i dati asstel

Banda ultralarga, tutti i danni di burocrazia e “bad execution”: una proposta per evitare l’ingorgo

I mastodontici tempi della burocrazia rallentano in modo inaccettabile lo sviluppo della banda ultralarga in Italia. Ecco perché alla soglia di un ciclo di investimenti epocale urge una riforma profonda e radicale, che consenta di accelerare la digitalizzazione del Paese, premessa per altre e più importanti trasformazioni

Pubblicato il 04 Feb 2021

Francesco Sacco

docente di management consulting all'Università Bocconi di Milano

ultrabroadband in italia

Se è vero che i numeri regnano sull’universo, come sosteneva Pitagora, dovremmo davvero preoccuparci, non solo del futuro della banda ultralarga in Italia, ma anche del Paese. E non soltanto in digitale.

Come mostra una ricerca commissionata da Asstel, l’associazione che mette insieme tutte le imprese delle telecomunicazioni, per portare un’infrastruttura a banda ultralarga dallo stadio di semplice progetto a quello di progetto cantierabile in un comune rurale occorrono mediamente 6 permessi da enti diversi e circa 250 giorni; in Roma Capitale 5 permessi e tra 120 e 210 giorni.

Se invece si tratta di un’infrastruttura per la rete mobile, i permessi diventano 7 e i giorni 210.

Dal progetto al collaudo, quanto tempo e quanti “intoppi”

Ma questi sono, in qualche modo, tempi medi. I ritardi di punta superano in alcuni casi i 3 anni.

A tutto questo tempo, naturalmente, va aggiunto prima tutto il tempo necessario ad analizzare il sito del progetto, fare una versione preliminare del progetto, verificarla, modificarla, integrarla, renderla esecutiva, preparare tutte le varie domande con tutti gli altri documenti a supporto che i singoli enti richiedono e presentarle nelle varie amministrazioni sparse per l’Italia o tra le varie amministrazioni municipali. Ma non è finita. Molto spesso ci sono integrazioni da fare, modifiche o richieste di cui tenere conto che possono fare ripartire dal punto di partenza la macchina autorizzativa e non soltanto per il singolo ente che le richiede. Infine, terminata la via crucis autorizzativa, si passa sul campo, dove le cose vanno fatte.

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E la realtà è ben più dura delle carte. Cosa vuol dire? Che ci sono discrepanze rispetto al progetto iniziale, mappe non aggiornate, mancate segnalazioni di infrastrutture già presenti sul luogo del progetto o – peggio – riportate in modo non corretto, imprevisti, incidenti, interferenze e quant’altro può emergere in un Paese poco incline alla programmazione e ben più sensibile alle istanze localistiche che non alle necessità dei grandi progetti. Quando le opere sono finite, non è finito tutto. Inizia il dramma del cosiddetto “collaudo”. Dopo un precollaudo interno alle aziende coinvolte, deve esserci un assenso formale da parte del committente e/o dello Stato, se fatto con fondi pubblici, che certifichi la qualità e la rispondenza dell’opera al progetto originario e alle sue indicazioni tecniche nonché formali.

E quest’ultimo passo finale apre un ulteriore baratro di incertezze e ritardi dovuti a piccoli ricatti, inerzia, scarsa volontà di cooperazione, ignoranza, malcostume anche – purtroppo – di parti dello Stato rispetto a iniziative dello stesso Stato.

Un problema che non si risolve

Il problema non è nuovo, e per questo la cosa è preoccupante. Né il Decreto Scavi, né il Dl Semplificazioni, né circa una decina di altri provvedimenti sparsi, governativi e amministrativi, di ministeri e autorità, tutti costantemente nella stessa direzione, sono davvero risusciti a incidere sul problema. Certamente lo hanno migliorato, ma non rimosso. Si è proceduto andando un po’ avanti e un po’ indietro, con sentenze e prassi che inficiavano o continuavano a inficiare gli sforzi fatti dal Legislatore o dalle varie amministrazioni.

