l’analisi

Quando l’opinione conta più della competenza: la crisi dell’esperto



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L’autorità dell’esperto, un tempo incorporata nelle istituzioni, oggi deve competere nello stesso spazio dell’opinionista. La distinzione si sposta dal sapere alla visibilità: old media, gatekeeping e capitale simbolico lasciano il posto a piattaforme e algoritmi che premiano semplicità ed engagement

Pubblicato il 5 feb 2026

Marino D'Amore

Docente di Sociologia generale presso Università degli Studi Niccolò Cusano



esperti vs opinionisti (1)

Per lungo tempo, nelle società occidentali avanzate, l’autorità dell’esperto non aveva bisogno di esibizione: era una forma di potere silenzioso, incorporato nelle istituzioni, caratterizzato dai titoli di studio e contestualizzato nei ruoli professionali e nelle gerarchie simboliche che regolavano l’accesso allo spazio pubblico.

L’esperto non doveva convincere: parlava da una posizione autorevole. La sua parola valeva non tanto per la sua capacità di attrarre consenso, quanto per il riconoscimento sociale della competenza che incarnava.

Dal potere silenzioso alla crisi dell’esperto nello spazio pubblico

Questo equilibrio si è progressivamente incrinato, non improvvisamente, né esclusivamente a causa delle tecnologie digitali, ma attraverso una lunga trasformazione strutturale dei sistemi comunicativi e della sfera pubblica. I new media non hanno creato l’incompetenza: ne hanno piuttosto reso visibile, legittima e funzionale la circolazione.

Oggi l’esperto e l’opinionista occupano lo stesso spazio discorsivo. Parlano negli stessi studi televisivi, negli stessi feed digitali, nelle stesse piattaforme. La differenza non è più data dal sapere, ma dalla performance comunicativa: non conta ciò che si sa, ma quanto si è visibili; non ciò che si dimostra, ma ciò che si afferma con sicurezza.

Old media, gatekeeping e ordine simbolico dell’informazione

Nel sistema dei media tradizionali, la competenza era una risorsa scarsa e regolata. La televisione generalista, la stampa nazionale, la radio pubblica operavano come dispositivi di selezione: non erano neutrali, ma esercitavano una funzione di filtro che generava un ordine simbolico riconoscibile (Bourdieu, 1999). Il giornalista agiva come gatekeeper, l’esperto come figura autorizzata, il pubblico come destinatario prevalentemente passivo (Shoemaker, Vos, 2009).

Questo modello non era esente da distorsioni, ma manteneva una distinzione chiara tra:
chi parlava nel nome di un sapere acquisito,
chi esprimeva un’opinione,
chi consumava informazione.

Capitale simbolico e campi sociali strutturati

L’autorevolezza non derivava dal consenso immediato, bensì dall’appartenenza a campi sociali strutturati: l’università, la ricerca, le professioni regolamentate. Come osserva Bourdieu, il capitale simbolico dell’esperto era il risultato di una lunga accumulazione, non di una esposizione improvvisa (Bourdieu, 1984).

Perché la crisi dell’esperto precede i social

Tuttavia, la crisi dell’esperto precede i social media. Essa si lega a trasformazioni più profonde: la modernità riflessiva, l’individualizzazione fruitiva, la frammentazione delle certezze (Beck, 1992; Giddens, 1991). In una società in cui il rischio è pervasivo e le istituzioni appaiono incapaci di fornire risposte definitive, la parola dell’esperto perde la sua sacralità incontrovertibile, la sua aura di infallibilità.

Questo processo non produce automaticamente un rifiuto del sapere, ma l’emersione di uno scenario fortemente concorrenziale: l’esperto diventa una voce tra le altre, la sua autorità non è più scontata, deve essere negoziata, spesso spettacolarizzata. Ed è in questa breccia comunicativa che si inserisce l’opinionista.

L’opinionista come figura centrale del nuovo ecosistema mediatico

L’opinionista non è semplicemente l’antitesi dell’esperto: è una figura funzionale al sistema mediatico contemporaneo. Non produce conoscenza, ma interpretazioni rapide, banalizzanti, emotivamente orientate, facilmente condivisibili. Nei new media, l’opinionista è premiato perché parla con sicurezza, semplifica, polarizza, produce engagement.

Come nota Luhmann, i media non operano sulla base della verità, ma della possibilità di comunicabilità (Luhmann, 2000): l’opinionista è fortemente comunicabile, l’esperto, spesso, no. La competenza diventa un ostacolo quando introduce complessità, incertezza, cautela, dubbio; l’opinione, al contrario, offre risposte nette e immediate, rassicuranti.

Algoritmi e crisi dell’esperto: visibilità contro qualità epistemica

Le piattaforme digitali non sono spazi neutri: gli algoritmi selezionano contenuti in base alla loro capacità di attirare e mantenere l’attenzione, non alla loro qualità epistemica (van Dijck, 2013; Gillespie, 2018). Questo produce una forma di incompetenza strutturale: non perché gli utenti siano ignoranti, ma perché il sistema premia ciò che è semplice, emotivo, confermativo secondo il più classico dei bias.

In questo modo l’incompetenza diventa performativa: viene messa in scena, riprodotta, monetizzata. Habermas aveva immaginato una sfera pubblica fondata su argomentazioni razionali e accessibili (Habermas, 1989). Il panorama attuale appare distante da quell’ideale. La sovrapposizione tra opinione e competenza genera sfiducia nelle istituzioni, relativismo cognitivo, polarizzazione permanente.

