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privacy e minori

Sharenting, così aiutiamo le aziende a manipolare i nostri figli

Inconsapevoli dei rischi a cui li esponiamo, continuiamo a condividere le foto e con esse la vita dei nostri figli sui social. Se lo sharenting è un fenomeno troppo recente per potere fare delle verifiche longitudinali, una cosa è sicura: è in atto una vera e propria guerra per il possesso dei dati dei nostri ragazzi

27 Gen 2020
Ivan Ferrero

Psicologo delle nuove tecnologie


Per noi esseri umani del 2020 d.C. condividere non è più solamente una pratica diffusa, ma un vero e proprio modus vivendi: consideriamo il mondo digitale come una vera e propria estensione del nostro apparato cognitivo ed emotivo.

Di conseguenza nel condividere i nostri momenti di vita, anche le foto e i video dei nostri figli, ci sembra che questo materiale rimanga comunque a noi, all’interno della nostra sfera privata, perché tutto sommato la foto in questione rimane presente nel nostro dispositivo elettronico, e la condividiamo in luoghi digitali che sentiamo ci appartengono e che sono parte di noi.

Ma lo sharenting, ossia la pratica, da parte dei genitori, di condividere le foto dei loro figli sui social network oppure attraverso applicazioni di messaggistica private, pur essendo oramai diffusa e socialmente accettata, ci pone delle questioni sullo sviluppo del bambino e della sua sicurezza, oltre ad un enorme quesito sul senso della privacy e come questa è andata modificandosi nel corso degli ultimi anni.

Soprattutto, non tutti hanno la dovuta cognizione del fatto che attraverso una pratica inconsapevole e quasi compulsiva dello sharenting aiutiamo le aziende a manipolare meglio i nostri figli in futuro.

Sharenting: breve storia di una pratica secolare

Unione di “sharing” e “parenting”, sharenting è un termine che appare per la prima volta in un articolo del Wall Street Journal del 12 marzo 2013, in cui si parla di “oversharenting”, ossia “over” + “sharing” + “parenting”.

Un fenomeno probabilmente fomentato, da un lato dalla crescente qualità delle fotocamere degli smartphone, in grado di donarci fotografie sempre più realistiche e dalla resa sempre più ottimale; dall’altro dai social media (per ragazzini e non…), che esaltano sempre più la componente visual, aiutati da una capacità di banda delle reti mobili sempre maggiore.

Nella foga della condivisione che permea ogni aspetto della nostra quotidianità – dal risveglio al cibo – perdiamo però di vista il fatto che stiamo esponendo le foto di nostro figlio, e con esse la vita stessa di nostro figlio, a decine di altre persone, forse anche migliaia di estranei.

La condivisione dei momenti di vita dei nostri ragazzi è sempre esistita, basti pensare ai quadri dei piccoli che riempivano i palazzi nobili, e a come anche le persone comuni abbiano subito approfittato dell’invenzione della fotografia, anche se spesso si trattava più del ricordo che non del mostrare.

Il Digitale eleva queste dinamiche su scale molto più ampie, e ne annulla i limiti fisici, di spazio e di tempo.

Un diverso concetto di privacy

Nei secoli precedenti il digitale la privacy riguardava che cosa noi sceglievamo di non mostrare e, di conseguenza, cosa lasciavamo che gli altri vedessero di noi.

Con l’arrivo del digitale, e delle piattaforme social, unito al nostro desiderio di comunicare, abbiamo iniziato a condividere sempre più pezzi della nostra vita con differenti gradi di intimità.

Spinti dalla percezione di condividere semplicemente dei nostri vissuti, delle nostre emozioni e dei nostri pensieri abbiamo iniziato ad esporci sempre più ad un pubblico il più delle volte sconosciuto.

A questo aggiungiamo la nostra consapevolezza che oramai i momenti della nostra vita non sono più realmente nostri, ma sempre condivisi con altri, ad esempio la nostra posizione con Google, la nostra festa di compleanno con Facebook, ecc…

La condivisione quindi è diventata lo standard, l’opzione di default delle nostre vite, tanto che non condividere un momento di vita è diventato molto più faticoso e complicato rispetto al condividerlo.

Abbiamo così assistito ad una inversione del concetto di privacy, che dal positivo, ossia che cosa gli altri possono vedere di me, si è spostata al negativo, ossia che cosa gli altri non possono vedere di me.

Se prima lo sforzo cognitivo era richiesto per condividere, oggi lo stesso sforzo cognitivo viene richiesto per non condividere.

Nasce così l’idea di una vita in cui l’esposizione è di default, e a noi viene concessa la possibilità di occultare qualcosa qua e là…sempre se ci riusciamo…

E in tutto questo vortice di esposizione vengono risucchiati anche i nostri figli, perché quando condividiamo una foto dei nostri figli non è tanto per mostrare il bambino in sé, ma per mostrare il nostro essere genitori.