Evitiamo fraintendimenti. I dati riportati da Asstel riflettono un quadro migliore rispetto a quello del 2015, in cui fu lanciata la Strategia per la Banda Ultralarga. Ma Asstel afferma che 60 giorni dovrebbero essere un tempo ragionevole per ottenere delle autorizzazioni basate soltanto sulla base di conformità alle norme. Assumiamo che abbia ragione, come ci arriviamo?

Una proposta per uscire dall’impasse

Faccio una piccola proposta. A mio avviso, con la cornice amministrativa attuale non se ne esce. In un certo senso, è accanimento terapeutico. Amministrativamente va ribaltata del tutto la gestione dei grandi progetti nazionali d’investimento. Occorre creare un’unica piattaforma nazionale per la gestione di permessi, documenti, gare e project management per tutti i grandi progetti infrastrutturali. Centralizzando tutto, si avrebbe un aggiornamento in tempo reale per tutti i progetti e tutti i cantieri, si eviterebbero duplicazioni nella fornitura della documentazione, si avrebbe immediata evidenza dei ritardi, anche davanti agli occhi dei cittadini, un’unica impostazione interpretativa per le norme ma anche un’unica cornice per comminare sanzioni automatiche alle amministrazioni che ritardano e per la gestione dei danni e del contenzioso. Non sarebbero più le imprese a doversi recare presso tutte le singole amministrazioni localmente ma tutte le amministrazioni a dialogare su una stessa piattaforma.

Ma quando si ha un progetto strategico per il Paese, in una condizione critica per l’esistenza stessa del suo tessuto economico, in una transizione tecnologica epocale, non è accettabile che dopo tutto quel che si è complessivamente fatto sia necessario passare fino a otto mesi per avviare la trasformazione delle carte in impianti. L’aggravante è che la quasi totalità di questo tempo è speso soltanto a muovere “informazioni”. Quasi nessuno, se non eccezionalmente, deve muoversi “fisicamente”. Se fosse altrimenti, almeno si giustificherebbero in parte questi ritardi.

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La malattia cronica della bad execution

Del resto, un conto sono le regole, un altro è la loro applicazione pratica. Il nostro Paese soffre di una malattia cronica che si chiama “bad execution”. Istintivamente, tutti coloro che sono coinvolti in un processo autorizzativo non hanno esitazioni a scegliere tra tutte le possibilità a disposizione, quella più articolata, lenta e complessa, il silenzio assenso invece dell’autorizzazione scritta, l’allargamento del coinvolgimento invece della responsabilizzazione. Si può farne loro una colpa? Ad essere intellettualmente onesti, no.

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È il sistema nel suo complesso che è progettato in questo modo e che, per questo tollera e accetta questo stato di cose. Ormai urge una riforma radicale del sistema. Ma non è possibile pensare a una soluzione superficiale. Ci si deve spingere più in profondità altrimenti si ritorna, come nel gioco dell’oca, alla casella di partenza con modesti progressi.

Ciò è soprattutto vero in questo momento storico, alla soglia di un ciclo di investimenti di dimensioni epocali, come quello del Recovery Fund. Parole e azioni non possono più essere divaricate, soprattutto nel processo di digitalizzazione del Paese, che è una premessa per altre e ben più importanti infrastrutture.

Ma, proprio in questo ambito, sulla banda ultralarga, l’Italia sta rischiando di incartarsi. Le risorse per la realizzazione delle infrastrutture sono limitate, sia in Italia sia all’estero. Aziende, mezzi, competenze, sistemi, persone capaci di portare la fibra nelle case degli italiani sono decisamente scarse. In tutto il mondo tutte le economie stanno premendo sul pedale dell’acceleratore sulle infrastrutture di telecomunicazioni proprio in questa fase di uscita lenta dalla pandemia.

Si rischia l’ingorgo. Le conseguenze sarebbero ritardi in crescita esponenziale, costi che lievitano senza controllo, la qualità che crolla, la pressione sociale e politica che monta senza soluzioni praticabili. Tutto ciò va evitato, soprattutto a livello nazionale.

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