Mercato digitale della PA italiana modesto e troppo concentrato: ecco la situazione | Agenda Digitale

L'analisi

Mercato digitale della PA italiana modesto e troppo concentrato: ecco la situazione

I dati dell’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano evidenziano valore, dimensione e concentrazione del mercato digitale della PA, portando alla luce i problemi che ne frenano lo sviluppo: servono cambiamenti urgenti

19 Feb 2021
Luca Gastaldi

Direttore dell'Osservatorio Agenda Digitale Politecnico di Milano

Il mercato digitale della PA vale 5,9 miliardi di euro (solo l’8% del mercato digitale italiano) ed è concentrato nelle mani di pochi attori: solo il 15% dei fornitori di ICT lavora con la PA mentre i primi dieci fornitori per fatturato coprono il 60% di quanto speso dalla PA in SPID, ANPR e pagoPA. Molte PA si limitano ancora oggi a chiedere alle aziende private prodotti e ore-uomo in body rental per sviluppare soluzioni digitali che rispondano a esigenze specifiche, definite più o meno bene dalle PA stesse. Il nuovo Piano triennale e il D.L. Semplificazioni cercano invece di far tendere il sistema verso uno scenario in cui la PA fornisce dati, API, incentivi, driver di sviluppo applicativo e regole generali e i privati valorizzano tutti questi elementi, concorrendo tra loro per sviluppare i servizi applicativi migliori, riducendo progressivamente lo sviluppo di prodotti poco interoperabili o l’offerta di ore in body rental.

Affinché questo nuovo scenario si concretizzi servono in primo luogo regole e strumenti di procurement pubblico chiari, inoltre le PA devono focalizzarsi maggiormente sui loro processi di back-end, sviluppare solide competenze digitali e padroneggiare gli strumenti tramite i quali collaborare con le imprese, mentre le imprese devono cambiare i loro modelli di business e offrire soluzioni interoperabili, in grado di valorizzare adeguatamente gli asset pubblici.

I fronti critici

Purtroppo, su tutti questi fronti, ci sono ampi margini di miglioramento:

  • il Codice dei contratti pubblici è oggetto di continue revisioni ed è lungi dall’essere pienamente operativo;
  • le PA continuano ad avere scarse competenze digitali e a ignorare gli strumenti con cui lavorare insieme ai privati;
  • Il mercato dei fornitori di soluzioni digitali alla PA italiana è di modeste dimensioni, concentrato nelle mani di pochi attori e con tempi di gara non allineati ai contesti privati; questo insieme di fattori non incentiva le imprese a rivedere i loro modelli di business e a migliorare la qualità della loro offerta.

Il risultato è un circolo vizioso da cui è difficile uscire, in cui si rischia di rallentare fortemente la digitalizzazione della PA e, di conseguenza, dell’intero paese. L’Osservatorio Agenda Digitale ha prodotto alcune evidenze per meglio comprendere l’urgenza di un cambiamento.

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Il ruolo della PA per spingere l’Italia digitale: le priorità da affrontare

Valore e dimensione del mercato digitale della PA

Secondo le previsioni di Assinform[1], nel 2020 il mercato digitale ha cubato poco meno di 70 miliardi di euro, in calo del 3,1% rispetto al 2019. Come mostrato in Figura 1, il 42% di tale valore deriva dal mercato consumer. Seguono il mercato di telco e media (12%) quelli relativi all’industria (11%) e alle banche (11%). Il mercato della PA vale 5,9 miliardi di euro e rappresenta solo l’8% del mercato digitale italiano.

