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Non fungible token (NFT): così la blockchain cambia il mercato dell’arte

Dalla crypto-art agli NFT (Non fungible token) approfondiamo in che modo la tecnologia blockchain trova impiego nel mercato dell’arte e collezionismo in genere, un settore che attualmente risulta essere molto vivace in cui non mancano prospettive di crescita

15 Mar 2021
Riccardo Berti

avvocato Centro Studi Processo Telematico

Franco Zumerle

Avvocato Coordinatore Commissione Informatica Ordine Avv. Verona

Nel 2020 è decollato il sistema dei Non fungible token (Nft), con cui la blockchain sta cambiando il mondo dell’arte e del collezionismo (memorabilia informatici).

Il fenomeno della crypto-art

Il fenomeno non è nuovo, ma finora non aveva attratto il grande pubblico. Fin dal 2014 gli articoli di “crypto-art” (ovvero opere d’arte vendute attraverso sistemi blockchain) sono scambiati in un fiorente mercato (molto di nicchia) che consente agli acquirenti di poter rivendicare la proprietà del proprio acquisto digitale in maniera sicura attraverso l’emissione di un “certificato” basato su blockchain.

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Digitalizzazione del mercato dell’arte, ecco come si adegua il diritto

Le variazioni sul tema sono state numerose, ad esempio nel 2017 uno studio di sviluppatori canadese ha lanciato il gioco “CryptoKitties” in cui è possibile acquistare gattini virtuali su Ethereum (una blockchain concorrente rispetto a quella che muove Bitcoin) per poi farli crescere e addirittura accoppiare fra loro per generare nuovi gattini, sempre unici e legati a uno smart contract sulla blockchain di Ethereum che ne certifica la proprietà (il gioco ebbe tanto successo che rischiò di compromettere la stabilità della rete Ethereum, arrivando a costituire il 10% delle sue transazioni). Ultimamente però i numeri delle vendite di crypto-art hanno guadagnato le prime pagine dei giornali.

Qualcuno ha infatti pagato ben 390.000 dollari per assicurarsi i diritti su blockchain di un video di 50 secondi di Grimes (cantante e disegnatrice canadese legata sentimentalmente a Elon Musk) e qualcun altro ha sborsato ben 6.6 milioni di dollari per un video di 10 secondi realizzato da Beeple (pseudonimo dell’artista statunitense Mike Winkelmann), la cui ultima opera “Everydays — The First 5000 Days,” è stata bandita all’asta da Christie’s, dove ha raggiunto la cifra record di 69,3 milioni di dollari.

Quello che si acquista, si badi bene, non è l’opera in sé, ma unicamente un token su blockchain (un Non-Fungible Token) che consente di affermare la proprietà dell’opera informatica.

Una sorta di “copia autografata” dei video se vogliamo, cristallizzata su blockchain e quindi trasferibile senza problemi di sorta circa l’autenticità dell’opera.

Cosa sono gli NFT, Non Fungible Tokens

I non-fungible token sono semplicemente uno smart contract che certifica i suoi diritti sull’opera (o qualsiasi altra sequenza di bit acquistata).

L’opera quindi può tranquillamente continuare a circolare sulla rete ma il titolare dell’NFT è l’unico a poter vantare i diritti di cui allo smart contract. L’NFT costituisce quindi una prova di autenticità e, al contempo, di proprietà dell’opera.

La sicurezza di questi certificati deriva dal fatto che gli stessi sono ospitati su una blockchain, catena di blocchi informatici concatenati che non dipendono da un singolo soggetto ma vengono mantenuti in funzione dallo sforzo collettivo di numerosi nodi della rete (che vengono retribuiti per questo).

