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Direttore responsabile Alessandro Longo

l'inchiesta

Coppola: “La PA dello spreco digitale: la nostra galleria degli orrori rivela la vera causa”

di Paolo Coppola, presidente Commissione parlamentare di inchiesta sul livello di digitalizzazione e innovazione delle pubbliche amministrazioni

31 Ott 2017

31 ottobre 2017

La radice di quasi tutti gli sprechi, delle inefficienze, delle mancate occasioni di risparmio, sta nell’assoluto disinteresse della PA riguardo alle competenze. Ecco cosa ha scoperto la Commissione di Coppola

Un anno è un tempo troppo breve. Soprattutto quando ci si pone l’obiettivo ambizioso di capire come mai la PA italiana, nonostante una spesa di circa 5 miliardi di euro all’anno, sia sempre indietro rispetto agli altri paesi nelle classifiche di digitalizzazione: ecco, in questo caso un anno di inchiesta ti permette di mettere in luce solo alcuni errori colossali.

Non voglio dire che non sia importante, anzi, perché risolvere quegli errori madornali significherebbe fare un salto quantico nella nostra PA.

Quello che emerge dal primo anno di inchiesta della Commissione è che la radice di quasi tutti gli sprechi, delle inefficienze, delle mancate occasioni di risparmio, sta nell’assoluto disinteresse della PA riguardo alle competenze. Una miopia ignorante e arrogante, talmente marcata da lasciar passare più di un quarto di secolo senza preoccuparsi di avere all’interno della macchina amministrativa le giuste competenze tecniche e manageriali per gestire la trasformazione digitale, nonostante la legge lo prevedesse e lo specificasse sempre meglio con le modifiche normative nel corso degli anni. Serve un responsabile unico di livello dirigenziale apicale, responsabile per la trasformazione alla modalità operativa digitale della PA, dice il Legislatore, ma la PA fa finta di nulla, probabilmente si fa scudo del fatto che la legge prevede il tutto ad invarianza finanziaria (Errore gravissimo. Quanto tempo e quanti miliardi abbiamo perso per non aver investito nelle giuste competenze tanti anni fa?), e va avanti negli anni a concepire il digitale come acquisto di tecnologia, da progettare e realizzare in outsourcing, spesso solo per ottemperare a qualche previsione normativa, senza nessuna pretesa di ottenere e nemmeno misurare risparmi o benefici di qualsiasi natura.

L’innovazione si fa a macchia di leopardo, spesso lontano dai riflettori, sembra quasi uno “speriamo che non si accorgano che stiamo rendendo l’amministrazione più efficiente ed efficace, che altrimenti, poi, non ci lasciano lavorare”.

La Pubblica Amministrazione è digitale. Non ha senso definire procedimenti e organizzazione senza tener conto della dimensione digitale, ma per far questo significa anche investire in formazione, che secondo quanto rilevato dalla Commissione nei comuni maggiori non supera le 9 ore all’anno per dipendente.

SPID, ANPR, PagoPA, DAF, sono tutte infrastrutture importantissime ed è giusto continuare con determinazione nella direzione intrapresa, ma non è sufficiente, perché, purtroppo, nella PA italiana non si è ancora raggiunto quel livello di digitalizzazione del back office e dei procedimenti che occorreva realizzare sin dalla fine degli anni ’90. 

Come è giustificabile che pochissime amministrazioni dichiarino di aver dematerializzato completamente i flussi documentali? Come è possibile che nonostante la legge preveda da tempo che gli originali dei documenti siano formati con le tecnologie dell’informazione, la quasi totalità delle PA interpellate ammettano che continuano ad apporre timbri e sigle a mano? D’altra parte è appena arrivata alle Camere la versione “bollinata” della legge di bilancio, un pdf scansionato un po’ storto che mostra su ogni pagina un bel timbrino per “assicurare” a tutti che quella è la versione definitiva. 860 miliardi di spesa pubblica e non si è riusciti a pensare ad un modo più efficace e più efficiente di trasmettere quell’informazione. Il motivo è chiaro: si è sempre fatto così e poi le cose “importanti” sono altre – almeno così pensano loro, evidentemente – e pensando così continuiamo a non fare passi avanti.

Le banche dati non sono interoperabili, anche perché la qualità dei dati è pessima, perché sono raccolti con procedure inefficaci ed inefficienti, come è emerso chiaramente dalle inchieste su ANPR o su BDNCP. La spesa in sistemi informativi finisce in manutenzione di sistemi vecchi, progettati male e dimensionati ancora peggio. Come si stabilisce la base d’asta per il sistema informativo di un ministero senza aver deciso prima quali sono le funzionalità di quel sistema? Senza averlo progettato? Come fa un ministero che non ha al suo interno competenze tecniche a valutare se il progetto è adeguato? Se i punti funzione dichiarati corrispondono a quelli necessari o almeno a quelli realizzati? Senza competenze adeguate non si può fare. Serve un piano straordinario di assunzioni, perché, mai come in questo caso, i soldi pubblici spesi sarebbero un investimento.

