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SELF E-HEALTH

Le app per calmare l’ansia, ecco quali e come funzionano: pro e contro

Dalla celebre “Calm” che guida nella meditazione fino al robot-psicologo Woebot, sono sempre di più le applicazioni di aiuto nei disagi emotivi basati su sistemi di Intelligenza artificiale. Una panoramica sui servizi, a cura di uno psicanalista, e le leve sui cui agiscono

27 Gen 2020
Roberto Pozzetti

Psicoanalista, Professore a contratto LUDeS Campus Lugano, già referente per la provincia di Como dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia


Il mondo della tecnologia, e in particolare quello delle app e dell’intelligenza artificiale, apre nuove frontiere nell’assistenza psicologica. Il fenomeno è in crescita. E si manifesta, al solito, a partire da una domanda comune a tanti: “ho l’ansia; a chi potrei rivolgermi per ridurla?” Soprattutto, “come fare per avere un aiuto in tempi rapidi?”.

Trovare una risposta ora, sempre più spesso, passa da fare una ricerca su internet.

Sul motore di ricerca, scrivo la parola “calma” in quanto ho l’esigenza di calmarmi. Cerco varie pagine, trovo forum di persone che soffrono d’ansia e attacchi di panico, siti specializzati, gruppi di auto e mutuo aiuto che già mi fanno sentire a casa, protetto, in compagnia di altri con problemi simili.

Le app Calm e Woebot

Ben presto, mi si presenta CALM. Che cosa sarà mai? Con scetticismo, scruto la App per comprenderne il funzionamento. Installarla richiede 34 MB e ho ancora un po’ di spazio sullo smartphone. Procedo, dunque. Ha una grafica rilassante, grazie anche all’ambientazione con l’immagine di un sereno laghetto di montagna. Mi permette di fantasticare una vacanza, in un paesaggio riposante, per fuggire via dalla tensione della città e dallo stress della vita quotidiana.

CALM mi chiede quale sia stato il tragitto per arrivarci, chi me l’ha segnalata. Rispondo selezionando l’opzione relativa alla navigazione sul web. CALM mi aiuta a dormire, senza insonnia; mi sprona anche a meditare.

Scopro, poi, WOEBOT dove viene reinventato il colloquio psicologico e viene offerto appunto un supporto psicologico. Pare vi prevalga l’approccio clinico delle TCC (Terapie Cognitivo-Comportamentali). WOEBOT, letteralmente, è il robot della sofferenza volto a conversare con l’utente circa la salute mentale e il benessere”.

Questa la descrizione, alcune volte ascoltata dai pazienti, di una crisi d’ansia e della ricerca di un aiuto per attenuare l’ansia stessa. Ma come operano questi dispositivi recentemente introdotti nella clinica?

Come funzionano le app che “calmano”

Sul piano meramente tecnico, si tratta, tutto sommato, di realtà analoghe a SIRI della Apple, ad Amazon Alexa e all’Assistente Vocale Google cui buona parte dei cittadini del mondo occidentale si rivolgono oggigiorno, nelle più disparate occasioni. Risultano, tuttavia, specializzate in un settore preciso che è quello dell’offrire supporto qualificato al benessere psicologico e alla salute mentale.

CALM è stata ideata nel 2012 in California, a San Francisco. E’ stata nominata App dell’anno 2017 da Apple. In quell’anno, ha triplicato le proprie vendite, con 40 milioni di entrate. Offre vari programmi fra i quali “21 giorni di calma” oppure “7 giorni di sonno” e occasioni di relax imperniate sulla scelta fra 10 scenari naturali e 16 melodie musicali.

WOEBOT è un dispositivo inventato dalla professoressa Alison Darcy, Ph. D. all’Università californiana di Stanford. Sulla scorta di 15 anni di esperienza, come riporta nelle informazioni postate su Linkedin che la descrivono, si è votata alla mission di rendere le “soluzioni per la cura della salute mentale smart, misurabili e accessibili”. Sviluppa, per esempio, questa applicazione per smartphone volta a un auto-monitoraggio dell’evoluzione dei propri disturbi alimentari. Disturbi alimentari rispetto ai quali tutte le ricerche concordano quanto alla distribuzione almeno al 90% femminile; si tratta infatti di un sintomo che si riscontra quasi esclusivamente fra le adolescenti e le giovani donne.

