Agenda Digitale della Sanità: ipotesi per un piano

La proposta

Dieci macro temi, dieci gruppi di lavoro, sostenuti da partnenariati pubblico-privati. Per almeno 5 miliardi di euro in tre anni. E' la sola soluzione per migrare davvero dall'analogico

di Paolo Colli Franzone, Netics

Appunti per la realizzazione di un piano industriale per la completa digitalizzazione della sanità italiana, con tanto di capitolo dedicato al reperimento delle risorse.

Perché è proprio da un piano, che si deve partire. Altrimenti si corre il rischio di perpetuare l’errore della “sperimentazione continua” e delle digitalizzazioni a macchia di leopardo, in completa assenza di una governance che non può che essere unitaria.

Se l’obiettivo è quello di costruire le condizioni per un servizio sanitario capace di farsi  carico dei doveri e garantire i diritti sottesi a un “Codice per la Sanità Digitale” (vedasi i miei precedenti interventi in tal senso), occorre partire da qui: dal piano. Un piano industriale da affidare a una responsabilità centrale che – a nostro parere – trova la sua naturale espressione nella costituenda “Area Welfare”  all’interno dell’Agenzia per l’Italia Digitale. Area che dovrà naturalmente relazionarsi con le Regioni e con le rappresentanze delle Aziende Sanitarie e Ospedaliere, coi Ministeri coinvolti (Salute, MEF, Pubblica Amministrazione) e con gli altri stakeholder coinvolti.

I macro obiettivi del piano sono riconducibili all’elenco delle priorità già definito e condiviso da oltre due anni, a partire dal documento “eGov2012 – Obiettivo Salute” dell’allora Ministro Brunetta e con qualche addendum non banale:

·         razionalizzazione dei sistemi amministrativo-contabili delle ASL/AO, in attuazione del decreto legislativo 118/2011 (“federalismo fiscale”);

·         completa digitalizzazione della supply-chain e del ciclo passivo nelle ASL/AO;

·         switch-off degli acquisti di beni e servizi in sanità;

·         e-prescription;

·         Fascicolo Sanitario Elettronico, Cartella Clinica Digitale, reti di patologia;

·         integrazione dei CUP a livello regionale e realizzazione dei “punti unici di accesso ai servizi socio-sanitari”;

·         sviluppo di forme innovative di assistenza primaria;

·         integrazione delle reti “MMG – Ospedale – Territorio”;

·         completa digitalizzazione della “pharma-chain” (logistica del farmaco);

·         referti e pagamenti on-line.

 

L’ipotesi che ciascuna Regione italiana si faccia carico degli investimenti necessari alla realizzazione di tutti questi dieci macro-progetti è – ovviamente – da scartare: per evidenti ragioni di impraticabilità economico-finanziaria, ma anche perché così facendo si genererebbero “venti Italie” ciascuna delle quali faticherebbe a interoperare con le altre diciannove.

All’estremo opposto, uno scenario di forte centralizzazione dei progetti rischia di naufragare per eccesso di complessità ma – ancor prima – per ragioni riconducibili all’architettura istituzionale ed agli inevitabili conflitti di competenza tra Stato e Regioni in un ambito che il Titolo V della Costituzione riconosce come “a competenza concorrente”.

A questo problema “politico” si aggiunge un più banale problema di natura economica: ce l’hanno, lo Stato e le Regioni, tutte le risorse finanziarie necessarie alla realizzazione di questi obiettivi?

Secondo il Centro Studi “Catalis” (Federsanità), stiamo parlando di non meno di 5 miliardi di euro in tre anni.

La risposta a questa domanda è scontata: “No, non ce li hanno”.

La soluzione al problema è una sola: l’attivazione di forme di partenariato pubblico-privato capaci di iniettare nel sistema risorse finanziarie di provenienza privata (un ipotetico “finanziatore”) o “mista” (60-70% di risorse private associate a un cofinanziamento pubblico), a partire da una sorta di “patto di sistema” le cui regole fondamentali siano in grado di costruire un meccanismo di retrocessione ai finanziatori dei benefici economici generati dall’azione di digitalizzazione (una percentuale delle economie gestionali conseguite va a remunerare l’investimento).

Il piano industriale, quindi, va costruito analizzando in dettaglio le economie gestionali conseguibili col raggiungimento di ciascuno dei dieci macro obiettivi sopra elencati, andando a calcolare con precisione il tempo di pay-back dei singoli investimenti e – di conseguenza – le ipotesi di suddivisione dei saving ottenuti.

Il lavoro che dovrebbe competere all’Agenzia Italia Digitale, a questo punto, è ben delineato: si parte dall’attivazione di una serie di gruppi di lavoro (uno per ciascuno dei dieci macro obiettivi), aperti al contributo dei fornitori ICT  e dei potenziali finanziatori (non mancano, in Italia e all’estero, banche specializzate in project financing ed interventi infrastrutturali), oltre che delle Regioni.

Partendo da una rilevazione degli asset “riusabili”, che certamente non mancano, e da un’attenta valutazione della sostenibilità economico-finanziaria delle operazioni di riuso.

Un simile approccio si configura come quantomeno “interessante da prendere in considerazione”: molti tra i “top vendor” a dimensione internazionale potrebbero essere interessati a valutare un’operazione di project financing (o di qualcosa di molto simile ad esso), a fronte di regole precise e di meccanismi oggettivi di misurazione delle performances conseguite e della conseguente suddivisione dei saving ottenuti.

Un discorso a parte è quello relativo al ruolo dei “piccoli e medi” fornitori ICT italiani portatori di prodotti, servizi e – soprattutto – skill professionali  specifici in ambito sanità: ruolo assolutamente centrale e professionalità da salvaguadare. Ma su questo tema torneremo la settimana prossima.

08 Gennaio 2013

TAG: franzone, sanità