NFT e Ethereum

Questo garantisce che (quando la rete è sufficientemente popolata e il suo mantenimento appetibile) il libro mastro delle operazioni che sono ospitate sulla stessa sia registrato e immutabile. Ne consegue che il titolare dell’NFT può dimostrare i suoi diritti senza necessità di rivolgersi a intermediari e senza limiti di tempo (finché la blockchain su cui è ospitato il suo token continuerà ad essere attiva). Luogo principe per la creazione di questi NFT è Ethereum, una criptovaluta nata proprio per gestire smart contract e che ha sviluppato due standard per gestire questi Non-Fungible Token che, oltre a essere registrati sulla blockchain e non modificabili, rappresentano un bene unico.

Se la blockchain era nata per consentire spostamenti di valuta (di per sé fungibili) ed Ethereum è nata per consentire la negoziazione di smart-contract (anch’essi fondati su scambi di valuta fungibile), gli NFT sono un’ulteriore evoluzione di questa tecnologia, basata su standard che sono stati creati ad hoc a partire dal 2017. Questi standard (ERC-721 e ERC-1155) sono quindi caratterizzati proprio dall’essere non fungibili, ovvero non possono essere scambiati come moneta, ma ognuno ha un oggetto e un valore proprio. Il mercato si sta però affollando in fretta e ad esempio Binance ha sviluppato due standard proprietari sulla sua blockchain (Binance Smart Chain) destinati ad accogliere token non fungibili, così come TRON (cryptocurrency cinese). Con il fiorire del fenomeno gli investitori dovranno prestare massima attenzione alla blockchain su cui sono ospitati gli smart-contract, per evitare di acquistare certificati fondati su improvvisate catene di blocchi malfermi o che saranno in seguito abbandonate.

Il valore del mercato Non fungible token (NFT)

Ebbene, secondo un report della NonFungible Corporation e L’Atelier BNP Paribas, il mercato degli NFT nel 2020 ha triplicato il proprio valore, arrivando a 250 milioni di dollari e le prospettive di crescita non mancano. Con l’aumento esponenziale dell’interesse per il fenomeno infatti si è scatenata una vera e propria corsa all’oro, che ha portato ad una rapida “degenerazione” del fenomeno, con tentativi di vendita (spesso riuscitissimi) di oggetti unici sempre meno artistici, ma comunque di interesse.

Abbiamo così la vendita di una versione di un meme come Nyan Cat come NFT, per poi arrivare a trascendere fino all’iniziativa di Jack Dorsey, il fondatore di Twitter, che ha messo all’asta il proprio primo “cinguettio” sulla piattaforma. L’asta per il tweet ha raggiunto la considerevole cifra di 2.500.000 dollari, rendendo evidente la possibilità espansiva di questo mercato a tutto quello che è collezionabile.

Il grande vantaggio del mondo informatico, ovvero la assoluta replicabilità dei contenuti, trova così il suo stravolgimento in queste iniziative, che cercano di rendere “unico” ciò che unico non è, generando però di fatto un bene “speciale” e non replicabile. Così come la blockchain nasce per evitare il problema del c.d. double spending (una moneta del tutto virtuale senza un sistema come quello che regola Bitcoin potrebbe essere replicata all’infinito, perdendo così la sua funzione, che deriva proprio dalla sua scarsità) la crypto-art nasce per consentire di monetizzare opere che altrimenti tendono ad andare disperse data l’estrema facilità con cui possono essere copiate e diffuse.

Lo scenario

Di sicuro l’hype gioca un ruolo fondamentale nell’esplosione a cui stiamo assistendo in questi giorni, va però detto che probabilmente la crypto-art è qui per restare, come strumento utile a valorizzare (al netto della bolla di valore che a quanto pare sta iniziando a gonfiarsi in questi giorni) il lavoro di artisti informatici.

Verosimilmente, quindi, sentiremo ancora parlare di NFT e se questa non è la killer app per sfruttare appieno le potenzialità di blockchain, se non altro contribuirà a mantenere alta la soglia dell’attenzione su questa tecnologia, per cercare una sua applicazione che davvero sia in grado di migliorare le nostre vite (magari cogliendo anche l’occasione per affrontare la questione energetica che affligge queste reti decentralizzate).

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