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l'inchiesta

Coppola: “La PA dello spreco digitale: la nostra galleria degli orrori rivela la vera causa”

La radice di quasi tutti gli sprechi, delle inefficienze, delle mancate occasioni di risparmio, sta nell’assoluto disinteresse della PA riguardo alle competenze. Ecco cosa ha scoperto la Commissione di Coppola

31 Ott 2017

Paolo Coppola, presidente Commissione parlamentare di inchiesta sul livello di digitalizzazione e innovazione delle pubbliche amministrazioni


Un anno è un tempo troppo breve. Soprattutto quando ci si pone l’obiettivo ambizioso di capire come mai la PA italiana, nonostante una spesa di circa 5 miliardi di euro all’anno, sia sempre indietro rispetto agli altri paesi nelle classifiche di digitalizzazione: ecco, in questo caso un anno di inchiesta ti permette di mettere in luce solo alcuni errori colossali.

Non voglio dire che non sia importante, anzi, perché risolvere quegli errori madornali significherebbe fare un salto quantico nella nostra PA.

Quello che emerge dal primo anno di inchiesta della Commissione è che la radice di quasi tutti gli sprechi, delle inefficienze, delle mancate occasioni di risparmio, sta nell’assoluto disinteresse della PA riguardo alle competenze. Una miopia ignorante e arrogante, talmente marcata da lasciar passare più di un quarto di secolo senza preoccuparsi di avere all’interno della macchina amministrativa le giuste competenze tecniche e manageriali per gestire la trasformazione digitale, nonostante la legge lo prevedesse e lo specificasse sempre meglio con le modifiche normative nel corso degli anni. Serve un responsabile unico di livello dirigenziale apicale, responsabile per la trasformazione alla modalità operativa digitale della PA, dice il Legislatore, ma la PA fa finta di nulla, probabilmente si fa scudo del fatto che la legge prevede il tutto ad invarianza finanziaria (Errore gravissimo. Quanto tempo e quanti miliardi abbiamo perso per non aver investito nelle giuste competenze tanti anni fa?), e va avanti negli anni a concepire il digitale come acquisto di tecnologia, da progettare e realizzare in outsourcing, spesso solo per ottemperare a qualche previsione normativa, senza nessuna pretesa di ottenere e nemmeno misurare risparmi o benefici di qualsiasi natura.

L’innovazione si fa a macchia di leopardo, spesso lontano dai riflettori, sembra quasi uno “speriamo che non si accorgano che stiamo rendendo l’amministrazione più efficiente ed efficace, che altrimenti, poi, non ci lasciano lavorare”.

La Pubblica Amministrazione è digitale. Non ha senso definire procedimenti e organizzazione senza tener conto della dimensione digitale, ma per far questo significa anche investire in formazione, che secondo quanto rilevato dalla Commissione nei comuni maggiori non supera le 9 ore all’anno per dipendente.

SPID, ANPR, PagoPA, DAF, sono tutte infrastrutture importantissime ed è giusto continuare con determinazione nella direzione intrapresa, ma non è sufficiente, perché, purtroppo, nella PA italiana non si è ancora raggiunto quel livello di digitalizzazione del back office e dei procedimenti che occorreva realizzare sin dalla fine degli anni ’90. 

Come è giustificabile che pochissime amministrazioni dichiarino di aver dematerializzato completamente i flussi documentali? Come è possibile che nonostante la legge preveda da tempo che gli originali dei documenti siano formati con le tecnologie dell’informazione, la quasi totalità delle PA interpellate ammettano che continuano ad apporre timbri e sigle a mano? D’altra parte è appena arrivata alle Camere la versione “bollinata” della legge di bilancio, un pdf scansionato un po’ storto che mostra su ogni pagina un bel timbrino per “assicurare” a tutti che quella è la versione definitiva. 860 miliardi di spesa pubblica e non si è riusciti a pensare ad un modo più efficace e più efficiente di trasmettere quell’informazione. Il motivo è chiaro: si è sempre fatto così e poi le cose “importanti” sono altre – almeno così pensano loro, evidentemente – e pensando così continuiamo a non fare passi avanti.

Le banche dati non sono interoperabili, anche perché la qualità dei dati è pessima, perché sono raccolti con procedure inefficaci ed inefficienti, come è emerso chiaramente dalle inchieste su ANPR o su BDNCP. La spesa in sistemi informativi finisce in manutenzione di sistemi vecchi, progettati male e dimensionati ancora peggio. Come si stabilisce la base d’asta per il sistema informativo di un ministero senza aver deciso prima quali sono le funzionalità di quel sistema? Senza averlo progettato? Come fa un ministero che non ha al suo interno competenze tecniche a valutare se il progetto è adeguato? Se i punti funzione dichiarati corrispondono a quelli necessari o almeno a quelli realizzati? Senza competenze adeguate non si può fare. Serve un piano straordinario di assunzioni, perché, mai come in questo caso, i soldi pubblici spesi sarebbero un investimento.

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