Quindi rimaniamo sempre all’interno della nostra sfera, sempre più incapaci di uscire da noi stessi e trasferirci, sebbene momentaneamente, nell’altro.

Microtargeting per micro-persone

Prima del digitale un figlio nasceva nel momento in cui i genitori iniziavano a fantasticare sull’idea di avere un figlio.

Si creavano fantasie, aspettative, già durante la gestazione futuro bambino veniva introdotto nella società a conoscenti, parenti e amici: il figlio iniziava ad essere presente in famiglia.

Tuttavia, questo passaggio sociale non era necessario.

Con l’arrivo del digitale abbiamo aggiunto un’altra dimensione: un figlio nasce ed entra in famiglia nel momento in cui viene condiviso sui social.

La dimensione sociale diventa conditio sine qua non affinché un individuo venga percepito come esistente e facente parte di questo mondo.

Sin qui nulla di eccessivamente disastroso, sono i Tempi Moderni, se non fosse per una peculiarità: la vita di nostro figlio viene condivisa in piattaforme social che non sono nostre, non le possiamo controllare, e il cui reale scopo è quello di monitorarci al fine di profilarci e vendere il nostro profilo alle aziende che lo richiedono.

Le nuove generazioni sono social ancora prima di nascere e, soprattutto, ancora prima che loro possano scegliere che cosa mostrare di sé stessi al pubblico e cosa no.

Nel momento in cui i nostri figli entrano nel “ciclo social” della società, ossia iniziano ad utilizzare un dispositivo elettronico per mostrarsi ed esprimere il loro essere, hanno già una traccia digitale lunga svariati anni e che si porteranno dietro probabilmente per tutta la loro vita.

E questa traccia viene costantemente analizzata e profilata dalle piattaforme in cui viene depositata.

Questo aiuta le aziende a conoscere meglio i nostri figli e a proporre servizi e prodotti sempre più mirati, attraverso strategie di comunicazione sempre più persuasive.

E associando i figli ai genitori queste aziende avranno anche la possibilità di conoscere la storia della famiglia, una vera e propria scheda famigliare messa a disposizione di chiunque la richieda, fosse per vendere qualcosa oppure, per esplorare tendenze di pensiero oppure tentare di influenzarlo.

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Esatto: attraverso una pratica inconsapevole e quasi compulsiva dello sharenting aiutiamo le aziende a manipolare meglio i nostri figli in futuro.

Semplice complottismo?

Non direi, se pensate che un gruppo di ricercatori della Microsoft Bing ha analizzato e rilevato che anche solamente un miglioramento di accuratezza dello 0,1% della profilazione è in grado di aumentare i ricavi pubblicitari per centinaia di milioni di dollari.

E, detto tra noi, già il fatto che qualcuno abbia pensato di misurare questa influenza la dice lunga sugli interessi che ci sono in gioco.

Una vita indimenticabile (anche perché non possiamo evitarlo)

Il Web non dimentica, mai!

È questo uno dei princìpi che spiego quando incontro i ragazzi durante i miei interventi nelle scuole.

Da poco tempo esiste un diritto all’oblio, che però riguarda solamente il diritto a non comparire su un motore di ricerca, mentre lo stesso contenuto rimane presente nei siti in questione.

Lo sanno bene i personaggi pubblici che ad un certo punto della loro vita decidono di reinventarsi, come ad esempio Sasha Grey, (ex) pornostar che ad un certo punto decide di abbandonare l’ambiente per dedicarsi ad altri lavori, come ad esempio fare la DJ oppure dedicarsi ad iniziative di volontariato sociale, e che per cui ha voluto modificare la sua immagine facendo in modo che il suo passato non la intralciasse.

Dopo un formidabile lavoro dell’agenzia a cui si era rivolta, adesso nelle prime pagine dei motori di ricerca compare la sua nuova vita, ma se vi recate sulle piattaforme di materiale pornografico i suoi video sono ancora là, a disposizione di chiunque li richieda.

La tendenza a dimenticare è un’arma a doppio taglio per l’essere umano, perché se da una parte porta le nuove generazioni a commettere gli stessi errori delle vecchie, dall’altra ci permette anche di evolverci, di andare oltre.

Ancora più importante: un ricordo si evolve, si arricchisce delle nuove esperienze.

Eppure, da qualche decennio lasciamo tracce indelebili e immutabili di noi, e gli effetti si possono già notare: pare che non abbiamo più la possibilità di cambiare idea, opinione, perché prontamente troviamo qualcuno che ha fatto uno screenshot di una nostra dichiarazione di molti anni prima che sfrutterà per dimostrare al pubblico la nostra presunta incoerenza.

Come se un essere umano non avesse il diritto di cambiare idea.

Con i nostri ragazzi questo elemento viene elevato all’ennesima potenza, vista la loro tenera età e un’Identità ancora in formazione.

