L'Italia (digitale) che vorremmo, di cui abbiamo bisogno | Agenda Digitale

Piano recovery fund

L’Italia (digitale) che vorremmo, di cui abbiamo bisogno

Sì, l’Italia nel 2020-2021 è diversa, ci sono “le solide basi di un sistema operativo nazionale”, come racconta l’osservatorio Agenda digitale del Polimi. Ma è ancora la bozza di un sistema. Manca di organicità e si vede anche nel modo in cui l’Italia ha speso i fondi ue e si accinge a spendere i nuovi, 66 miliardi

11 Gen 2021
Alessandro Longo

Direttore agendadigitale.eu

L’Italia è cambiata, ci sono “le solide basi di un sistema operativo nazionale” scrive l’osservatorio Agenda Digitale che ha presentato a dicembre il rapporto 2020. E aria di grande trasformazione si percepisce dal super stanziamento di 66 miliardi di euro per il digitale, nell’attuale piano nazionale di ripresa e resilienza con i fondi del recovery fund.

Le basi di partenza citate dall’osservatorio: 50 milioni di italiani presenti in ANPR, 150 milioni di pagamenti gestiti tramite pagoPA, 170 milioni di fatture elettroniche alla pubblica amministrazione, quasi 13 milioni di credenziali SPID e 18 milioni di CIE rilasciate, 8 milioni di download dell’App IO e 10 di Immuni.

Possiamo aggiungere che grossi passi avanti sono stati fatti nel 2020 sul fronte della copertura banda ultra larga, anche se restiamo probabilmente sotto la media europea (dovremo aspettare l’aggiornamento dei dati Agcom e quindi il Desi 2021 per la certezza). Lo stesso nuovo rapporto BCE sull’economia digitale certifica che il ritardo italiano non è sulle infrastrutture quanto sulle competenze: digital skill, capitale umano, numero di aziende digitali, di cittadini e PA che lavorano con strumenti innovativi.

Dal Recovery Fund 66 miliardi per il digitale

L’Italia ha capito che questo ritardo è fatale per il futuro del Paese, soprattutto dopo la crisi del covid. Si legge nel documento che “il basso livello di digitalizzazione della nostra economia e della nostra pubblica amministrazione sono tra le cause principali dei bassi livelli di crescita economica del
Paese, che, a loro volta, determinano l’insufficiente tasso di occupazione femminile e giovanile e il modesto grado di sviluppo dell’economia meridionale”.

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Sono 66 miliardi di euro i fondi che l’attuale bozza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza “Next Generation Italia” assegna ai temi del digitale, pari al 31 per cento del totale. La precedente bozza ne assegnava 47 miliardi.