Nell’articolo Machine learning and the practice of medicine, pubblicato sul “Journal of the American Medical Association” illustra il funzionamento di Ellie, un nuovo computer che pone questioni anamnestiche analoghe a quelle che potrebbe porre un clinico in carne e ossa. Per esempio, chiede: “Quanto le è facile avere un buon sonno di notte?”. Quindi Ellie analizza le risposte verbali del paziente così come le intonazioni vocali al fine di individuare avvisaglie di depressione o di altre condizioni psicopatologiche.

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Mi pare vi sia ben poco di rischioso e ancor meno di nocivo nell’utilizzo delle suddette App in quanto tali. Trovo improbabile che implichino il pericolo di insorgenza di una dipendenza dal digitale come quella narrata nel film “Her”, scritto e diretto nel 2013 da Spike Jonze, con protagonista quel Joaquin Phoenix in questi ultimi mesi assurto agli onori delle cronache per la splendida interpretazione di “Joker”.

In “Her”, il protagonista si innamora gradualmente della voce di un sistema operativo sino a soffrire aspramente in occasione della sua dipartita. Va peraltro sottolineato come la voce costituisca non soltanto la forma attraverso la quale si presentano le allucinazioni verbali, solitamente impositive e ingiuriose tanto da affondare il soggetto in una condizione di perplessità che lo disorienta o addirittura lo annichilisce, ma anche un oggetto fondamentale quanto al causare il desiderio.

Per questo, da sempre proliferano gli innamoramenti per la voce di un certo cantante o di un tale attore. Chi troverà fastidioso, tormentante o persino persecutorio il dialogo con la voce di WOEBOT se ne sottrarrà con modalità singolari; se ne smarcherà forse più facilmente di chi trova fastidiosa, tormentante o persecutoria la voce del proprio psichiatra o psicoterapeuta.

Come sempre, si tratta di fare un buon uso dei progressi della scienza. L’ultima delle opzioni sarebbe un ritorno a un’epoca pre-tecnologica. Equivarrebbe a nuova forma di luddismo. Rammentiamo che il luddismo era quella forma di contestazione nei confronti dei macchinari, sorta fra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento in Inghilterra, che sabotava strumenti a vapore e giungeva a distruggere i telai nei lanifici e nei cotonifici in quanto imputava alla modernizzazione delle apparecchiature l’allora crescente disoccupazione. Era tutto sommato privo di un’organizzazione di statuto sindacale o partitico e risultava orientato dalla speranza utopica di una regressione verso un mondo antecedente.

Le mental app fra progresso e luddismo

Lamentarsi del propagarsi di queste App sugli smartphone dei giovani riecheggerebbe una critica romantica al mondo di Internet analoga a quella che sollevavano alcuni poemi di un Giacomo Leopardi nei confronti del passaggio dal sistema di produzione agricolo e specifico del mondo rurale al metodo di produzione meccanica e all’urbanizzazione che la rivoluzione industriale ha implicato. In effetti, alla rivoluzione industriale di fine Settecento, ha fatto seguito la più recente innovazione determinata dalla diffusione globale della Rete. Sarebbe anacronistico e impossibile restaurare un’economia prevalentemente centrata sull’agricoltura; è altrettanto anacronistico e impossibile, oltre che grottesco, restaurare una pratica clinica del tutto priva degli ausili specifici del mondo della Rete e del digitale.

