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Direttore responsabile Alessandro Longo

La proposta

Scuola, i sette criteri da seguire per un uso mirato della tecnologia

di Roberto Casati, CNRS, Institut Jean Nicod Ecole Normale Supérieure di Parigi

16 Ott 2014

16 ottobre 2014

Gli insegnanti sono già preoccupati dal dilagare di schermi nelle vite extra scolastiche dei ragazzi. I migliori progetti di Scuola innovativa ne fanno un uso mirato e circoscritto. Vediamo come

Ringrazio Agenda Digitale e Paolo Ferri per l’attenzione alle tesi del mio libro Contro il colonialismo digitale. In questo breve intervento vorrei chiarire la posizione che sostengo. La discussione su digitale e scuola tende a essere molto polarizzata tra “luddisti” ed “evangelisti”, e l’articolo di Ferri fa pensare che io sia un luddista. Per me è importante mostrare che non ho questo tipo di preconcetti (ma perché mai? per esempio non ho mai scritto “si stava meglio quando si stava peggio”; e che senso ha un titolo come “dilaga la tecnofobia”? Quale “forza inaudita” starei dispiegando, e che “pericolo” rappresenterei?) – e in effetti, basta pensarci un attimo ed essere un tantino pragmatici, a chi potrebbe giovare un dialogo tra sordi?

Per chiarire meglio, vorrei cominciare proprio dalla soluzione dell’integrazione delle nuove tecnologie nel percorso scolastico. Perché la soluzione non solo esiste, ma è a portata di mano.

La soluzione è questa: si tratta di utilizzare le nuove tecnologie a scuola in modo assai mirato, e chiaramente circoscritto nel tempo e nello spazio. Ho avuto modo di osservare da vicino una scuola elementare pubblica, nello stato del New Hampshire. Per i 450 allievi sono presenti una trentina di computer da tavolo, in sala informatica, e una trentina di tablet, su un carrello che gira per le classi. Si tratta di materiale di ultima generazione. A rotazione, gli studenti vanno in classe di informatica, a partire dalla terza elementare. A rotazione, i tablet entrano nelle classi, a partire dalla quarta. Per fare cosa? L’uso è molto mirato: apprendimento delle azioni di base di creazione e di salvaguardia dei files; apprendimento della videoscrittura; apprendimento della consultazione di fonti. A un livello più avanzato, i computer vengono utilizzati per insegnare i rudimenti della programmazione, usando il software Scratch sviluppato da MIT.

Gli insegnanti da me contattati e intervistati sono del tutto soddisfatti di questo uso circoscritto. Sono infatti preoccupati della sovraesposizione agli schermi cui gli allievi vanno già incontro nella vita quotidiana, extrascolastica. Questi insegnanti dedicano molto tempo ad attività assolutamente tradizionali che richiedono la manipolazione di penne, matite, carta, materiali concreti – atomi, non elettroni. Ci sono momenti di lettura silenziosa e di lettura ad alta voce (utilizzando libri dalla fornitissima biblioteca). L’insegnante legge ad alta voce agli allievi al ritmo di un libro alla settimana. E la struttura molto libera dell’insegnamento fa sì che si sperimentino pedagogie relativamente innovative: per esempio in quarta elementare vengono insegnate le basi della statistica – con carta e penna. Questo per dire che un uso limitato ed accorto della tecnologia non sembra dover suscitare ansie da ritardo scolastico come quelle discusse da Ferri nel suo articolo.

Per finire, la scuola risparmia: 60 computer invece di 450. Al 13% del costo di un investimento del tipo “un tablet in ogni cartella”, si possono anche assorbire i tempi rapidissimi di obsolescenza delle nuove tecnologie.

