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Bonus POS, come fruire del credito d’imposta e cosa succede se si sbaglia

Un utile approfondimento su come fruire del bonus POS, il credito di imposta al 30% per chi accetta pagamenti con carte, senza trascurare l’aspetto sanzionatorio della misura: il rischio in caso di errori è di venir multati

20 Lug 2020
Barbara Maria Barreca

Dottore commercialista

Luca Benotto

Dottore Commercialista


Pur nella temporanea assenza dei provvedimenti attuativi che definiscono nel dettaglio le modalità di fruizione del bonus POS, vediamo come sarà possibile fruirne per gli aventi diritto. Tuttavia, è importante anche puntualizzare che cosa si rischia nel caso di errori: non mancano infatti gli aspetti sanzionatori.

Ambito soggettivo del bonus POS

Per capire questi temi, bisogna in primis chiarire che l’agevolazione interessa tutti i soggetti che esercitano attività d’impresa, arte o professioni che, nell’anno d’imposta precedente abbiano maturato ricavi e compensi non superiori ad euro 400.000.

Ricordiamo anche che, se per tutti i soggetti citati vale l’obbligo di accettare pagamenti elettronici, le sanzioni originariamente previste dall’art. 23 del citato “Decreto Fiscale” sono state abrogate dalla legge di bilancio 2020, ragion per cui ad oggi questo resta un obbligo generalizzato, ma non sanzionato. Si è invece abbassata a 1.999,99 euro dal primo luglio la soglia per il divieto di pagamenti in contanti, con le sue sanzioni invece davvero importanti (da 2.000 a 50.000 euro). Va anche detto però che la diffusione dei pagamenti elettronici (soprattutto con strumenti “contactless”) è aumentata in maniera significativa; riteniamo quindi che, indipendentemente da sanzioni la cui applicazione è spesso difficile, sarà il mercato a spingere verso una più diffusa digitalizzazione dei pagamenti e conseguentemente ad una maggior diffusione di POS, fisici e non, tra gli esercenti.

Ambito oggettivo

Il credito d’imposta si calcola sulle commissioni addebitate per transazioni effettuate mediante:

  • carte di credito, di debito o prepagate emesse da operatori finanziari soggetti alle comunicazioni all’anagrafe tributaria (in teoria, tutti i soggetti operanti in Italia);
  • altri strumenti di pagamento elettronici tracciabili.

Ovviamente l’ultimo punto è quello più interessante. Il provvedimento che regola l’obbligo previsto dalla norma (comma 5) di comunicazione da parte degli operatori finanziari delle commissioni addebitate agli esercenti ci dice che sono obbligati “i prestatori di servizi di pagamento autorizzati che svolgono la propria attività nel territorio nazionale e che, mediante un contratto di convenzionamento, consentono l’accettazione dei pagamenti elettronici effettuati in relazione a cessioni di beni e prestazioni di servizi rese nei confronti dei consumatori finali, anche prevedendo la messa a disposizione degli esercenti di sistemi atti a consentire tale accettazione.
Ciò chiaramente include non solo i fornitori esteri di POS portatili tipicamente abbinati a smartphone o device mobili, ma anche chi permette di accettare pagamenti da carte senza disporre di POS fisici (Paypal, Satispay e molti altri).

Determinazione del credito d’imposta

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Il credito d’imposta è pari al 30% delle commissioni addebitate nel corso del mese precedente su pagamenti ricevuti da soggetti che operano in qualità di consumatori finali. Nel caso di clienti persone fisiche, imprenditori o professionisti, sarà necessario (e non banale) escludere le commissioni applicate su transazioni su cui viene emessa fattura con partita IVA (perché il fatto identificherebbe univocamente l’operazione come attinente all’ambito professionale). I prestatori di servizi di pagamento obbligati alla comunicazione devono in effetti trasmettere il “Totale commissioni su operazioni di pagamento riferibili a consumatori finali”; come però possano farlo nel caso di utilizzo promiscuo del conto corrente da parte della persona fisica titolare di partita IVA è quantomeno dubbio.

Modalità di utilizzo

Nell’attesa di conoscere le disposizioni attuative “lato esercente”, iniziamo ad esaminare a grandi linee le modalità di utilizzazione del credito. Il credito sarà utilizzabile a decorrere dal mese successivo a quello di sostenimento della spesa mediante modello F24. Dovrà essere indicato nella dichiarazione dei redditi (presumibilmente in una apposita sezione del quadro RU che è dedicata ai vari crediti d’imposta) relativa al periodo d’imposta di maturazione ed eventualmente in quelle successive fino al completo utilizzo. Il credito d’imposta non costituisce imponibile ai fini delle imposte sui redditi e dell’IRAP e non concorre al calcolo degli interessi passivi deducibili né alla determinazione totale dei ricavi dell’impresa.

Sarà interessante capire se l’Agenzia, ricevendo i dati delle commissioni direttamente dai prestatori dei servizi di pagamento, si limiterà ad utilizzare tali dati per i controlli o li condividerà con gli esercenti ed i loro consulenti fiscali al fine di agevolarli nel calcolo (altrimenti tutt’altro che agevole) e nell’utilizzo del credito.

Sanzioni per errato utilizzo

In assenza di disciplina specifica, riteniamo in caso di errato utilizzo del credito si applichi la normativa generale (DLgs 471/1997, art. 13, commi 4 e 5), che prevede:

  • in caso di credito “non spettante” (credito esistente ma utilizzo in misura superiore a quello spettante o in violazione delle modalità di utilizzo previste) la sanzione è pari al 30% dell’importo del credito erroneamente utilizzato.
  • in caso di credito “non esistente” la sanzione applicabile è tra 100% e il 200% del credito utilizzato. In questo caso non è ammessa la definizione agevolata della violazione mediante il c.d. “ravvedimento operoso”.

L’obbligo di indicazione in quadro RU del credito maturato in dichiarazione dei redditi può, in caso di violazione, costituire motivo di applicazione delle ulteriori sanzioni per dichiarazione infedele (90%-180%).

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