  • In particolare sono 25,8 miliardi per innovazione imprese (prosecuzione piano Transizione 4.0), 5G, completamento piano banda ultra larga larga, integrati con 800 milioni del ReactEU. Qui non ci sono sorprese, i piani sono già definiti e comunque i dettagli presenti nell’attuale testo sono scarni.  Si legge che per Transizione si vuole concentrare le risorse sulla dimensione più innovativa. E si prevedono progetti per sostenere lo sviluppo e l’innovazione delle catene del valore e delle filiere industriali strategiche più avanzate dal punto di vista dell’innovazione
    tecnologica e della sostenibilità ambientale; la crescita dimensionale e l’internazionalizzazione delle imprese attraverso l’utilizzo di strumenti finanziari a leva. Si prevede a tal fine di costituire, all’interno di un sistema imperniato su un fondo di fondi, un fondo operativo con un apporto di 2 miliardi. Questo meccanismo ci ricorda il Fondo Nazionale Innovazione, quindi in generale si conferma la scelta del Governo di restare nel solco del già stabilito, ma potenziandolo e accelerando.
  • 19,7 miliardi per la Sanità digitale. Qui la trasformazione ipotizzata è radicale. C’è la componente “Assistenza di prossimità e telemedicina”, 7,5 miliardi, a cui si aggiungono 400 milioni di ReactEu, per potenziare e riorientare il sistema sanitario nazionale verso un modello incentrato sui territori e sulle reti di assistenza socio-sanitaria. Lo stesso modello che l’Italia ha smantellato per fare quadrare il bilancio e con la privatizzazione della Sanità. Lo stesso modello che ha aiutato molto la Germania nel covid e la cui assenza ha contribuito a far salire il numero dei nostri morti, come indicato da molti esperti (come Sergio Pillon, uno degli autori del nostro sito). Questa componente – si legge – servirà anche a a superare la frammentazione e il divario strutturale tra i diversi sistemi sanitari regionali garantendo omogeneità nell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza – “LEA”; a potenziare la prevenzione e l’assistenza territoriale, migliorando la capacità di integrare servizi ospedalieri, servizi sanitari locali e servizi sociali. La frammentazione territoriale è quello che al momento rende il fascicolo sanitario elettronico una scatola vuota in gran parte delle Regioni e che contribuisce a rallentare il piano vaccini, tamponi. Altra componente, “Innovazione dell’assistenza sanitaria”, ha 10,5 miliardi, a cui si aggiungono 1,3 miliardi di ReactEu. Per promuovere la diffusione di strumenti e attività di telemedicina, a rafforzare i sistemi informativi sanitari e gli strumenti digitali a tutti i livelli del SSN, a partire – riconosce il Governo – dalla diffusione ancora limitata e disomogenea della cartella clinica elettronica. Rilevanti investimenti sono quindi destinati all’ammodernamento delle apparecchiature e a realizzare ospedali sicuri, tecnologici, digitali e sostenibili, anche al fine di diffondere strumenti e attività di telemedicina. Quest’ultima è entrata solo a dicembre nel sistema sanitario nazionale, dopo anni di attesa. Il che la dice lunga su quanto poco digitale e digitalmente organica è stata finora la Sanità in Italia, per via della disorganizzazione territoriale e l’incapacità dei vari Governi di coordinare centralmente la transizione al digitale. 
  • Digitalizzazione, innovazione e sicurezza nella PA, 11,3 miliardi di euro. Correttamente si legge che “l’intervento
    sulla PA passa attraverso il rafforzamento e la valorizzazione delle competenze e la semplificazione dei processi decisionali e autorizzatori”. Cose che gli esperti dicono da anni, alcuni parlamentari (Paolo Coppola, PD della scorsa legislatura) hanno provato a fare, da soli e ignorati dai Governi. Sarà la volta buona? Ora abbiamo i fondi per potenziare le competenze PA, anche con nuove assunzioni, ma il problema sarà come sempre scardinare gli arroccamenti di potere che hanno finora ostacolato il cambiamento. L’innovazione PA si raggiunge anche attraverso investimenti nelle infrastrutture digitali, che dotino la PA di interfacce condivise che consentano di fornire servizi moderni, interoperabili e sicuri”. Si torna finalmente a parlare della razionalizzazione dei CED pubblici e della migrazione delle PA al cloud, anche in ottica di maggiore sicurezza (progetto per anni rinviato e che risale al primo dg di Agid, Agostino Ragosa). “In questo ambito, lo sviluppo di un cloud nazionale e la effettiva interoperabilità delle banche dati delle PA avviene in parallelo e in sinergia con il progetto Europeo GAIA-X, nel cui ambito l’Italia intende avere un ruolo di primo piano. Tale componente deve concorrere a costruire un intervento di riforma strutturale, da precisare ulteriormente, che garantisca l’attuazione dei progetti e completi il percorso delle riforme della PA degli anni precedenti su alcuni aspetti cruciali”. In questo quadro, occorre valorizzare in particolare la dimensione e l’impatto di genere (ad esempio in relazione allo sviluppo della smart working, e all’accesso a posizioni dirigenziali) e quello sui giovani (ad esempio in relazione al reclutamento straordinario per l’esecuzione del PNRR). Tra gli altri punti, il documento prospetta il completamento dei progetti nazionali ANPR, PagoPa, App Io, Spid. Uno specifico profilo di investimento nell’ambito della missione, con una sua autonomia progettuale, è volto a potenziare la digitalizzazione ed il capitale umano del sistema giudiziario italiano al fine di accelerare lo smaltimento del pregresso. Tale linea di intervento, che assieme a quello sulla PA ha un impatto positivo anche sugli investimenti privati e l’attrattività del nostro sistema Paese, deve essere collegata a una strategia ambiziosa e condivisa di riforma della giustizia, da precisare meglio nel merito e nei tempi di attuazione. L’attuazione di un nuovo modo di lavorare della PA, con nuove competenze, semplificazione sarà molto complicata, dirompente per i meccanismi consolidati di potere; ma è l’unica via percorribile per un Paese moderno.