Prima di commentare la soluzione, vorrei anche dipanare un equivoco. Non faccio parte dalla categoria dei nostalgici del libro di carta e della classe frontale. L’innovazione pedagogica è il mio chiodo fisso. Due parole sul mio percorso. Filosofo di formazione e professione, ho lavorato negli anni ’90 a stretto contatto con ricercatori in intelligenza artificiale (ho scritto con Achille Varzi delle complesse assiomatizzazioni per alcuni settori di rappresentazione della conoscenza), ho co-progettato la prima versione della piattaforma interdisciplines.org per ospitare dibattiti online, ho partecipato a progetti europei (Enactive e LiquidPublications, quest’ultimo sulle pubblicazioni scientifiche in internet), e faccio parte del think tank Compas (Ecole Normale Supérieure) su nuove tecnologie ed educazione. Ho formato ricercatori oggi molto attivi sul fronte del digitale (Dario Taraborelli, che dirige il settore di ricerca della Wikimedia Foundation) e dell’educazione (Elena Pasquinelli, ricercatrice alla Main à la Pâte, autrice di Irresistibili Schermi, con cui ho scritto un progetto di ricerca sulle basi cognitive dell’insegnamento.) Ho anche progettato software educativi per la matematica e l’astronomia (Peano, con Claudio Beorchia, e Astrini, con Glen Lomax – versione beta in test), e nel libro Dov’è il Sole di notte dedico un capitolo alle istruzioni per un uso creativo del software Stellarium. Questo per dire che non sono certo un nemico del digitale. Se non bastasse, tra i miei colleghi e conoscenti sono stato tra i primi a utilizzare un tablet (in formato slate A4, con penna elettronica, che uso dal 2007 – e continuo ad usare perché mi permette di annotare i pdf che con tutto che siamo in un’epoca digitale saranno ancora per un bel po’ in formato A4, figlio della carta, quasi illeggibili sui tablet oggi in voga.) E tra i miei colleghi sono stato tra i primi a usare blog e altri strumenti per interagire con gli studenti. Ho organizzato e tenuto corsi su come editare Wikipedia. Tra l’altro parlo di molto di tutto questo nel libro, e sono un po’ perplesso di fronte alla recensione decisamente selettiva di Ferri…

Continuo a leggere su carta? Sì. E allora? Attenzione, non sono nemmeno un pentito del digitale. Non è questo il punto. In Contro il colonialismo digitale ho cercato di attrarre l’attenzione sui limiti, ormai chiarissimi e ben supportati da montagne di studi empirici, di una concezione estrema – sostitutiva – del digitale, nella lettura o a scuola o nella partecipazione democratica. Il mio punto è molto, molto semplice: ci sono moltissime pratiche umane che funzionano benissimo senza mediazioni elettroniche, e che diventano sub-ottimali nella loro versione digitale. Difendo pertanto un robusto uso del principio di precauzione, che mi sembra una posizione del tutto sensata e moderata, e offro i miei argomenti a genitori, insegnanti e policy makers per una concezione equilibrata dei contesti in cui si pensa di poter applicare il digitale.

Per finire, rimbocchiamoci le maniche: Secondo me quelli che parlano oggi di digitale a scuola omettono spesso una descrizione dei devices che vengono utilizzati, delle loro funzionalità e degli scopi per cui sono stati progettati. I computer di oggi non sono quelli di dieci o quindici anni fa: sono appendici di sistemi di distribuzione di contenuti, e raccoglitori infaticabili e un tantino aggressivi di dati personali (sociodati, dai social networks, e adesso sempre di più biodati.) Si tratta di buoni strumenti nel processo educativo?

Un altro argomento spesso invocato dai difensori di una concezione sostitutiva è quello del coltello svizzero. I devices possono fare più o meno tutto. Ma non si deve dimenticare che il coltello svizzero nessuno lo usa nella sua cucina, o in un ristorante: non in modo sostitutivo. Servono utensili variati e adatti al compito, non un illusorio passepartout.

Insomma, parliamone.

