Startup, non bastano gli incentivi: manca una visione Paese

Previsioni 2014

Solo 252 startup hanno attività di ricerca e sviluppo. Il 77% è in fase embrionale. Le misure del governo sembrano inefficaci. Puntare sulle startup implica una scommessa che guarda al lungo termine. Occorre definire una visione di sviluppo del Paese, che tenga conto delle competenze ed eccellenze già presenti sul territorio, e che possano quindi fornire preziose risorse

di Carmelo Cennamo, università Bocconi Milano

L’Italia degli ultimi vent’anni ha visto crescere in maniera rilevante la spesa pubblica e il debito sovrano, e al contempo assistere ad una crescita economica pressoché nulla. Due tendenze opposte che molti illustri economisti additano come i grossi mali italiani. Da qui la necessità di promuovere la crescita economica, oggi avvertita più che mai come priorità assoluta del Paese, e di rendere la macchina dello Stato più snella e meno costosa. In merito, i recenti decreti “crescita 2.0” e del “fare” rilanciano questi obiettivi attraverso la promozione dell’agenda digitale e delle start-up innovative. In merito a quest’ultime, sono previste varie facilitazioni per snellire il processo burocratico di creazione della startup, ed incentivi fiscali per chi investe in essa. Ma questi strumenti sono davvero efficaci? Stimoleranno la nascita di startup negli anni a venire, ed una crescita sostenuta per effetto della loro attività?

In parte c’è da essere ottimisti; ma vi sono molti elementi ad indicare che più che una realtà prossima a realizzarsi, questi obiettivi assomigliano a desideri.

Certamente oggi vi è molto fermento intorno alle startup. Basta una semplice ricerca su Google per rendersi conto della quantità di eventi e programmi di incubazione e accelerazione che esistono per startup. Sono sempre più i laureandi di università nel campo ingegneristico ed economico che guardano alle startup come un possibile sbocco professionale alternativo all’impiego in società consolidate. Questo è sicuramente un dato che fa ben sperare per il futuro. Aumentando l’afflusso di potenziali startupper-imprenditori, aumenta la varietà d’idee e progetti di business, e quindi la concorrenza per risorse umane e finanziare (mentori, incubatori, venture capitalist). Inoltre, data la crescente importanza del fenomeno e la riscoperta di una vocazione imprenditoriale, anche le università si stanno attrezzando per offrire una maggiore formazione in materia di startup. Questo non può che portare a una crescente qualità dei progetti imprenditoriali e degli startuppers stessi, a beneficio dell’intero ecosistema, in primis gli investitori. La previsione è che tale crescita continui nell’anno a venire, con l’auspicio che sempre più startup possano crescere e trasformarsi in realtà consolidate.

Lo stato delle cose però ci impone di essere realisti e obiettivi nell’analisi. Andiamo quindi ad analizzare i dati. Ad oggi, più di 1400 startup innovative risultano iscritte nella sezione speciale del registro delle imprese. Sembrerebbe un buon risultato. Da una parte, è in dubbio quanto questo sia dovuto agli incentivi previsti dal decreto piuttosto che al fermento generale di cui si parlava sopra. Dall’altra, una più attenta analisi rivela che le startup che hanno alla loro base attività di ricerca e sviluppo in realtà sono appena 252, ovvero il 18% di quelle registrate. Di queste, la quasi totalità (222) ha un valore della produzione inferiore a 100.000 euro, e impiega meno di 4 persone (praticamente, il founding team). Questo è normale visto che si tratta di startup, per cui la fase di setup del business richiede in media tra i due e cinque anni prima che si possa iniziare a crescere.

In realtà, l’efficacia delle misure previste è dubbia; a partire, dalla stessa definizione di “startup innovativa” che appare molto restrittiva, imponendo che la startup possegga una “privativa industriale” e/o  abbia una forte vocazione sulla ricerca (spesa di ricerca e sviluppo superiori al 30% del costo o valore della produzione; o impieghi personale in possesso di titolo di dottorato di ricerca). Se nascita e sviluppo di nuove attività imprenditoriali sono da facilitare ed incentivare, data la potenziale ricaduta positiva sull’economia del Paese, non si comprende come mai solo queste tipologie di startup possono beneficiare di tali incentivi. Ad esempio, startup quali Facebook, Groupon o la nostrana Yoox difficilmente rientrerebbero nella definizione di startup innovativa. Ma qualcuno può negare che queste startup non abbiano innovato nei loro settori, e contribuito alla crescita occupazionale ed economica?

E veniamo alla crescita. Che cosa prevede il decreto per facilitare la crescita delle startup? Ben poco al di là degli incentivi fiscali per chi investe nella startup. Ma le risorse finanziarie, seppur rilevanti, da sole non sono sufficienti a far crescere la startup.

In uno studio[i] condotto sotto la mia supervisione sulle startup fondate dal 2010 al 2013 (startup innovative e non) sono emersi come determinanti altri importanti fattori quali la propensione al rischio dello startupper, l’eterogeneità di competenze tra i membri del team, mentorship (supporto da parte di persone che per esperienza o conoscenze possano offrire utili consigli sul percorso di sviluppo o specifiche attività della startup), ed esperienze internazionali dei fondatori. Le startup nostrane sono però a corto di molti di questi fattori. Dall’analisi è emerso che 2/3 del campione ha un basso-medio livello di propensione al rischio che è disposto a correre per sostenere il progetto; la maggior parte non ha esperienze di “fallimenti” precedenti, che sono invece altamente valorizzate oltreoceano perché un imprenditore che ha già fallito in altri progetti ha maturato esperienza per limitare e/o sopportare futuri insuccessi e fallimenti; oltre la metà dei team presentano profili e competenze omogenee, e solo il 30% di questi hanno beneficiato o possono fare affidamento su una rete di mentors.

Quanto all’impatto sull’economia del Paese, il 77% delle startup ad oggi è ancora nella fase embrionale (di setup del business), poche sono in una fase di crescita, e pochissime (meno del 2%) sono prossime ad una fase di “exit” (in grado, cioè, di aprire il proprio capitale o al mercato borsistico o al mercato corporate e permettere quindi agli investitori che hanno supportato la crescita di smobilizzare il proprio investimento). Inoltre la maggior parte delle startup opera nel settore digital, con circa l’80% orientate ad offerta di servizi. Questo implica che vi siano consumatori o imprese in grado di assorbire la domanda di tali servizi. Ma se deprimiamo i consumi (attraverso aumento delle imposte dirette ed indirette) e facciamo chiudere le imprese già esistenti sul territorio (a causa di problemi di accesso al credito, alta imposizione fiscale, e burocrazia), a chi venderanno i propri servizi le startup? Come faranno a passare alla fase di crescita? Chi investirà in queste startup?

Questo ci riporta al punto di partenza. Piuttosto che esprimere desideri difficilmente realizzabili, bisognerebbe che tutti fossimo più realisti e considerassimo le cose per quello che sono. Puntare sulle startup implica una scommessa che guarda al lungo termine, non certo al breve. Ma per far in modo che tale scommessa si riveli proficua, occorre definire una visione di sviluppo del Paese, che tenga conto delle competenze ed eccellenze già presenti sul territorio, e che possano quindi fornire preziose risorse (si pensi ad esempio ai mentors e alle competenze tecniche) e terreno fertile su cui le startup possano costruire il proprio percorso di crescita, e con esso quello del Paese.

 

[i] “Il Founder e le variabili critiche di successo delle startup nel panorama economico italiano del 2013”

09 Gennaio 2014

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