Queste App istituiscono delle proposte cliniche innovative e rispettabili. Ricordiamo, anzi, quanto oggigiorno il tanto bistrattato mondo del web possa svolgere una funzione di prevenzione rispetto ad alcune problematiche, soprattutto quelle a insorgenza adolescenziale e che risultano maggiormente diffuse nel mondo giovanile. In un’epoca nella quale da un ventennio sono diffusi i siti pro-Ana, che invogliano spesso alle condotte sregolate tipiche dei disturbi alimentari, Instagram dimostra un’importante sensibilità rivolta a chi cerca hashtag quali anoressia o bulimia.

Con accortezza, oltre a nascondere i post che riportano hashtag che potrebbero incitare a comportamenti pericolosi o persino forieri di conseguenze letali, propone la scritta “ricevi assistenza” cliccando la quale vengono indicate tre soluzioni come eventuale aiuto. Nella prima, viene proposto di parlare semplicemente con un amico e viene suggerito l’incipit di un messaggio da redigere: “Sto affrontando un momento difficile e speravo di poterne parlare con te. Fammi sapere se ti va”.

Nella seconda, viene consigliato di parlare con un volontario di una linea telefonica di assistenza quale Telefono Amico o Telefono Azzurro oppure di chattare con un collaboratore qualificato di quest’ultima organizzazione. Nella terza opzione, vengono elencati alcuni suggerimenti risultati preziosi per altre persone; fra questi, il procrastinare decisioni importanti per 24 ore, il cambiare aria facendo una passeggiata all’aperto oppure in un posto gradito quale un parco o una biblioteca, il prendersi cura del proprio corpo riposandosi o facendo una doccia.

Chatbot terapeutiche o psicologo umano?

Le recensioni su Google di chi ne fruisce sono positive. Vi è chi usa le suddette App con una regolarità analoga a quella di un trattamento psicofarmacologico o fisioterapico, dedicandosi a sessioni variabili fra i 2 e i 20 minuti al giorno, chi vi trova un luogo pacificante dove depositare le proprie tensioni più saltuariamente; alcuni le fanno diventare uno spazio di meditazione, altri un’occasione da cogliere per migliorarsi nelle proprie esperienze di relazione interpersonale, altri ancora come un’opportunità per respirare una ventata d’aria fresca che distolga da un’atmosfera generalmente insalubre.

Sulla scorta della mia quotidiana pratica della clinica psicoanalitica, posso testimoniare quanto tali percorsi siano fra le svariate forme di incontro preliminare a qualsiasi trattamento analitico. L’incontro con uno psicoanalista può avvenire tuttora attraverso la lettura di un libro, in un modo analogo a quanto capitò all’Uomo dei Topi scorgendo qualcosa dei suoi lavorii mentali nelle opere di Freud; così avviene oggi leggendo un articolo pubblicato sul web.

Capita in contesti tradizionali quali l’indicazione di amici o familiari che hanno tratto giovamento dal dirsi in libertà in seduta, le conferenze, gli insegnamenti all’università. Giunge talvolta mediante una delle molteplici forme della modernità, che vanno dal vedere e ascoltare un video su YouTube del futuro analista al far parte di un gruppo comune su Facebook al compiere la ricerca sul web di un professionista che dimostri effettiva competenza e specializzazione quanto al sintomo del quale si è afflitti.

Tutte le forme del percorso preliminare hanno pari dignità. Nessuna fra esse ne costituisce la forma elettiva così come nessuna fra esse è specifica di individui “sottosviluppati”. Si tratta di modi comunque assolutamente singolari di trovare giovamento in un contatto con un clinico, in grado di dare sollievo all’angoscia. Esse vanno, comunque, distinte da una vera e propria analisi. Costituiscono semmai un preliminare, un preliminare che si estrinseca in forme moderne, dell’esperienza psicoanalitica.

Non c’è psicoanalisi senza il corpo

Una differenza abissale quanto alla psicoanalisi si intravede subito: analogamente a quanto capita con i trattamenti via Skype, non vi è in gioco il corpo. Per questo, nonostante in diverse occasioni dei potenziali pazienti me lo abbiano chiesto, non uso Skype per svolgere trattamenti. Rispetto ovviamente la scelta di stimabili colleghi che svolgono regolarmente sedute su Skype, solitamente con pazienti che risiedono in altre nazioni. Io prediligo le sedute nelle quali il paziente oppure i due partner insieme, nel caso delle terapie di coppia, sono presenti nella stanza così come vi è presente l’analista.

