La riflessione

Nuovi emarginati sociali, figli dell’Agenda

Non basta impegnarsi nelle infrastrutture. I piani governativi si occupino anche di cultura della comunicazione, che si declini certo nel colmare il gap di alfabetizzazione nell’uso dei nuovi strumenti ma pure affronti i temi della consapevolezza e della responsabilità

Pubblicato il 11 Apr 2013

Daniele Chieffi

Membro del Consiglio Direttivo Nazionale di Ferpi

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Nuovi emarginati sociali, figli dell’Agenda

Il dibattito sull’Agenda digitale s’incentra, da sempre su aspetti normativi, di dotazione economica, di scelte strategiche in termini di infrastrutture, di sostegno o meno alle start-up e via disquisendo. C’è però un aspetto che quasi per nulla entra nel dibattito e, tantomeno nella programmazione. Lo pone il professor Tullio De Mauro quando dice che “Il 71 per cento della popolazione italiana si trova al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà. Al che corrisponde un misero 20 per cento che possiede le competenze minime per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana”.

Se assumiamo che la Rete, al netto degli oggetti mediali visuali (immagini e video) sia composta da concetti tradotti in linguaggio scritto si pone un problema di non piccolo conto. Come è possibile gestire la transizione dall’analogico al digitale se, come dice sempre De Mauro “il 33 per cento degli italiani, pur sapendo leggere, riesce a decifrare soltanto testi elementari, e persiste un 5 per cento incapace di decodificare qualsivoglia lettera e cifra”?

Si tratta di una problematica che si affianca a quella, anch’essa tutt’altro che banale, dell’alfabetizzazione nell’uso degli strumenti digitali. In buona sostanza, ammettendo pure che quest’ultimo 33% di italiani impari a utilizzare piattaforme digitali e a navigare in Internet, sarà poi in grado di capire ciò che ci troverà scritto sopra?

Ancora De Mauro dice che “Le tecnologie dell’informazione e comunicazione non creano ostacoli, ma solo grandi opportunità a una popolazione che sappia leggere, scrivere e (fondamentale) far di conto”. In buona sostanza, quindi, la digitalizzazione è una grande opportunità per un misero 20% della popolazione italiana.

Un discorso troppo generico? Proviamo a calarci in un caso reale. Il percorso di iscrizione alle scuole, da quest’anno digitalizzato, ha innescato situazioni che richiamano echi lontani. Nuclei familiari che chiedevano aiuto ad amici o ad amici di amici non tanto per raccapezzarsi fra url, click e download ma, semplicemente, per capire cosa ci fosse scritto su quelle pagine Internet e riuscire così a fare e scrivere le cose giuste.

Qualcuno ricorda un vecchio film con Totò, nel quale lui, che sapeva scrivere, per poche lire, vergava sotto dettatura le lettere degli analfabeti o semplicemente le leggeva loro? Un paragone troppo spinto? Purtroppo non poi così tanto. Tutto il percorso di digitalizzazione del Paese, della sua PA, dei suoi processi produttivi non può prescindere dalla certezza che la propria popolazione comprenda questa nuova forma di linguaggio. Il rischio, altrimenti è quello di aggiungere al digital divide un cultural divide che finirebbe per creare delle elite culturali, il cui predominio si baserebbe, banalmente, sulla capacità di leggere quello che una pagina Web porta scritto.

Da qui nasce poi un’ulteriore necessità, anche questa poco considerata, finanche nei programmi di alfabetizzazione digitale: la crescita della consapevolezza. Non più tardi di un mese fa, in una qualsiasi scuola media della provincia italiana, un gruppo di studenti ha aperto un gruppo Facebook. All’interno, fra battute, scherzi, dialoghi, amorini, come in ogni classe che si rispetti, ci stava pure la presa in giro, magari pesante, del compagno di turno. Nulla di nuovo tranne che, ciò che prima capitava fra le mura di una scuola, se accade in un ambiente virtuale, aperto, visibile a tutti e non modificabile, ha tutt’altro effetto e il malcapitato ragazzino si è visto messo alla berlina su scala quantomeno cittadina.

Parliamo di nativi digitali, che sanno perfettamente come utilizzare il Web, le piattaforme social, trovare e navigare un sito ma non sono minimamente consapevoli delle responsabilità che questi strumenti comportano, sia in termini di rischi per sé stessi (vogliamo parlare del “traffico” fotografico sulla Rete fra adolescenti?) che di rispetto per gli altri e di responsabilità nei confronti altrui. Se alziamo gli occhi verso gli adulti, lo scenario è ancor più desolante, da questo punto di vista.

Ciò che va inserito nell’Agenda digitale italiana, fra le primissime scelte strategiche, accanto a quelle infrastrutturali e normative, è uno sforzo importante in termini di cultura della comunicazione, che si declini certo nel colmare il gap di alfabetizzazione nell’uso dei nuovi strumenti ma che non trascuri i temi della consapevolezza e della responsabilità. Il tutto senza dimenticare che “spingere sull’acceleratore” della digitalizzazione, se il 33% della popolazione del paese non è in grado di seguirti, vuol dire spaccare il Paese, precipitandone una parte nel divario tra crescenti esigenze e competenze. Ben venga quindi l’Agenda digitale ma che sia organica a una presa di coscienza della necessità di un grande impegno in termini culturali, di istruzione e formazione.

Il web non è la televisione. Quella basta accenderla, Internet, se non la sai usare o non la comprendi ti emargina. I processi di digitalizzazione possono e devono essere anche un’occasione per una rinascita culturale italiana, che non deve essere più un Paese, come dice De Mauro dove “l’ascolto di una televisione è la principale fonte di conoscenze per la maggior parte della popolazione”.

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