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musei e digitale

Il museo torni a “fare il mondo” per essere di nuovo rilevante: che vuol dire

Il museo è sempre stato testimone e rappresentazione metaforica del proprio tempo. In quello presente, il ruolo del digitale non deve essere quello di annullare la distanza tra la metafora e il reale ma di costruire dimensioni narrative in grado di avvicinare le persone ai contenuti

21 Dic 2018

Lucilla Boschi

curatore museo Tolomeo

Fabio Fornasari

architetto, museologo e Membro ICOM


Quando parliamo di museo e del suo futuro in realtà non stiamo cercando di tradurre in immagine qualcosa che non esiste, ma stiamo misurando la distanza che corre tra l’esperienza sensibile della vita quotidiana e l’esperienza sensibile che ci viene offerta dai luoghi dove si espongono le cose testimoni della nostra storia (materiale e immateriale).

I musei da sempre sono stati testimonianza del proprio tempo.

I grandi cambiamenti della museologia hanno seguito i cambiamenti della società. Museo e società sono sempre stati all’interno di una continuo scambio.

Aprire i musei alle persone

Quello che sta accadendo ora è testimonianza del più auspicabile dei dialoghi tra una società che è profondamente cambiata e i luoghi espressione e testimonianza della propria cultura materiale e immateriale e della propria cultura scientifica e umanistica.

Non si tratta solo di cercare modi per valorizzare un patrimonio culturale e quindi rispondere alle regole di una economia neoliberista, ma anche di allineare la vita alle forme del racconto che stiamo sperimentando quotidianamente in relazione anche al difficile compito di includere e integrare popolazioni sempre più differenti per provenienza e capacità. Solo in questo caso possiamo parlare di valorizzazione culturale e non di mercificazione: aprire alle persone per farle partecipare a un patrimonio collettivo, pubblico.

È accaduto più volte nella storia a partire da quando le collezioni private, le wunderkammer, sono diventate nel tempo patrimoni delle nazioni. I musei hanno sempre avuto un ruolo nella società che non è stato solo quello di conservare ma piuttosto quello di esercitare il diritto alla rappresentazione simbolica e quindi di come fare proprio il mondo attraverso il suo racconto.

Museologia e geografia

Per questo motivo le modalità espositive e i dispositivi per condividere i saperi non sono mai state semplici risposte a questioni tecniche (museografia) ma sono sempre state espressione di quel rapporto di potere che il museo incarna in relazione ad un territorio. Non è un caso se la museologia compie i suoi passi a fianco della geografia; se la geografia studia il rapporto tra lo spazio e la società, la museologia si occupa del rapporto tra la rappresentazione simbolica degli oggetti e la società.

Entrambe elaborano un proprio modo di dialogare con il pubblico.

Dai panorami alle period room, dalle ricostruzione degli habitat alle scene di vita, vediamo come già nell’Ottocento la ricerca di avvicinare un pubblico più largo nel processo di costruzione del racconto di una memoria storica porti alla sperimentazione forme espositive che mirano alla meraviglia.

L’esempio di Franz Boas

Un esempio tra tutti è importante da ricordare oggi: Franz Boas, antropologo tedesco naturalizzato negli Stati Uniti. Senza entrare nel suo più complesso pensiero antropologico, interessa qui testimoniare il suo desiderio di rendere accessibile alla popolazione, e non ai soli studiosi, il problema di come avvicinare un più largo pubblico che non è preparato per comprendere i significati degli oggetti esposti in relazione alla storia europea, alla nascita degli Stati Uniti e al confronto con le altre popolazioni.

Il suo tentativo è di proporre ambienti – scene di vita – dove la persona è immersa all’interno di una ricostruzione che ha bisogno di ripensare anche le didascalie, i loro colori, la forma e gli sfondi. Boas lavora sulla credibilità delle ricostruzioni evitando lo smembramento delle collezioni.

Le ricostruzioni di Boas, come tutte le sperimentazioni ancora oggi in corso di virtualizzazione e di racconto digitale, cadono nel tentativo di annullare la distanza tra la metafora e il reale: quello che vediamo non è il reale ma la sua metafora. Come tale testimonia il nostro rapporto con le cose immerse nel tempo.

La dimensione della metafora

Detto in altro modo, il suo tentativo cade laddove ancora oggi cadono alcune esperienze digitali: il tentativo impossibile di colmare il vuoto che separa il linguaggio dall’esperienza che esso codifica.

Questo il suo limite ma questa è anche la sua potenza: lavorare sulla dimensione della metafora e del racconto dell’esperienza.

In fin dei conti nei musei convergono da un lato le esigenze di ricerca scientifica e dall’altra una inclinazione a lasciarsi permeare e affascinare dal passato. Entrambe convivono e queste hanno oggi la necessità di tradursi in racconto che fa della dimensione metaforica il proprio mondo di ispirazione e quindi trova nel digitale il più contemporaneo ambiente dove potersi riprodurre.

A fianco della digitalizzazione degli archivi, della possibilità di consultare in rete materiali e accedere alla conoscenza è proprio nella costruzione di dimensioni narrative e metaforiche che si vedono ora le sperimentazioni più interessanti.

Importante è comprendere i limiti e le potenzialità in relazione agli obiettivi: non distrarre ma avvicinare al contenuto del museo.

Non servirebbe chiudere dicendo che il museo è sempre stato testimone del proprio tempo e ne è una rappresentazione metaforica. Non può restare ancorato a una immagine di sé legata al passato. Per questo non avrebbe senso parlare del futuro del museo – poniamo attenzione al condizionale – ma dimenticare piuttosto una forma di museo che non è più testimone del nostro collocarci nel presente ma il retaggio di una società che è in cambiamento nei suoi modi di comunicare e di abitare i suoi spazi.

Sui contenuti del cambiamento in corso ci sarebbe troppo da dire ma se vogliamo che il museo possa influire su questi deve ridiventare un luogo dove poter dire: il museo fa il mondo.

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