Tra navigatori satellitari e sensori di retromarcia, fa capolino un nuovo passatismo fondato sulla nostalgia di una vita forse felice prima della rivoluzione elettronica e digitale.
Il “come eravamo” commuove sull’onda della delusione del “come saremo”. Un nuovo steam punk conquista il cinema indipendente nostrano guardando a un futuro irriconoscibile.
Più che il territorio, la terra, quella del Veneto fra i colli e la Laguna, si racconta nel vagare on the road di due alcolisti che poi diventano tre.
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Terra contro territorio nel cinema di Francesco Sossai
La terra è vista dall’uomo, il territorio dal GPS. Questa distinzione potrebbe essere la chiave di un film controcorrente come Le città di pianura di Francesco Sossai, che sta vivendo nelle sale cinematografiche il successo imperscrutabile del passaparola. I picari che si aggirano nel triangolo Venezia Padova Treviso alla ricerca dell’ultima ombra, l’estremo bicchiere protratto sempre più verso un mattino da notte insonne, detestano consultare Google Maps, aprono cartine geografiche che non possono che essere obsolete alla ricerca di luoghi sperduti in un Nordest ormai mutato di forma, urbanisticamente degradato, frutto del paesaggio alienato da una modernità invecchiata ben oltre la data di scadenza.
Poco successo ha il giovane studente di architettura napoletano raccolto a Venezia nell’esortarli ad affidargli la ricerca sul suo Smartphone: non troverebbero la terra ma il territorio, quello abusato nei discorsi degli inattendibili politici locali. La terra sì, orizzonte slabbrato dal cemento e dai capannoni abbandonati, merita di essere consultata nella sua antica rappresentazione, la cartina abnorme e inutilizzabile pure nell’ampio abitacolo di una Jaguar rabberciata.
La cartina può dire bugie negando qualche quadrato nella piegatura sommaria, può aderire alla dichiarazione programmatica di uno degli eroi: «Rovigo non esiste», adattarsi a un realismo spicciolo ma universale che nega la precisione digitale di un mondo elettronico ex moderno di cui qui, a terra, solo antiche vestigia rimangono, come rovine di un futuro consumato in una distopia anticipata.
Il Memoriale Brion e le rovine del modernismo
Al culmine del climax, il film porta i protagonisti al Memoriale Brion, dove l’architetto Carlo Scarpa, che ne fu l’artefice, è sepolto in piedi come un samurai in margine a un mausoleo di cemento armato, con geometrie e archi immersi in un paesaggio filogiapponese.
L’avvenirismo novecentesco dei materiali impiegati si armonizza con il gusto antico delle atmosfere del giardino a testimonianza della passata natura dinamica dei committenti, fondatori della Brionvega, azienda produttrice di elettronica di consumo ormai decaduta tra televisori, mangiacassette e radioricevitori di design.
Il Memoriale ristrutturato dalla famiglia giace immerso nella campagna trevigiana, la “città senza fine” costellata di residuati del modernismo e disillusioni post boom del Nordest italiano. Monito di un progresso tecnologico che troppo facilmente supera sé stesso lasciando indietro panorami prossimi a una serie cinematografica di Mad Max.
Il migliore dei mondi e la tecnologia bloccata al 1999
Meno pertinace, perché attraversata dal dubbio, è la negazione espressa in un altro film anomalo, Il migliore dei mondi, diretto da Danilo Carlani, Alessio Dogana e Maccio Capatonda, che ne è pure il protagonista, uscito nel 2023 unicamente su piattaforma digitale e senza l’onore del passaggio nelle sale cinematografiche. La critica al progresso tecnologico in questa perla di comicità si manifesta con la prefigurazione distopica di un 2023 rimasto bloccato alla tecnologia del 1999, anno alla fine del quale il Millennium bug avrebbe creato tanti e tali sconquassi da spingere i governi a proibire l’ulteriore sviluppo dell’era digitale.
