L’intelligenza artificiale sta ridefinendo i confini della creatività, trasformando chiunque in potenziale creatore attraverso semplici descrizioni testuali. Ma cosa significa davvero quando le macchine si sostituiscono all’artista, e quale prezzo paghiamo in termini di autenticità e valore?
Indice degli argomenti
OpenArt AI: dalla descrizione testuale all’opera visiva
Partiamo da Openart AI: si autodefinisce un generatore di arte IA che «trasforma le tue descrizioni testuali in straordinarie opere visive». E aggiunge che «dalle immagini fotorealistiche agli stili anime e pittura a olio, che tu sia un principiante o un artista esperto, questo strumento offre qualcosa per tutti, una tela espansiva dove la tua immaginazione creativa può correre libera».
Il lancio destina i servizi di Openart AI a «un artista professionista alla ricerca di uno strumento per integrare le sue opere fisiche o un influencer sui social media che mira a stupire i suoi follower su Instagram con arte generata dall’IA».
OpenArt è anche una piattaforma pensata non solo per generare video, ma per narrare storie in video, che offre agli utenti controllo fotogramma per fotogramma su un racconto in sviluppo.
La sua costola video permette ai consumatori di partire da alcune immagini di personaggi generate dall’IA e da una riga di testo, anche semplice come “gatto che balla in un parco”, per generare una scomposizione della scena modificabile atto per atto, eseguendo il rendering attraverso diversi modelli principali tra cui scegliere il risultato migliore.
Italian brainrot: l’allucinazione collaborativa che ha conquistato TikTok
I cofondatori di OpenArt, Coco Mao e Chloe Fang, dicono che oltre l’80% dei loro utenti non ha alcuna formazione artistica e che hanno sponsorizzato video tutorial e creato modelli di avvio rapido per sfruttare specificamente la tendenza delle persone comuni a partecipare a Italian brainrot.
Allora si deve fare un passo indietro e spiegare cos’è Italian brainrot, alla lettera “marciume cerebrale italiano“. Si tratta di immagini e video che mostrano ibridi umano–animale–oggetto con nomi pseudo-italiani come “Bombardiro Crocodilo” e “Tralalero Tralala“, il cui successo è iniziato con pochi suoni virali in falso italiano su TikTok. Presto, molte persone hanno partecipato a quella che sembrava un’enorme allucinazione collaborativa, inventando personaggi, retroscena e visioni del mondo per un universo assurdo in continua espansione.
«Italian brainrot era fantastico quando è esploso» dice lo sviluppatore software e creator di contenuti Denim Mazuki. «Ognuno aggiungeva un pezzo. I personaggi non appartenevano a uno studio o a un singolo creator, erano creati dagli utenti costantemente online».
Slop: quando la creatività IA diventa brodaglia digitale
E qui si arriva all’altro fenomeno che tutta questa libera creatività assistita, che potremmo chiamare fantasia aumentata o realtà impoverita, ha contribuito a impinguare. In inglese si chiama Slop ma altro non significa che “brodaglia”, la sbobba in cui sequenze di marciume cerebrale e altre amenità di varia lega sguazzano come pezzi di lardo in una pasta e fagioli ripassata da settimane.
L’uso attuale del termine slop online risale ai primi anni 2010 su 4chan, un forum noto per le sue battute interne spesso tossiche. È una specie di insulto peggiorativo per qualsiasi cosa che sembri una produzione di bassa qualità destinata a un pubblico ignaro, spiega Adam Aleksic, linguista di internet. Slop è diventato un comodo modo rapido per liquidare quasi qualsiasi contenuto generato dall’IA, indipendentemente dalla sua effettiva qualità. La nuova definizione del Cambridge Dictionary probabilmente consoliderà questa percezione, descrivendolo come «contenuto su internet di qualità molto bassa, soprattutto quando creato dall’IA».
Dal brodo primordiale alla brodaglia: un’evoluzione culturale paradossale
Chi avrebbe mai detto che dal brodo primordiale, l’ipotetico ambiente ancestrale in cui si pensa possano essere avvenuti gli eventi chimico-fisici che avrebbero poi dato origine alla vita sulla terra, si sarebbe un giorno passati alla brodaglia IA?
Warhol e Duchamp: quando l’artista sapeva creare prima di delegare
C’è stato un tempo in cui Andy Warhol girava presso le redazioni di riviste di moda con opere realizzate di mano propria. Sembrerà strano e impopolare, ma c’è stato un tempo in cui il re della Pop Art ha ricevuto un incarico come disegnatore presso Harper’s BAZAAR perché gli era scappato uno scarafaggio dalla cartella di disegni intenerendo l’art director della rivista cui intendeva mostrarli come campioni della sua arte.
Insomma Andy Warhol sapeva disegnare prima di darsi a tecniche di riproduzione seriale e/o delegare ad altri nella sua “Fabbrica” funzioni artistiche che producessero opere di sua ideazione, come sarebbe diventata tradizione decenni più tardi nella cosiddetta arte relazionale, o nelle opere-meme alla Maurizio Cattelan. Così come sapeva dipingere Marcel Duchamp prima di convincere il mondo che un vecchio orinatoio potesse essere una artistica fontana.