Se veramente crediamo nel digitale a scuola, allora mettiamoci intorno a un tavolo per dare delle specifiche sul tipo di computer che vogliamo a scuola, e che i produttori si adeguino. I numeri sono dalla nostra: si parla di milioni di pezzi che le scuole dovrebbero comprare. Apriamo un tavolo con Ministero, con la ricerca, con la Confindustria, i produttori. Ma arriviamo al tavolo con delle idee chiare e semplici, e utilizziamo tutta la forza negoziale che viene dai numeri in gioco.

Per esempio, si dovrebbe come minimo richiedere da computer dedicati all’educazione:

-Facilità di andare offline

-Possibilità di passare in modo monofunzionale (per esempio, solo lettura di un libro, niente “multitasking”)

-Niente tracciamento comportamentale automatico; opzioni di default tutte a vantaggio dell’utente (solo opt in per tutti gli elementi sensibili, come protezione della privacy)

-Raccolta dati ad esclusivo uso della scuola, ed al limite del Ministero, non immagazzinabili su server statunitensi appartenenti a società commerciali – per esempio!, e non vendibili; e dati raccoglibili soltanto con l’autorizzazione esplicita dei genitori.

-Un design rispettoso dell’attenzione.

-Retrocompatibilità assicurata, assistenza tecnologica perenne.

-Formati aperti, e poi ancora aperti.

E, comunque, i devices che soddisfano questi criteri (ed altri, da discutere) dovranno essere utilizzati in modo non sostitutivo, ma integrativo della pedagogia non digitalizzata. Pensiamo ancora all’ottimo esempio della scuola del New Hampshire di cui ho parlato sopra. Non serve un computer sempre e poi ancora sempre e in ogni luogo e in ogni cartella. Serve quando serve.

E soprattutto, vogliamo decidere sulla base di dati e non solo di manifesti. La scuola è immersa in una cultura della valutazione (interrogazioni, esami, verifiche) e il Ministero è del tutto orientato verso una valutazione degli insegnanti. Mi sembra assurdo che in questo ambiente ipervalutativo sfuggano alla valutazione devices costosi e a rapidissima obsolescenza. Funzionano per l’educazione? Qualcuno potrebbe iniziare uno studio longitudinale?

  • marco tommasi

    Alcune considerazioni sul suo interessante intervento sulle prospettive del digitale nella scuola.
    Non credo ci sia nessuno che proponga di fare utilizzare dispositivi digitali agli studenti per qualsiasi attività svolto all’interno di un’aula scolastica in qualsiasi momento della giornata; la dicotomia luddista-evangelista (termine inadeguato e fuorviante specie per la nostra cultura) è una banalizzazione da rifiutare a priori.
    Un ulteriore errore da evitare è partire dal dispositivo e non dall’azione didattica: non devo scegliere un computer (o un tablet o quello che ci sarà fra un paio d’anni) e pensare cosa farne, ma devo pensare ad un’attività didattica e vedere se esiste e quale può essere lo strumento/dispositivo digitale che mi può essere d’aiuto. Il lavoro dei miei colleghi dell’ISIS Galilei di Gorizia (http://mlearning.isitgoonair.net/) spiega molto bene quest’approccio.
    Non serve andare nello New Hampshire per cercare modelli virtuosi: molte sono le scuole italiana dove si lavora con il digitale pensando prima di tutto alle ricadute sulla qualità dell’apprendimento degli studenti (che dovrebbe essere il fine ultimo della nostra azione di insegnanti)
    La sua fiducia nel fatto che aprire un tavolo di discussione fra esperti con Ministero, Confindustria (??) e produttori possa portare a risultati concreti non penso sia molto ben riposta; a parte il fatto che forse sarebbe il caso di coinvolgere i diretti interessati (studenti e docenti), la vicenda dell’acquisto delle decine di migliaia di LIM buttate in classe senza un adeguato progetto di utilizzo, parla di altri interessi…
    Ben vengano gli studi longitudinali; concordo sul fatto che ci voglia un dibattito esteso (possibilmente dal basso) su questo argomento che dietro potenzialità enormi può nascondere rischi molto elevati: molto probabilmente ci accorgeremmo che non esistono luddisti ed evangelisti e che le posizioni sono molto più vicine di quello che sembra…
    Nel mio piccolo, per iniziare, mi riprometto di leggere il suo libro “Contro il colonialismo digitale” …
    Tommasi Marco

