Poesia

Memory Squad - 45° PUNTATA

Cronache dal futuro (anno 2333), a cura del docente visionario Edoardo Fleischner (Comunicazione crossmediale all'Università degli Studi di Milano, progettista crossmediale) per Agendadigitale.eu

di Edoardo Fleischner

La Conversazione non si interrompeva. Mai. Da quasi tre secoli. Si poteva seguire in video, in audio, in telepresenza e in-brain. Quest’ultimo modo era il più utilizzato. La Conversazione era uno dei pochi scambi di opinione fra soli umani o quasi. Nessun umanide. Nessun avatar. Era il fattore d’attrazione più forte. Il resto, la conoscenza, i dati, le teorie, le informazioni, le cronache erano in mano ai software. I software scrivevano i saggi. I saggi non scrivevano più. I software, come si chiamavano nel XX secolo, i cervelli, come si chiamavano nel 2333, componevano le narrazioni, i romanzi, le favole, gli spettacoli, le canzoni, le politiche, le competenze, i dibattiti, le opinioni, ma soprattutto la selezione delle Presenze. La Conversazione era l’eccezione. I partecipanti erano comunque collegati, come tutti, a ogni singolo essere vivente e a ogni oggetto della galassia e quindi a ogni memoria personale e oggettuale. La loro conversazione era un fiume immenso. Le memorie della galassia erano gli affluenti.

La piattaforma era fra la seconda e la terza colonia astrale, posteggiata sull’ex Artico. Sandien Percos si godeva la luna. Immensa. Nera. Striata dai milioni di luci degli insediamenti. Conversava con la sesta moglie, in vacanza nel Mare della Tranquillità. “È brava la filosofa, vero?” buttava lì Sandien Percos. La barca sciabordava noiosa miagolando le cime d’attracco. La città sommersa non restituiva più neppure gli antichi comignoli. “A me non piace. Non ha il senso dell’appartenenza…” mormorava la moglie da trecentomila chilometri di distanza. Distanza fittizia. Distanza mentale. Guardava la terra che azzurrava là in fondo. Bella. Come dev’essere.

“Agenti, sono passate poche ore dal grande ictus mnemonico… Noi in realtà non sappiamo ancora bene cosa dobbiamo fare…” La comandante Akila Khaspros si annoiava nel suo schermo cerebrale della Conversazione. La galassia seguiva la Conversazione come ogni giorno, come ogni ora.

“È inutile coinvolgere le intelligenze collettive e neppure quelle irraggiate... Non è da lì che arriverà la supremazia…” contraddiceva la tutor guardandosi le unghie ologrammate.

“Ma che dite, tutor! La supremazia arriva sempre dalla forza!” vibrava il campione di telepatia. Lo sportivo che sollevava gli stadi con la mente. Appoggiava il mento al dorso della mano sinistra. Plateava un’immagine antica di sé.

“Arriva dalla forza del consenso…” subliminò il vecchio chef. Fissava sfacciato le caviglie della cupa scrittrice. Se ne invaghiva ad intermittenza.

“Che stupida conversazione… Dovreste ascoltarvi… siete vanitosi come le piume di un pavone… ma il pavone è altrove…” martellò il giovanissimo agricoltore. Famoso nella galassia per i suoi asparagi a cinque punte.

“Voi tutti mi fissate le caviglie… non è lì che sta l’intelligenza del moto… sono le piante dei piedi la guida dell’universo…” la scrittrice si strofinava i piedi con lentezza. Calcolata. Le piante vivono anche capovolte.

“La mia generazione semplicemente non capisce cosa voglia dire supremazia… È una forma medioevale di produzione?” sobillò la giovane impresaria di giochi d’incremento. I capelli vibravano di superiorità.

La filosofa taceva. Si torceva le mani. Mentre la bambina si concentrava sulle dita immense della grande pensatrice.

“Rispondete a questo, cari signori! Cos’è la supremazia se non una costrizione desiderata ancor più di un morbidissimo cuscino di piume d’oca?” urlò d’improvviso la bambina. Le vene del suo piccolo collo erano viola. Nessuna risposta. “…di piume d’oca?!” sgolò la piccola, “d’oca!” sbraitò. La stupidità dell’oca è la dimostrazione della nostra sordità.

L’agricoltore si afflosciò. Inerte. La scrittrice si accasciò. Immobile. Il filosofo si pietrificò. Ironico. La tutor si assopì. Inane. Il campione si abbatté. Immenso. L’impresaria si immolò. Irrisa. Lo chef si appiattì. Inamidato.

“Occhio agenti! Le memorie della Conversazione in corso si sono bloccate… anche per loro è arrivato il grande ictus mnemonico…” Ora la comandante Akila Khaspros seguiva con tutta la Memory Squad 11 la Conversazione.  “Due sono telepresenze… Uno è un avatar corpo… Tre sono cervelli di seconda vita… Sono tutti distaccati dalle memorie… sono finiti…” Enumerò Sama Hargo analista del linguaggio e delle memorie della squadra. “Attenzione! Uno respira ancora! È la bambina!” “È localizzato… è su una piattaforma fra due colonie astrali… a sud estremo!” Gli agenti atterrarono quattro minuti dopo. Le biciclette mangiavano i vialetti illuminati. I verdi cespugli si strappavano nei pedali roteanti. Una corsa a perdifiato. “Pedalare agenti, pedalare!” la comandante berciava. Sandien Percos li vide sfrecciare oltre il ciliegio. La bambina era là nella veranda bianca di luce bianca. Costruita stile XIX secolo. Parlava. Viveva. Si bracciava. I vetri si appannavano delle sue parole. “Ma le sue memorie sono staccate!” allibì Sama Hargo. Si affacciarono cauti nella veranda. “Sono parole sue, solo sue… è senza memorie…” sottovociava l’agente Hargo. “È viva… è unica… parla in versi…” La luna nuova ascoltò la voce della sua poesia.

(45-continua la serie. Ogni episodio è “chiuso")

19 Settembre 2014

TAG: memory squad, fleischner, memoria, società, social, comunicazione, identità, smart city, democrazia