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Archivi digitali personali: come preservare memoria e identità



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L’esplosione informativa e l’invecchiamento rendono obsoleto il sistema cognitivo umano. La memoria digitale rappresenta un antidoto concreto: un archivio organizzato che conserva, ritrova e riutilizza conoscenze in modo creativo, contrastando il decadimento biologico e contestuale

Pubblicato il 9 feb 2026

Andrea Granelli

Fondatore di Kanso, società di consulenza nell'innovazione e il change management



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Di fronte all’esplosione informativa e al progressivo indebolimento delle capacità biologiche di ricordare, costruire un archivio digitale personale diventa l’unico modo per preservare competenze, identità e capacità di azione in un contesto sempre più complesso.

L’evoluzione del contesto cognitivo contemporaneo

Tutto, tutto, tutto, è memoria (Giuseppe Ungaretti)

L’aforisma venne pronunciato dal poeta durante una conferenza del 1937 su Giambattista Vico (non a caso uno dei grandi filosofi dell’educazione…) e ci ricorda che il problema del ricordare non riguarda solo l’apprendimento o il contrasto del progressivo dimenticare che emerge con l’invecchiamento: è qualcosa di più.

Normalmente guardiamo al contesto e alla sua evoluzione, mettendo in luce una serie di variabili esogene come i trend, l’evoluzione tecnologica, le dinamiche socio-demografiche, la trasformazione dei bisogni, le dinamiche ambientali, le tensioni geopolitiche…

Il punto di partenza di questa riflessione è, invece, una lettura delle trasformazioni in atto dal punto di vista di noi che le subiamo. Nello specifico, qual è l’impatto di questi cambiamenti sul nostro sistema cognitivo? Come cambiano le modalità con cui cerchiamo informazioni, le acquisiamo, le com-prendiamo, le colleghiamo fra di loro per capirne di più? Quanto è efficace il nostro sistema biologico di memorizzazione e reperimento nel ritrovare le informazioni giuste in momenti successivi alla loro acquisizione e riutilizzarle in contesti differenti dalla fonte che le ha originate?

L’esplosione esponenziale della conoscenza globale

Il primo fenomeno da mettere a fuoco è certamente la crescita tumultuosa di conoscenza e informazioni.

Nel suo libro del 1981, “Percorso critico”, Richard Buckminster Fuller – architetto americano e teorico dei sistemi – costruì la cosiddetta knowledge doubling curve, dopo aver notato che fino al 1900 la conoscenza umana era raddoppiata circa ogni secolo mentre successivamente iniziava una vera e propria accelerazione. Già alla fine della Seconda Guerra Mondiale il raddoppio era ogni 25 anni. In tempi recenti, IBM ha aneddoticamente contribuito alla teoria di Fuller con un rapporto, prevedendo che entro il 2020 la conoscenza raddoppiasse ogni 12 ore alimentata soprattutto dall’Internet of Things.

Anche se diversi tipi di conoscenza hanno naturalmente diversi tassi di crescita, è oramai accertato che la conoscenza umana stia aumentando a un ritmo straordinario. La domanda è dunque quanto l’uomo è preparato a questi cambiamenti, quanto il suo processo di apprendimento e aggiornamento riesce a stare al passo con questa vera e propria deflagrazione conoscitiva.

L’uomo antiquato e la resistenza all’apprendimento

Il dubbio che ogni giorno si fa sempre più certezza è però che l’essere umano non riesca a cogliere questa opportunità/necessità e che stia gradualmente diventando “antiquato” – per usare una felice espressione coniata dal filosofo Günther Anders –, inadatto cioè a vivere e operare in questo contesto in vorticosa trasformazione. Un interessante libro di Tom Nichols, “The Death of Expertise”, affronta il tema di petto: mai così tante persone hanno avuto accesso a una tale mole di conoscenze, eppure non sono state mai così resistenti a imparare qualcosa.

Oggi, qualsiasi affermazione di competenza produce un’esplosione di rabbia da una parte della società, convinta che tali affermazioni non siano il risultato di una migliore conoscenza ma solo pericolosi “appelli all’autorità”.

La sfida non è solo continuare ad apprendere ma è anche – forse soprattutto – ricordarsi quanto si è appreso e riutilizzare, non da pappagallo ma in modo creativo e combinatorio, quanto si ricorda. Il rischio di dimenticarsi è quasi una certezza; basta pensare all’information overload della società digitale che crea stanchezza cognitiva. E quando ricordiamo poco e male non solo perdiamo informazioni preziose ma rischiamo anche di prendere decisioni in base alle ultime informazioni e conoscenze che ci ricordiamo, non necessariamente le più pertinenti.

I fattori del decadimento cognitivo moderno

Ma non è solo il diluvio informativo che danneggia i nostri processi cognitivi e ci rende più “stupidi” (per richiamare il celebre articolo del 2008 di Nicholas G. CarrIs Google Making Us Stoopid?). Altri due fattori concorrono a questo fenomeno.

Il primo fattore è l’invecchiamento della popolazione – l’aumento della vita media degli esseri umani – che, collegato alla morte «programmata» dei neuroni (apoptosi) – ci rende sempre più smemorati.

Il secondo fatto è lo stress, l’iperattivismo e il digitale diffuso, che indeboliscono le nostre abilità cognitive.

Memoria e identità secondo Kant

In un testo minore ma non per questo meno importante – Antropologia dal punto di vista pragmaticoImmanuel Kant fa un’affermazione molto rilevante per le nostre riflessioni: “Tantum scimus, quantum memoria tenemus” e cioè “sappiamo solo ciò che conserviamo nella nostra memoria”.

Contrastare il “decadimento” – sia biologico che contestuale – della nostra memoria è quindi essenziale per mantenere non solo le nostre competenze e la nostra efficacia d’azione ma anche la nostra identità.

La memoria digitale come soluzione pratica

Questo articolo si concentra su uno specifico antidoto a questo “decadimento” che non ha nulla di farmacologico: l’organizzazione di un archivio digitale (nei fatti una “memoria estesa“) dove inserire e organizzare tutto ciò che abbiamo studiato o letto, tutto ciò che ci piace o che ci ha colpito. Un gemello digitale della nostra memoria biologica, dunque.

Per invertire l’indebolimento cognitivo tipico del nostro tempo serve dunque un metodo, ma anche un contenitore che raccolga questa conoscenza e la (ri)organizzi per consentirne non solo la conservazione e il facile reperimento ma anche – e soprattutto – il (ri)utilizzo (idealmente in forma creativa). Un contenitore che organizzi i contenuti digitali e li renda accessibili dalla Rete, in qualunque momento e dovunque ci troviamo. Questo processo di raccolta sistematica di ciò che ci colpisce è dunque sempre più necessario.

Gli strumenti del lavoratore della conoscenza

Oltretutto, come ha osservato il filosofo Bo Dahlbom, «senza strumenti, a mani nude, il falegname non può fare granché. Anche il pensatore, il lavoratore della conoscenza, senza strumenti, con il solo cervello, non può fare granché». Che strumenti ci servono dunque per lavorare? E soprattutto se non ce li portiamo dietro quando facciamo Smart Work, per quanto tempo possiamo stare lontano dall’ufficio?

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