Le basì di un’Italia digitale, sì. Ma solo quelle

L’osservatorio Polimi dice che bene o male, i risultati già raggiunti nella digitalizzazione hanno permesso di affrontare meglio il covid-19: senza Spid e App Io certo sarebbe stato più complesso erogare gli incentivi. Ma con un’Italia più digitale avremmo fatto meglio, anche sul covid-19. Si pensi, come detto, al ritardo della Sanità. Grazie alla telemedicina – per dirne una – i medici possono fare diagnosi a distanza in modo efficiente e con meno rischio contagi.

Senza banda ultra larga non avremmo avuto affatto didattica, ma questo ci consoli poco a un confronto con i Paesi vicini. Perché la Scuola sarebbe andata molto meglio se fosse stata più preparata al dover lavorare in digitale.

In generale, un’Italia digitale è necessaria anche per cogliere la trasformazione 4.0 che sta per cambiare ancora una volta la nostra economia e società, con la spinta di intelligenza artificiale e automazione.

Abbiamo le basi del sistema operativo, ma non il sistema compiuto. Manca una visione organica – come riflette anche Alfonso Fuggetta in questo articolo – e non ce lo possiamo permettere. Non certo di fronte all’enorme sfida e opportunità di utilizzare i miliardi del Recovery Fund (e finire di spendere i 3,6 miliardi della precedente programmazione europea entro il 2023). E non è un caso che manchi una visione organica anche nel piano con cui l’Italia si accinge a mettere a frutto il recovery fund, come scrive Carlo Mochi Sismondi.

Ma un cattivo segnale è anche – come riporta l’osservatorio – il modo molto disomogeneo con cui le Regioni stanno riuscendo a spendere i soldi europei.

Fonte: osservatorio agenda digitale 2020

E, per citare qualcosa che tutti abbiamo vissuto da vicino, preoccupano anche le modalità improvvisate con cui abbiamo avviato il cashback, il bonus bici: pura volontà politica di partire subito, senza preoccuparsi che il sistema tecnico alle spalle fosse rodato.

Il caso Immuni è emblematico

Forse più emblematica ancora della mentalità analogica e a solis con cui la macchina pubblica si applica al digitale è il caso Immuni, che su Agendadigitale.eu abbiamo seguito con particolare e critica attenzione. L’osservatorio lo cita come un esempio di novità digitale, ma è anche emblema di ciò che non funziona nella PA perché sul tracking digitale del covid-19 è mancata e continua a mancare la collaborazione tra operatori sanitari e tecnologia. Tra centro (che ha fatto e pensato l’app) e periferia (Regioni, Asl, medici). Cartina tornasole del problema è stato il dpcm del 18 ottobre 2020 dove “è fatto l’obbligo all’operatore sanitario di caricare il codice chiave in presenza di un caso di positività”. Non è cambiato nulla perché – come per gli obblighi della PA digitale, da spid a pagopa – non basta una norma per cambiare le cose, se il cambiamento è impedito da lacune culturali e operative di base.