  • cinzia

    Gentile prof. Casati,
    quando ho letto nel suo articolo l’esempio della scuola del New Humpshire, mi sono stupita di come porti ad esempio un setting didattico molto vicino al tipo di organizzazione che noi cerchiamo di superare. Se vuole vedere da vicino tale organizzazione esiste già nella scuola in cui ho lavorato fino ad un anno fa, senza andare nel New Humpshire. L’idea non è quella di relegare l’uso dei devices, pc o tablet che siano per introdurre l’informatica in momenti specifici, ma di supportare le attività didattiche con le ICT. Andare in laboratorio e condividere un tablet a rotazione con tutti gli studenti mi sembra molto limitante dal punto di vista della personalizzazione degli apprendimenti, data la difficoltà degli studenti di organizzare in modo individuale le risorse e i propri lavori. La sua proposta mi sembra centrata sull’adattamento del digitale alla modalità di organizzazione tradizionale e cartacea. L’uso di nuovi strumenti digitali implica una revisione dell’organizzazione scolastica e della didattica. Inserire uno strumento nuovo significa cambiare completamente il quadro strutturale e concettuale di un ambiente di apprendimento. É chiaro che libri, quaderni e strumenti digitali convivranno, sono comunque strumenti, ma qual’è la prospettiva pedagogica per lo sviluppo delle competenze del XXI° secolo nella prospettiva del longlife learning? Formare un cittadino in grado di partecipare attivamente in una società in continuo cambiamento. Questo avviene se una persona possiede quelle competenze necessarie per accedere al lavoro, ai processi decisionali attraverso lo sviluppo di competenze adeguate e la formazione continua. Credo che la forza dell’uso delle ICT stia soprattutto nel fatto di supportare la comunicazione e la possibilità di accedere a risorse a costo zero, finora impensabili. Mi riferisco ai MOOCS. E chissà cosa verrà in futuro.
    Tutti hanno delle esperienze importanti a cui far riferimento, ma spesso bisogna accorgersi che bisogna andare oltre senza partire da uno schema di scuola che si rifà al passato.
    Cinzia

  • Attilio A. Romita

    Circa 70 anni fa arrivarono in Italia le prime Penne Biro. Fui fortunato perchè ho avuto una di quelle penne che non sporcavano, non avevano pennini che si spuntano e, per i più fortunati possessori di penne stilografiche, avevano una carica lunghissima.
    Ricordo che la reazione dei maestri e professori fu negativa perchè si diceva che non sarebbe più esistita la calligrafia e tutti avrebbero vergato le parole allo stesso modo.
    L’economicità ed utilità delle biro vinse perchè si riconobbe che la scarsa attenzione da dedicare allo strumento poteva aumentare l’attenzione da dedicare ai contenuti.
    Oggi abbiamo la possibilità di avere una penna Biro molto più efficente che ci permette di riempire non solo i quaderni, ma anche i libri …forse è il caso di ragionare come meglio usare la penna digitale per la letteratura come per la matematica o la storia o la geografia.
    Il vero problema è che dobbiamo trovara mezzi e strumenti per aiutare i docenti a fare il cambio di paradigma ..che lo vogliano o no.

  • simone

    Certo che Google è sempre un passo avanti a tutti! Date uno sguardo a questa pagina del sito Focus http://www.focus.it/tecnologia/digital-life/sul-dromedario-con-google-street-view

  • germana

    il computer serve quando serve !perché una osservazione così “normale” non viene nemmeno presa in considerazione? rincorriamo mode ed omologazione, abbiamo un disperato bisogno di slow thinking …..

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