa (associazione internazionale per la professionalità nel web)
Roberto Scano, presidente di IWA ITALY e membro della cabina di regia per il decreto sviluppo 2.0

Sono passati oltre 5 mesi dal commissariamento della digitalizzazione del paese, ovvero dal fatidico 13 giugno 2013 data in cui il governo – dopo mesi di stand by - ha nominato Francesco Caio commissario per l’Agenda Digitale, scelto per riordinare le attività della pubblica amministrazione in 90 giorni, attuare i provvedimenti del governo Monti e risolvere la questione della rete. Qualche giorno dopo la nomina e con tale importante incarico è stato affiancato da un comitato di coordinamento formato da Francesco Sacco, Luca De Biase e Benedetto Rizzo.

Si parte da qui, con una situazione bloccata in quanto l’Agenzia per l’Italia Digitale è ancora formalmente un commissariamento di DigitPA e dell’Agenzia per la diffusione delle tecnologie dell’Innovazione, in quanto lo statuto sta ballando tra il tavolo del governo e la corte dei conti oramai da un bel po’ di mesi, al punto che lo stesso Caio ha prima annunciato lo statuto per settembre 2013 per poi esporsi indicando come data certa “entro fine anno”.

Il 4 settembre Caio diventa “Digital Champion” al posto di Agostino Ragosa (Commissario Agenzia per l’Italia Digitale) e nei due giorni successivi prima incontra Neelie Kroes e poi comunica i tre punti di governo: Anagrafe unica, identità digitale e fatturazione elettronica (limitata alla PA centrale), ovvero iniziative già in essere quantomeno dallo scorso decennio ma non ancora concluse, iniziative volte alla promozione e modernizzazione della PA con lo scopo di migliorare i rapporti tra PA e cittadino e quindi diminuire i costi burocratici.

Dopo qualche mese, il 21 ottobre Caio annuncia l’allargamento della squadra di lavoro, inserendo una task force di 12 esperti (da alcuni definiti i 12 apostoli digitali): Benedetta Rizzo, Andrea Prandi, Alfonso Fuggetta, Massimiliano Pianciamore, Luca De Biase, Anna Pia Sassano, Francesco Sacco, Edoardo Colombo, Andrea Rigoni, Alessandro Osnaghi, Guido Scorza e Fausto Basile.

Il programma? Sempre lo stesso: entro la prossima primavera, obbligo di fatturazione elettronica per lo stato centrale, poi l’identità digitale (immaginata come password unica per accedere ai servizi dell’amministrazione permettendo l’identificazione del cittadino in maniera univoca).

Qualche giorno fa Enrico Letta ha deciso di avviare un’analisi della situazione attuale, degli investimenti e dei piani di sviluppo dei principali gestori sul tema della rete di banda larga. Per far ciò, ha nominato ulteriori due esperti: il francese Gerard Pogorel e l’americano Scott Marcus.

Per fortuna ci si è ricordati che tra le tematiche essenziali dell’agenda digitale c’è il tema delle competenze a livello di base, specialistiche e di alto livello, per cui sono stati creati tre ulteriori tavoli per analizzare e recepire i lavori di standardizzazione internazionali fatti a livello europeo dal CEN.

E il parlamento? Sul tema non sta fermo. Paolo Coppola, uno dei parlamentari più attivi nelle tematiche dell’innovazione, propone (e trova ampio consenso parlamentare) l’idea di costituire una commissione parlamentare permanente dedicata alla tematica dell’agenda digitale ed innovazione, per evitare le frammentazioni.

Facciamo quindi una sintesi. Ricordiamoci che partivamo da un decreto legge (179/2012) che conteneva una valanga di “buoni propositi” e “deleghe” che ad oggi non sono state attuate, se non in minima parte. All’epoca, tra marzo e ottobre 2012, diversi gruppi di lavoro avevano realizzato una serie di proposte per la digitalizzazione del paese, molte delle quali sono ancora nei cassetti ministeriali. Partivamo anche da consultazioni pubbliche (tramite ideascale) in cui si chiedeva di proporre idee per l’innovazione del paese, iniziative oramai chiuse in quanto probabilmente ritenute non necessarie vista la corposa squadra di esperti.

Ad oggi cosa abbiamo? Per ora, ancora una serie di “punti” e non è ben chiaro in nessun documento normativo quali siano gli stanziamenti specifici per ogni singola attività, ovvero la stessa critica mossa all’epoca al Governo Monti sul medesimo tema. Vi è chiaramente la necessità di garantire soprattutto l’alfabetizzazione digitale, specialmente nella PA dove “meno del 10% dei dipendenti ha età inferiore ai 35 anni ed è già un successo se sa usare il fax” (parole del ministro D’Alia) e pertanto l’alfabetizzazione doveva essere il primo punto in agenda perché se non creiamo le competenze e non creiamo la soddisfazione dei bisogni digitali, rimarremo penultimi a livello mondiale come nella classifica dell’OCSE per l’uso dei servizi egov ma tra i due paesi al mondo in cui si usa la PEC, ovvero siamo un paese dove ancora oggi manca la fiducia nello scambio di informazioni e dati tra cittadini e PA. Abbiamo delle attività che vanno svolte con urgenza per rimediare ad errori del passato che vanno evitati nuovamente: vanno applicati standard, non vanno reinventati e vanno incentivate le attività per valorizzare l’interoperabilità tra i sistemi delle PA: continuare ad acquistare prodotti ed erogare servizi che non si “parlano” tra loro dovrebbe essere bandito per legge.

Ad oggi non c’è uno spazio “fisico” o “virtuale” in cui vengano fornite informazioni sullo stato di avanzamento dei lavori del commissario, dei tre più due saggi e dei 12 apostoli, affiancati dai due nuovi: bisogna attendere i convegni e gli eventi (se aperti al pubblico) per capire che sta succedendo, in barba ai principi di collaborazione e trasparenza che tanto si vanno a promuovere. E sempre in tema di trasparenza, sarebbe quantomeno doveroso – come già avviene per le PA – provvedere alla pubblicazione dei curriculum e degli eventuali compensi di saggi & co. nonché le specifiche tematiche di cui si stanno occupando, fornendo ove possibile modalità collaborative per consentire di raccogliere segnalazioni per migliorare – ove esistano – delle proposte concrete. Se questo è chiedere tanto, come cittadino mi accontenterei anche solamente di una roadmap con date e obiettivi (anche minimali) certi, in quanto di documento unico, carta nazionale dei servizi e fatturazione digitale se ne sente parlare da troppo tempo.

Bisogna quindi arrivare al fare, perché di dire ne abbiamo avuto pure troppo anche se ho il dubbio che siamo ancora ad un punto intermedio: siamo al decidere, e decidere può essere difficile se si aggiunge ogni tanto un posto al tavolo perché c’è un saggio in più. Poniamoci infine una domanda: l’Agenda Digitale Europea ha una serie di pilastri specifici che nel nostro paese al momento sono congelati. Per quale motivo? Troppe “governance” creano problemi, così pure come governance con indirizzi a mio avviso sbagliati: perché in altre parti d’Europa (Germania in primis) il tema dell’innovazione è legato al ministero dello sviluppo mentre in Italia è attualmente legato al ministero dell’Istruzione (prima alla Funzione Pubblica, ai tempi di Brunetta)? Stiamo forse sbagliando la rotta ponendo come obiettivo la modernizzazione della PA per il rilancio dell’economia digitale, mentre andrebbe valorizzata l’attività di cultura digitale ed innovazione nel mercato produttivo, dove l’ignoranza digitale sta facendo molti più danni?

25 Novembre 2013

TAG: scano, caio