Conseguenze democratiche della crisi dell’esperto

La democrazia non viene distrutta, ma indebolita, perché perde il suo presupposto fondamentale: una base condivisa di realtà interpretata attraverso saperi riconosciuti.

Un problema sistemico: come si produce e si normalizza l’incompetenza

La trasformazione del rapporto tra esperti e opinionisti non può essere letta come una semplice degenerazione culturale o come il risultato di una presunta “decadenza” del pubblico. Una simile interpretazione rischierebbe di semplificare e moralizzare un processo che, in realtà, è profondamente articolato e strutturale.

L’incompetenza che oggi attraversa lo spazio mediatico non è solo individuale, ma sistemica: è prodotta, incentivata e normalizzata da assetti comunicativi che premiano la visibilità più della conoscenza, la sicurezza ostentata e assertiva più della competenza argomentata.

In questo senso, i new media non hanno distrutto l’expertise, ma ne hanno mutato radicalmente le condizioni di possibilità. L’esperto, per continuare a esistere nello spazio pubblico, è spesso costretto ad adattarsi a logiche che gli sono estranee: semplificare eccessivamente, spettacolarizzare il sapere, neutralizzare l’incertezza, rinunciare alla complessità. Chi resiste a questa trasformazione rischia l’invisibilità; chi vi aderisce completamente rischia la perdita della propria identità epistemica e della funzione critica che ne deriva.

L’opinionista, al contrario, prospera in questo ambiente perché incarna perfettamente le esigenze del sistema: rapidità, polarizzazione, riconoscibilità, ripetibilità. Non è necessario che ciò che afferma sia fondato; è sufficiente che sia credibile all’interno di una comunità interpretativa ristretta, spesso autoreferenziale. In questo modo, la competenza viene progressivamente sganciata dalla verifica e ancorata al consenso immediato.

Le conseguenze di questa dinamica non riguardano solo la qualità dell’informazione, ma investono direttamente la tenuta della sfera pubblica democratica. Quando il confine tra sapere e opinione si dissolve, non emerge un pluralismo più ricco, ma una competizione permanente tra narrazioni, in cui la verità diventa una risorsa fragile e negoziabile. La democrazia, privata di riferimenti cognitivi condivisi, si trasforma in un’arena fortemente emotiva, dove la decisione politica è sempre più guidata dalla percezione della post-verità e sempre meno dalla comprensione.

Ripensare la responsabilità comunicativa dopo la crisi dell’esperto

Tuttavia, sarebbe un errore fermarsi alla diagnosi. Il problema non è restaurare nostalgicamente l’autorità incontestabile dell’esperto novecentesco, figura spesso distante, opaca e poco accessibile. Il nodo centrale è ripensare la responsabilità comunicativa in un contesto in cui la parola pubblica è diventata potenzialmente infinita, ma non per questo più significativa.

Accessibile senza banalizzare: condizioni per comunicare competenza

Riconoscere il valore della competenza oggi significa accettare che essa debba essere comunicata senza essere dissolta, resa accessibile senza essere banalizzata, messa in relazione con il pubblico senza essere subordinata al suo consenso immediato. È una sfida culturale prima ancora che tecnologica, che coinvolge università, media, piattaforme e cittadini, ma che oggi, più che mai, assume i connotati di una necessità inderogabile.

In ultima analisi, il conflitto tra esperti e opinionisti non è un conflitto tra élite e popolo, ma tra due diversi modi di intendere la conoscenza: come processo lento, fallibile e verificabile, che si oppone a quello che potremmo definire uno strumento identitario, rapido e performativo.

Non tutte le opinioni pesano uguale: mediazione, complessità, pluralismo

La direzione che questo conflitto prenderà non è predeterminata: dipenderà dalla capacità collettiva di ricostruire spazi di mediazione, di restituire valore alla complessità e di accettare che, in una società avanzata, non tutte le opinioni possono avere lo stesso peso, senza che questo catalizzi l’emersione di un cieco perbenismo di facciata e implichi un ridimensionamento del pluralismo democratico.

Bibliografia

Beck, U. (1992). Risk society: towards a new modernity. London: Sage.

Bourdieu, P. (1984). Distinction: a social critique of the judgement of taste. Cambridge (MA): Harvard University Press.

Bourdieu, P. (1999). On television. New York: The New Press.

Giddens, A. (1991). Modernity and self-identity: self and society in the late modern age. Cambridge: Polity Press.

Gillespie, T. (2018). Custodians of the Internet: platforms, content moderation, and the hidden decisions that shape social media. New Haven: Yale University Press.

Habermas, J. (1989). The structural transformation of the public sphere: an inquiry into a category of bourgeois society. Cambridge (MA): MIT Press.

Jenkins, H., Ito, M., boyd, d. (2015). Participatory culture in a networked era: a conversation on youth, learning, commerce, and politics. Cambridge: Polity Press.

Luhmann, N. (2000). The reality of the mass media. Stanford: Stanford University Press.

Lewandowsky, S., Ecker, U. K. H., & Cook, J. (2017). Beyond misinformation: understanding and coping with the “Post-Truth” era. Journal of applied research in memory and cognition, 6(4), 353–369.

Mihailidis, P., & Thevenin, B. (2013). Media literacy as a core competency for engaged citizenship in participatory democracy. American behavioral scientist, 57(11), 1611–1622.

Shoemaker, P. J., Vos, T. (2009). Gatekeeping theory. London: Routledge.

Tufekci, Z. (2017). Twitter and tear gas: the power and fragility of networked protest. New Haven: Yale University Press.

van Dijck, J. (2013). The culture of connectivity: a critical history of social media. Oxford: Oxford University Press.

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