Inoltre, non sappiamo se nel futuro avremo algoritmi per la selezione del personale o per la concessione di un mutuo che andranno a prendere in considerazione anche il comportamento che il nostro ragazzo teneva durante l’infanzia oppure l’adolescenza, comportamento che noi genitori avremo messo in Rete a disposizione di chiunque.

I nostri figli condannati (da noi) al capitalismo di sorveglianza

Siamo noi adulti stessi che alimentiamo il futuro capitalismo di sorveglianza per i nostri figli.

A tal proposito teniamo conto che già oggi i datori lavoro o gli addetti alla selezione del personale esaminano la vita social del candidato: fino a che punto si spingerà tutto questo?

Forse è veramente il caso di riconsegnare la vita digitale ai suoi legittimi proprietari, in modo che siano essi stessi a decidere cosa lasciare pubblico e cosa chiudere in ogni momento?

Una sorta di contenitore digitale centralizzato che ci permette di scegliere chi avrà accesso e a cosa, ed eventualmente potere ritirare il permesso in ogni momento.

Privacy e sviluppo del bambino

La privacy è vitale per lo sviluppo del bambino.

Le competenze chiave di alfabetizzazione mediatica relative alla privacy sono strettamente associate a una serie di aree di sviluppo del bambino quali:

  • autonomia
  • identità
  • intimità
  • responsabilità
  • fiducia
  • comportamento pro-sociale
  • resilienza
  • pensiero critico
  • esplorazione sessuale

Eppure, anche gli adulti più attenti a questi elementi si prodigano nell’oversharenting dei propri figli, come se il digitale fosse un luogo altro, in cui le leggi della psiche non hanno valore.

Stiamo forse esagerando con l’invasione e l’erosione dei loro spazi mentali e di vita protetti?

Le ricerche sono ancora in corso, di sicuro i nostri ragazzi si sentono sempre più pressati da questa invadenza da parte dei loro genitori.

Se ne lamentano nei temi di scuola, sui social network, e attraverso comportamenti, come l’abbandonare in massa una piattaforma social quando questa inizia ad essere invasa dagli adulti.

L’ombra del peso reputazionale

Stiamo caricando le nuove generazioni di un eccessivo “peso reputazionale”?

Tutto questo potrebbe portare i nostri figli ad agire non più secondo la loro natura, ma sempre più influenzati dalla pressione sociale che noi adulti abbiamo contribuito a generare?

Galimberti scrisse che “Ogni volta che noi assegniamo a qualcuno un’etichetta gli impediamo di essere qualcos’altro”.

Pensate al danno che potrebbero riceverne i nostri ragazzi, conservando la loro età in cui l’Identità è ancora in formazione, e in cui l’approvazione sociale riveste un ruolo importantissimo.

Le ricerche future dovranno dirci se stiamo impedendo ai nostri ragazzi di comportarsi spontaneamente, e soprattutto di sperimentare nuovi modi di essere in tutta libertà, attività fondamentale per il loro sviluppo.

Ciò che sappiamo già oggi è che una perdita di spontaneità porta ad un maggiore conformismo, il quale annulla la diversità, impedendo in questo modo l’innovazione e l’evoluzione della Società.

Lo stato attuale delle ricerche

Le ricerche al momento non ci dicono ancora molto.

L’oversharenting è un fenomeno relativamente recente, per cui ci manca una storicità dei dati per potere effettuare delle verifiche longitudinali.

Molto probabilmente tra qualche anno potremo fare ipotesi più precise, ma potrebbe essere troppo tardi.

Oggi abbiamo molta teoria, la quale ci racconta di un pericolo molto forte.

Una ricerca di questo tipo dovrà necessariamente indagare sulle fasce di età più precoci, mentre oggi la maggior parte delle ricerche si concentrano sul range 12-18 anni, età in cui i ragazzi iniziano a disporre di un dispositivo proprio.

Dovrà anche considerare come cambia il concetto di privacy a seconda dell’età, e che questo concetto viene concepito in modi differenti dagli adulti e dai più giovani.

Ad esempio per i ragazzi la privacy è meno incentrata sui dati personali, probabilmente perché si tratta di un concetto troppo astratto per loro, ed è più incentrata sul rispetto dei loro movimenti nella vita.

Quale futuro per i nostri figli?

Siamo veramente all’alba di un Capitalismo di Sorveglianza?

Veramente, come afferma Shoshana Zuboff al Guardian, questi sistemi sono progettati per produrre ignoranza, eludendo la consapevolezza individuale e quindi eliminando ogni possibilità di autodeterminazione?

Una cosa è sicura: è in atto una vera e propria guerra per il possesso dei dati delle nostre vite e di quelle dei nostri ragazzi.

Dati che possono essere utili, ad esempio per la Medicina, e che possono anche venire sfruttati per un controllo sociale, oppure più semplicemente per affinare le tecniche commerciali.

Il panorama che si profila davanti ai nostri figli non è rassicurante, e sta a noi adulti rimanere all’erta e non abbassare mai la guardia.

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