P

Paolo Coppola

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  • PaoloMI

    Le competenze dei CIO della PA secondo l’ing. Attias https://www.youtube.com/watch?v=WbFFalBZsQM

    • Emiliano Stravecchi

      🙂

  • Paolo Di Pietro

    Caro Paolo Coppola,

    Sai bene che fin dal 2005 avevamo realizzato l’Ontologia della PA, ovvero la descrizione formale di tutti i servizi di backoffice delle PA locali ed anche di qualche pezzo di PA centrale.

    Erano a disposizione, frutto di un progetto di e-gov risalente addirittura al primo bando.

    Per costruirla, non ci eravamo limitati a disegnare il cosidetto ‘AS IS’, ma, con la partecipazione dei responsabili verticali di ben 60 comuni che coprivano 10 milioni di abitanti, quindi un sesto della popolazione, avevamo disegnato il ‘TO BE’, pronti per l’implementazione.

    Ma nessuno lo ha voluto:

    – Non lo ha voluto il CNIPA, nella persona di Tortorella, perchè ‘non era compito nostro ma loro fare il lavoro’.
    – Non lo ha voluto il PD, nella persona del sottosegretario Beatrice Magnolfi, fondamentalmente perché si fidava solo delle sue persone, che però, a parte Walter Tocci, erano dei politicanti junior, tanto bla bla ma niente fatti;
    – Non lo volle il segretario tecnico della Magnolfi, perchè ‘questo è un lavoro che fa l’IBM e voi dovete togliervi dalle palle’ (E’ una citazione testuale!, le parole mi sono rimaste impresse come un marchio su una vacca!)
    – Non lo volle Mario Dal Co’, che non sapeva dove prendere le persone per farlo ‘manutenere’ e ‘diffondere’.
    – Non lo volle Brunetta il cui unico obiettivo era la visibilità giorno per giorno, e che, a cose che richiedevano una visione più lunga non riusciva o on voleva proprio arrivare
    – Non lo volle Gino Nicolais, che mi disse : ‘mi piace ma gli enti locali non lo vogliono’

    – E non lo volevano i fornitori degli enti locali, perchè sapevano bene che questo approccio li avrebbe resi sostituibili l’uno con l’altro ed avrebbe permesso che emergessero i migliori.

    – Ed infine non lo volesti neanche tu, che mi dicesti un sacco di volte ‘bello, molto interessante’, salvo poi fare finta di niente, far finta che non esistesse.

    Se aveste utilizzato quell’approccio, non avreste toppato ANCR, e forse neanche lo SPID. Ed a quest’ora tutta la PA sarebbe interoperabile, senza per questo dover avere un unico software uguale per tutti.

    Paolo Di Pietro

  • Massimo Trojani

    Spero che questa sia la volta buona per iniziare a dire che l’Agenda Digitale deve essere governata da competenze nell’ambito della tecnologie dell’informazione e trattare i progetti come vere e proprie OPERE PUBBLICHE che prevedono l tre livelli di progettazione tipici fino all’esecutivo che potrà quindi essere appaltato seguendo realmente i criteri del miglior rapporto costo/benefici così come previsto dal Codice.
    Per adesso, Grazie Professor Coppola