La Pop Art e la democratizzazione del kitsch
È nel 1964 che Andy Warhol opera il grande salto, realizzando una serie di sculture in cui riproduce fedelmente delle scatole di pagliette saponate per pulire le stoviglie, marca Brillo, in vendita nei supermercati per pochi centesimi, e le rende subito famose almeno quanto le sue serigrafie con le lattine di zuppa Campbell.
Di lì in poi, che fossero palloncini dorati a forma di cagnetto o bambine in volo con palloncini a forma di cuore stampati su qualche muro, il genio artistico è stato al servizio dell’utente generalizzato per offrirgli quello che lui già aveva prodotto nel suo immaginario kitsch.
Da quando il movimento pop ha presentato al popolo i suoi miti rispiattellati in forma di opera d’arte, con l’impunità di uno specchio ingranditore, tutto è passato regolarmente dalla sfera della banalità al consumo di massa elevato a valore. È l’esplosione dell’idea in sé, non importa realizzata come, da chi o da cosa, a contare, e soprattutto la sua riproducibilità nella base bassa di una piramide di merito al cui vertice rimane sempre ben piazzato il genio, illudendo però il poveretto che spinge i massi in fondo di essere ugualmente creativo e, talora, ugualmente significativo.
Sartre e Truffaut: il paradosso filosofico della creazione artistica
Nel 1945, nel saggio Cos’è la letteratura, Jean-Paul Sartre motiva filosoficamente l’impulso umano alla creazione artistica come il bisogno di sentirsi essenziale nei riguardi di qualcosa di esistente. Prende ad esempio un paesaggio che l’uomo, in quanto essere rivelante, sa valorizzare individuandovi connessioni e peculiarità che il paesaggio in sé da solo non esprime.
Quando l’individuo volta le spalle all’immagine, essa perde di significato o marcisce, però non scompare poiché, pur avendo smesso di ammirarla, l’individuo che non la guarda più non le è essenziale. Per esserle essenziale, dovrebbe averla creata. Se crea un paesaggio, esso dipende allora dalla sua esistenza, ma purtroppo a quel punto l’autore non è più in grado di rivelarlo, essendo pienamente consapevole del processo di creazione, e ha bisogno di un altro individuo affinché l’opera sia rivelata.
È il rapporto tra scrittore e lettore: l’uno non è in grado di rivelare la propria opera giacché osservandola continua a scriverla, l’altro non è essenziale all’opera ma può rivelarla come fruitore. A questo assunto di Sartre si aggiunge la distinzione fatta da François Truffaut in fatto di professionismo e dilettantismo. Il regista francese non ha mai rivisto un suo film dopo l’uscita nelle sale, asserendo che è il dilettante a compiacersi della propria opera mentre il professionista, dopo averla prodotta e divulgata, se ne disinteressa e si rivolge a qualche nuova creazione.
Il cortocircuito creativo: chi è essenziale nell’arte IA?
Come armonizzare tali riflessioni con i testi, l’arte e i video realizzati tramite Intelligenza Artificiale, tutta questa brodaglia IA che prenderà sempre più piede? Una volta stabilito che l’IA pone in essere la sua visione del mondo indipendentemente dalla precisione dei prompt ricevuti, facendo sempre alla fine un po’ come le pare e costringendo l’ideatore a rassegnarsi allo stupore della produzione elettronica scaturita dalle sue parole, una volta accettato il fatto che si è autori dell’opera “commissionata” in percentuali sempre più irrisorie, bisogna ammettere che in fatto di interazione con IA non ci si trova più di fronte a artisti o aspiranti tali, creator o aspiranti tali, ma fondamentalmente a committenti di opere realizzate da ghostwriter sintetici.
Se l’arte etimologicamente deriva da “tecnica“, una tecnologia che favorisce l’arte del creatore o gli si sostituisce moltiplica la distanza tra lui e l’opera. Così non si sa più dove ci si trova sul percorso tra essenziale e inessenziale, tra professionista e dilettante, tra creatore e rivelante, e il paradosso delle nuove forme chiamate artistiche, dalla poesia algoritmica, alla pittura e al video IA, esplode in miriadi di implicazioni impazzite.
Chi rimane essenziale a questa creazione, l’Intelligenza Artificiale o l’individuo che se ne serve? Chi si gode il frutto della creatività, se fruitore e creatore coincidono in un cortocircuito che ha l’IA come tragitto intermedio?
Nella brodaglia illuminata da bagliori di marciume cerebrale italiano, le piattaforme social diventano gallerie d’arte in cui un popolo sempre più indistinto ammira la propria idea realizzata da una macchina che lo illude di essere Duchamp o Dalì, facendolo diventare il consumatore della propria stessa sbobba. E non ci si stupirà di vedere un giorno bambini incantati ad ammirare un madonnaro che con carboncini colorati regala alla pavimentazione di una piazza il miracolo effimero di un’immagine dipinta davvero.