Il protagonista finito in questa dimensione parallela del multiverso pare quasi infine adattarsi alle meraviglie dell’arretratezza: pupazzetti di mucche sonore legate al paraurti posteriore per avvisare del contatto con l’auto parcheggiata dietro, interminabili spiegazioni verbali di volenterosi sconosciuti in merito a fantasiosi punti di riferimento concreti per localizzare una destinazione desiderata in assenza di GPS, oggetti di culto del vintage sentimentale tecnologico quali Pentium 2, stampanti che smuovono i tavoli, cabine telefoniche, Blockbuster, vecchi Nokia e modem dall’orribile sfrigolio di telefax.
La nostalgia elegiaca del futuro perduto
Qui è il futuro perduto a diventare stato d’animo elegiaco, con spazzolini manuali, pornografia dietro la tenda del negozio di VHS e un’Alexa ricostituita caparbiamente nella figura di una donna di servizio in carne, ossa e grembiule che conta a ritroso i 120 secondi del timer caricato vocalmente a due minuti.
La sensazione che l’invenzione dello Smartphone con le sue multifunzioni non fornisse che una serie di scorciatoie in grado di comprimere l’esistenza anziché espanderla vibra nella suggestione di una tesi nebulosa, lasciata al gusto del paradosso e al giudizio dello spettatore.
L’invasione dello smartphone nel quotidiano
Mai come in quest’epoca di invasione del quotidiano a cura di un oggetto personale in grado di scattare e spedire foto, contattare sconosciuti con presunzione di amicizia, permettere il rintracciamento e la raccolta di pseudo-informazioni a proposito di chiunque in un regime di privacy sbandierata ma traforata come un colabrodo, favorire il rimorchio di qualcuno su app d’incontri e lo spezzettamento di una frase in venticinque distinti messaggi gratuiti, con radio, TV e giradischi incorporati a riempire ogni angolo della giornata e della notte, l’essere umano sembra essersi tanto dibattuto tra desiderio di incremento e di decrescita delle opportunità tecnologiche future.
La diatriba neo-rurale, che infiamma l’Italia per una famiglia australiana venuta a trovare ricovero quasi primitivo in un bosco abruzzese, è forse la punta dell’iceberg di un auspicato ritorno al passato che prelude, per esperienza storica, a un ulteriore balzo in avanti nella pervasione tecnologica del mondo.
L’autenticità come illusione nel pensiero di Adorno
Canti del cigno si sollevano come inani proteste nell’endemica tendenza dell’umano a ritenere idilliache condizioni precedenti in cui tutto era più difficile ma, menzogna delle menzogne, più autentico. Ci ricorda Theodor W. Adorno nei suoi Minima moralia: «Quanto più fitta si stende sul mondo la rete di ciò che è fatto dall’uomo, e tanto più convulsamente i responsabili del male insistono sulla propria natività e primitività.
La scoperta dell’autenticità come ultimo baluardo dell’etica individualistica è un riflesso della produzione industriale di massa. Solo in quanto innumerevoli beni standardizzati tendono a presentarsi, in vista del profitto, come qualcosa di unico e irripetibile, nasce come antitesi, ma secondo gli stessi criteri, l’idea del non moltiplicabile come del veramente autentico».
La poesia dell’umorismo e l’inevitabilità del futuro
I due film presi come spunto per questa riflessione usano la poesia dell’umorismo per sollevare una questione ormai fuori discussione, uno sguardo gettato su un passato tramontato dinanzi all’arrivo di un futuro inevitabile.
A ogni nuova stagione la sua propria alienazione. È bello sapere che il progresso tecnologico renderà sempre più confortevole la vita umana intelligente ed è bello vedere la vita umana intelligente a ogni nuovo traguardo voltarsi indietro con nostalgia prima di gettarsi anima e corpo nella vertigine del futuro.
Signore e Signori, non si parla ancora abbastanza di teletrasporto, ma quando sarà il momento, c’è da scommettere che si rimpiangeranno i bei tempi in cui chi possedeva un mulo poteva ritenersi fortunato.