  • Danilo Cocco

    A malincuore, faccio una critica costruttiva, perché la tentazione sarebbe un’altra.
    Le competenze mancano, è vero. Ma la situazione non si risolve (o almeno, non solo) con un piano straordinario di assunzioni.
    Innanzi tutto sappiamo che la PA non è tutta uguale, quindi di sicuro le generalizzazioni (come questa) non portano materiale utile alla discussione. Le competenze, nei comuni con meno di 5000 abitanti, ad esempio, non ci sono oggi e non ci saranno domani, e di qui la previsione (giustissima) di portare le funzioni ICT tra quelle da svolgere in forma associata. Poi, non so se la dimensione di 5000 abitanti (posto che se certi ragionamenti possono avere senso in funzione elettorale, un po’ di senso lo perdono in un’ottica organizzativa) sia corretta come soglia “minima” per avere competenze e funzioni ICT svolte in proprio (anche ricorrendo ad outsourcing, ma comunque con una presenza interna che abbia le competenze per valutare e organizzare il servizio), su questo è necessario discutere; per chi sta sotto la soglia minima, comunque, l’obbligo di associarsi è un optional, nessuno controlla, non ci sono sanzioni, e, da ultimo, chi dovrebbe gestire le funzioni associate (le unioni dei comuni) non è messo nelle condizioni di svolgere efficacemente il proprio ruolo per svariati motivi su tutto il territorio nazionale (nella mia regione, per esempio, le unioni dei comuni sono gravemente in balia di mostruosità giuridiche che la politica fino ad ora non ha voluto o potuto risolvere).
    Piano straordinario di assunzioni? Signori, il pesce puzza sempre dalla testa: se il problema è la testa, avete voglia ad ingozzare la PA di personale, che finirebbe per essere mal gestito esattamente come quello che c’è già. Quello che c’è già, poi, spesso e volentieri deve compensare alla mancanza di risorse (perché le risorse per la formazione, anche laddove esistano i prescritti piani – che, per inciso, sono un altro optional – sono andate progressivamente ad ridursi per effetto di varie disposizioni legislative) con tanta, spesso troppa – visto che stiamo parlando comunque di personale che non vede rinnovi contrattuali da ormai quasi nove anni – buona volontà, tenuto conto che i corsi di formazione settoriali sono costosi (provate a farvi fare un preventivo per i percorsi di certificazione di Microsoft, e poi ne riparliamo) e allora ci si ritrova praticamente esclusi dalla formazione tecnica di settore. No, serve anche un bel piano straordinario per la formazione del personale che c’è già.
    Pensare di compensare a tutto ciò con un piano straordinario di assunzioni è ridicolo, in pratica i pannicelli caldi. Si inseriscano i precetti (Nomina di responsabili, pianificazioni e programmi e quant’altro) come contenuti obbligatori dei PEG; si impongano sanzioni, e pesanti, per le amministrazioni, la dirigenza, i segretari, i direttori generali che non hanno adeguato i propri Enti al CAD (ed anche per i Nuclei di Valutazione che non dovessero adeguatamente “valutare”), si renda obbligatoria un’abilitazione per la dirigenza responsabile di settore da conseguire presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione e, in seno alla Scuola, si istituisca una commissione apposita della quale facciano parte AgID e le figure che ad oggi (vedi Attias) hanno dimostrato nei fatti di avere quella visione dei problemi, degli obiettivi e delle priorità adeguati alla portata del compito da assolvere; si risolvano le mostruosità giuridiche (ad esempio, le Unioni di Comuni che dovrebbero avere dignità di Ente Locale ma non ce l’hanno, ma anche se l’avessero finirebbero per essere un altro ente di livello sovracomunale quando gli enti locali di livello sovracomunale esistono perché non sono stati cancellati dalla Costituzione, si chiamano Province, e potrebbero avere competenze e strutture atte alla gestione dei servizi per i comuni del territorio sotto la massa critica) e si cominci ad eliminare la frase “ad invarianza di spesa” da tutte le leggi in cui è necessario.
    Insomma, il quadro è ben più complesso di quel che traspare da questo articolo, lo sappiamo tutti, e in questo momento servono più fatti che parole. Buon lavoro, On. Coppola, buon lavoro a tutti.

  • Federico

    Non si può che concordare con la diagnosi, finalmente espicitata a chiare lettere da un esperto. Il punto è la terapia: finchè si procede a “invarianza di costo” non si fanno iniziative fruttuose.
    Assumere nuovo personale è una azione sacrosanta, ma di chi non può andare in pensione (v. Fornero) che ci facciamo? Li possiamo riqualificare, con una certa spesa, ma vanno incentivati e va individuato preliminarmente il “ritorno” atteso da questo maxi-progetto. Non mi è chiaro quale sia l’istituzione che se ne dovrebbe fare carico: le singole PA? forse quelle grandi, ma tutte le PAL chi le segue: forse la SNA o l’AgID? Non per creare sconforto, ma per ben attrezzarsi, prima di lanciare solo belle idee ..

  • elena

    Caro onorevole, ma VOI, mentre succedeva tutto quel che ha descritto nell’articolo, dove eravate?
    Facevate le leggi e ve ne fregavate altamente del fatto che venissero applicate o meno, o vi voltavate dall’altra parte? Ha visto che le han portato un pdf scansionato invece che uno nativo. Che è, la prima volta? Certo che no, ma lei ha mai mosso un dito per sollecitare il cambiamento di procedura? No. C’è l’obbligo di dematerializzazione e non viene adempiuto. Si è mai disturbato a chiedere PERCHE’? No. Non ci sono le competenze. Si è mai chiesto se le vostre scriteriate politiche di blocco del turnover (associate al mantenimento di professionalità dove non servono tipo i famigerati forestali siciliani) sono proprio ciò che ha legato le mani a chi le competenze le avrebbe volute assumere?
    Paolo Di Pietro ha messo il dito nella piaga. Non serve fingere di interessarsi al problema adesso. Non siamo persone senza memoria e le dirò di più, le sue parole hanno un retrogusto di presa in giro assai sgradevole.