Che cos’è il corpo? Non è riducibile all’organismo, al piano strettamente fisico e organico in quanto il corpo umano – come sosteneva in più occasioni lo psicoanalista parigino Jacques Lacan – incorpora il linguaggio. I sintomi corporei, quali appunto le crisi d’ansia e i disturbi alimentari prima citati, sono situabili in merito alla funzione della parola e al campo del linguaggio. Nel sintomo, abbiamo a che fare con un corpo che parla, con un corpo parlante. Un sintomo rappresenta innanzitutto un dire, manifesta un desiderio di dire, di dire qualcosa che per svariati motivi viene taciuto. Per questo già Freud sosteneva che, per curare un sintomo si tratta di riportarlo dal linguaggio del corpo al linguaggio originale delle parole. Del resto, il corpo non è neppure sovrapponibile all’immagine corporea, all’immagine del proprio corpo riflessa nello specchio, peraltro basilare nella formazione della soggettività.

Un corpo si impernia su tre registri: il registro immaginario in quanto immagine corporea, il registro simbolico in quanto corpo parlante e il registro reale in quanto vitalità del corpo. Chiamiamo corpo anche e soprattutto il luogo della pulsione, concetto freudiano sempre al limite fra il somatico e lo psichico, sempre al limite fra il reale e il simbolico.

Il limite che la app non può superare

Tanto a livello sintomatico quanto al di là di qualsivoglia connotazione problematica o psicopatologica, il corpo risulta anzitutto luogo pulsionale. Pulsione umana, troppo umana, che ben poco ha a che fare con l’istinto animale. Nel corpo, si colgono le varie zone di fissazione della pulsione, attorcigliate intorno alle zone erogene.

Ecco allora la pulsione orale, evidente fin dalla primissima infanzia, come forma di domanda di nutrimento ma anche domanda d’amore rivolta alla madre e, più estesamente, al caregiver. Pulsione orale il cui funzionamento e disfunzionamento si coglie palesemente nei già citati disturbi alimentari.

Altrettanto saliente è la pulsione anale, relativa a una dialettica fra il dare e il trattenere in una dimensione simbolica di scambio con l’Altro, oltre che a bisogni fisiologici. Pulsione anale che emerge con i sintomi relativi all’apparato digerente quali colon irritabile o colite.

In altri casi emerge la pulsione urinaria, riscontrabile nei casi di cistite nervosa, spesso associata all’ambizione e a vissuti affettivi come l’ansia e la paura.

Forse è perfino pleonastico citare il ruolo di Eros, quanto alla pulsione sessuale, nella quale il piacere non va affatto di pari passo con l’intenzione conscia. Lo si constata nei fenomeni di impotenza ed eiaculazione precoce o ritardata negli uomini, nella frigidità e nel vaginismo nelle donne.

La pratica della psicoanalisi si focalizza molto sulla pulsione. Come incidere sulla pulsione soltanto attraverso una App? Come operare delle trasformazioni delle vicissitudini pulsionali vedendosi su Skype ma senza contatto fra i corpi? Senza stringersi la mano? Senza una riedizione della spinta pulsionale in occasione delle sedute? Senza attraversare le sensazioni corporee come quelle di urgenza, di angoscia, di dolore che si possono ripetere nel corso delle sedute con la presenza, a volte silenziosa, del corpo dell’analista?

Queste sono alcune delle domande da porsi circa il passaggio da un percorso preliminare, che si può svolgere benissimo attraverso una App volta a calmare l’ansia o a esplorare in prima istanza i propri disturbi alimentari, a un’effettiva esperienza psicoanalitica per la quale risulta imprescindibile l’incontro del corpo del paziente con il corpo dell’analista.

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