Serve una visione organica, davvero digitale

I fondi ci sono, ma non sono fattore sufficiente. Bene che il dipartimento Innovazione del Governo ha annunciato un fondo da 43 milioni per il digitale nei Comuni; si somma a un fondo da 42 milioni disponibile da quest’anno dal dipartimento Funzione Pubblica per i piccoli Comuni. Ma gli enti locali vanno accompagnati da vicino alla trasformazione digitale, come riflettono anche i direttori dell’osservatorio Luca Gastaldi e Michele Benedetti. I progetti nazionali (come PagoPa) vanno completati – fatevi un giro su AppIO, ora che è popolare grazie al cashback e apprendete con amarezza la probabile assenza del vostro Comune (al Sud solo Palermo, tra i capoluoghi di provincia).

Bisogna anche che la logica di economia di scala alla base dei progetti nazionali si estenda e diventi il modo normale con cui il pubblico lavora in Italia (e magari contagiando in questo pure il privato). Come spiega Luca Gastaldi, “Ora che le piattaforme nazionali hanno buoni livelli di maturità, è il momento di concentrarsi sui necessari interventi infrastrutturali e di interoperabilità che ammodernino e rendano sicuri i processi con cui le varie PA funzionano, collaborano (tra di loro e con le aziende) e creano valore per i cittadini. Vedo due ambiti iper-prioritari da questo punto di vista: i poli strategici nazionali (e la progressiva migrazione al paradigma del cloud) e lo sviluppo di API in ambito pubblico“.

Fonte: osservatorio agenda digitale 2020

L’Agenda Digitale non è solo la PA, vero, ma gli altri fronti hanno goduto di una visione organica e di un’accelerazione maggiore: il piano banda ultralarga al 2023 dovrebbe compiersi; il piano Transizione 4.0 va avanti senza intoppi. Quando si tratta di cambiare la PA, diventa tutto di colpo più difficile.

La PA doveva essere fattore abilitante della trasformazione digitale (lo si dice dal 2012 e infatti la nostra prima agenda digitale è tutta pa-centrica, vedi decreto sviluppo bis 18 ottobre 2012). È diventata fattore di freno. Hanno prevalso resistenze che molto hanno in comune con vecchie logiche di potere; ma anche un’incapacità di capire di quante risorse – soprattutto in termini di competenze – la PA avesse bisogno in questa fase storica critica.  

Fonte: osservatorio agenda digitale 2020

Andrà meglio? Si vedrà presto

Andrà meglio? Non si vedono francamente segni di svolta nel modo in cui la politica approccia a questo tema. Procede sempre ad annunci e rattoppi. Anche grazie all’emergenza sanitaria, c’è una consapevolezza nuova, però, questo sì: che il digitale è imprescindibile.

Se l’Italia, a partire da chi la dirige, saprà allinearsi anche sul modo – organico, finalmente – di cogliere questa esigenza è ancora tutto da vedere. Il piano nazionale di ripresa e resilienza sarà un primo importante banco di prova. E, date le risorse in gioco e la forte crisi incombente, non possiamo permetterci di sbagliare ancora: l’Italia deve imparare a adottare un approccio serio, maturo e strutturato alla digitalizzazione, a partire dai progetti di spesa del recovery fund; abbandonando logica emergenziale e delle toppe.

Un cambio culturale è necessario, a partire dalla classe dirigente politica e industriale. 

Negli anni ’90, quando l’economia digitale era nascente, una cultura vecchia ci ha impedito di sfruttare quest’opportunità (come ha scritto, tra i primi, l’economisti Francesco Sacco). Abbiamo perso pil e i nostri giovani sono stati costretti a emigrare.

La cultura dirigenziale italiana è cambiata da allora, ma non troppo. Sotto la patina del moderno sembra ancora la stessa, gerarchica e a silos. Riconosce l’importanza del digitale, ma si rifiuta di adottarne le logiche dirompenti e di metterlo concretamente al centro della politica del Governo. Né si intravede, onestamente, una nuova classe politica dotata di un imprinting diverso.

Articolo aggiornato l’11 gennaio rispetto alla prima versione uscita il 18 dicembre con l’ultima bozza del piano nazionale del recovery fund

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