Figura 1. Mercato digitale italiano nel 2020 con un dettaglio relativo alla PA

Per meglio comprendere tali numeri abbiamo analizzato la spesa pubblica pro-capite in tecnologie digitali dell’Italia e di paesi a lei simili per caratteristiche socioeconomiche. Con i nostri 98 euro a cittadino spendiamo quasi tre volte meno del Regno Unito (323 euro a cittadino) e due volte meno di Germania (207) e Francia (186). Oltre ad essere di dimensioni economiche modeste, il mercato di soluzioni digitali alla PA è anche popolato da un numero limitato di attori. Sono poco più di 112.000 i fornitori italiani di soluzioni digitali, di cui il 62% offre servizi, il 23% software, il 7% si occupa di commercio all’ingrosso, il 5% opera nel mercato dell’hardware e il 4% in quello delle telco. Ma quanti di questi lavorano con la PA? Per capirlo abbiamo analizzato le 3,8 milioni di soluzioni acquistabili grazie agli strumenti di Consip[2] nell’area merceologica “informatica, elettronica, telecomunicazioni e macchine per l’ufficio” e le abbiamo incrociate con gli open data messi a disposizione dal soggetto aggregatore in cui sono indicati i fornitori con cui lavora.

Solo 15.368 dei 112.339 fornitori italiani di soluzioni digitali (pari a circa il 15%) utilizzano gli strumenti di Consip per vendere i propri prodotti e servizi alla PA italiana. Considerando che la Finanziaria 2016 vincola[3] il passaggio da Consip per la maggior parte degli acquisti pubblici in digitale, è ragionevole pensare che tale numero sia rappresentativo della situazione italiana. Come mostrato in Figura 2, alcune regioni, come la Lombardia (25.058 fornitori di soluzioni digitali di cui 2.137 con offerte su Consip) e il Lazio (13.795 e 2.099), hanno maggiori dimensioni e, pertanto, più fornitori di altre. La macroarea del nord-est è quella che, complessivamente, ha meno fornitori che lavorano con la PA (2.742 dei 22.583 presenti sulle regioni del territorio).

Figura 2. Distribuzione territoriale dei fornitori italiani di soluzioni digitali

Un mercato concentrato

Il mercato digitale della PA non è solo piccolo ma anche molto concentrato. Abbiamo già dimostrato[4] che 13 fornitori coprono il fabbisogno informatico del 75% dei comuni italiani e che i primi 3 per numero di software offerti arrivano a soddisfare il 52% della domanda. Per confermare questi dati, aggiornati solo al 2015, abbiamo analizzato la spesa pubblica nelle principali piattaforme abilitanti previste dal Piano triennale.

Abbiamo estratto e analizzato da contrattipubblici.org gli oltre 9.500 contratti pubblici che contenessero riferimenti a SPID, ANPR e pagoPA. Grazie a questi dati è stato possibile determinare prima di tutto quanto denaro pubblico è stato investito nelle tre piattaforme abilitanti. Come mostrato in Figura 3, a fine 2019 le PA italiane avevano speso poco più di 7,6 milioni per adeguarsi a SPID, 14,9 per ANPR e 19,7 per pagoPA. Complessivamente sono stati spesi quasi 42 milioni di euro (di cui oltre 13 solo nel 2019). Di questi, più di 25 (circa il 60%) sono nelle mani dei primi 10 fornitori per fatturato raccolto relativamente alle varie soluzioni. Più precisamente:

  • i primi 10 fornitori per fatturato generato grazie a SPID hanno raccolto 5,7 dei 7,6 milioni spesi dalla PA nella soluzione (pari al 75% del totale);
  • i primi 10 fornitori per fatturato generato grazie ad ANPR hanno raccolto 8,5 degli 14,9 milioni spesi dalla PA nella soluzione (pari al 57%);
  • i primi 10 fornitori per fatturato generato grazie a pagoPA hanno raccolto 10,9 dei 19,7 milioni spesi dalla PA nella soluzione (pari al 55%).

Un mercato così concentrato riduce le dinamiche competitive e fornisce pertanto pochi stimoli alle imprese presenti al suo interno nel rivedere la propria offerta, cercando di innovarla continuamente.

Figura 3. Spesa pubblica in SPID, ANPR e pagoPA suddivisa per anno

Rielaborazione di dati da contrattipubblici.org

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Note

  1. Si veda il report “Il digitale in Italia 2020: mercati, dinamiche, policy”.
  2. Accordi quadro, convenzioni, MePA, SDAPA.
  3. Per maggiori informazioni si veda il report “In corsa per l’Italia digitale” .
  4. Si veda il report “Italia digitale: come evitare l’anno zero”.
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