    • Susi_forumPA

      Sgradevoli sono gli incomprensibii attacchi personali verso una persona che non si conosce dietro il muro dell’anonimato soicial. Paolo Coppola è uno dei pochi che in questi anni ha provato veramente a cambiare le cose.

      • elena

        Ma il commento di Paolo di Pietro lei lo ha letto?? E gli altri? Siamo tutti disinformati? O magari noi sappiamo distinguere le parole dai fatti? Nessuno dubita che a parole si sia dato da fare, ma di concreto si è visto zero (purtroppo).

        • Fernanda Giasone

          Se non era per Coppola non sarebbe esistita nessuna Commissione d’inchiesta. Da solo non può risolvere i problemi enormi che ci sono ma almeno ci sta provando.

      • Fernanda Giasone

        Sono d’accordo con te.

  • Iacopo Tani

    Appare riduttivo indicare una sola causa del problema. Aggiungerei un diffuso limitato interesse al funzionamento della PA. Non so indicare alcuna terapia, tranne il rivolgersi alla provvidenza di Dio. Qualche spunto più laico è anche su http://www.eticapa.it/

  • Piero Casciani

    Segnalo che a oggi, se si va a cercare sui resoconti della Commissione parlamentare di inchiesta sul livello di digitalizzazione e innovazione delle pubbliche amministrazioni la relazione che avrebbe dovuto essere allegata al resoconto stenografico della seduta del 26 ottobre 2017, si trova, anziché le annunciate 150 pagine del DOC XXII bis, n. 14, un curioso abstract su “Le radici educative della patologia”, presentato al 23° congresso dell’Associazione Europea di Psichiatria, che ci informa che in Italia sono affetti da una forma di disturbo psichico circa 17 milioni di soggetti.
    C’è una qualche attinenza con la digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni? 🙂

  • beatrice

    Buongiorno. Lavoro in una segreteria scolastica. Il report dell’on. Coppola è stato da me letto su linkedin. Mi spiace abbia tratto queste conclusioni e torno a ribadire che nn bisogna generalizzare “la quasi totalità..”è una generalizzazione. Mi chiedo : Ma io lavoro in un’isola felice? Ho dirigenti preparatissimi che nn lesinano le poche risorse per garantire corsi di formazione . Forse l’on. Coppola deve rendersi conto che, il turn over non esiste e la formazione x la digitalizzazione la si fa anche autonomamente e a proprie spese, come la sottoscritta, ma è una scelta. Quanti lo farebbero?

  • Francesco GMAIL

    Prof. Coppola,
    Lei scrive “Serve un piano straordinario di assunzioni, perché, mai come in questo caso, i soldi pubblici spesi sarebbero un investimento.”
    Tralasciando qui le cause del deserto delle competenze nella PA, direi che ha centrato benissimo il problema ed individuata la soluzione.
    Bene, fatelo!, cominciando dalle situazioni più disastrate e prossime al collasso, che dalle audizioni svolte, ben conoscete.
    Cordiali saluti.
    Francesco Sofia

  • Susi_forumPA

    Se parliamo di competenze digitali, il primo ente che va chiuso è proprio l’Agid 🙁

  • Fernanda Giasone

    Gli attacchi personali verso una persona come Paolo Coppola mi lasciano veramente basita.

  • Fiorella Ragni

    Le indagini di P. Coppola dimostrano solo una cosa: che tutte le volte che si fa un’ analisi sulla situazione della digitalizzazione, si arriva sempre alle stesse conclusioni. Molto interessante il resoconto di P. Di Pietro del 2005, che naturalmente non è l’ unico ad avere sperimentato il proprio isolamento quando si fanno proposte qualificate. Come si vede, il problema non sono le competenze, ma come si utilizzano. Nel nostro lavoro, basta qualche anno di inattività per diventare obsoleti. Si, anch’io me la pago da sola la formazione, ma poi, una volta fatta, rimane comunque inutilizzata dalla PA.
    Coppola va ringraziato perché, se non altro, tiene aperta la discussione in modo autorevole, ma ritengo che potrebbe fare di più. Il problema è che, andando più a fondo si pestano i piedi di qualcuno e ci si gioca la carriera, vero? E’ per questo che ci si sente presi in giro!

    • Condivido pienamente Fiorella Ragni, nella P.A. come si nasce così si muore…frutto di politiche clientelari

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