L’ingresso dell’intelligenza artificiale nell’amministrazione della giustizia segna un passaggio che non può essere liquidato come una semplice innovazione organizzativa. Quando strumenti algoritmici iniziano ad affiancare – anche solo in funzione di supporto – l’attività del giudice, non è in gioco soltanto l’efficienza del sistema, ma la natura stessa della funzione giurisdizionale. La giustizia non è un processo produttivo neutro: è esercizio di potere pubblico, applicazione concreta della legge al caso singolo, luogo in cui si incontrano diritti, libertà e responsabilità.
Le recenti iniziative, sia sul piano internazionale sia nel dibattito italiano, mostrano come l’IA sia ormai percepita come una risorsa possibile per il lavoro giudiziario. Tuttavia, proprio questa normalizzazione rende necessario interrogarsi sui confini dell’uso legittimo della tecnologia. Un conto è digitalizzare procedure e archivi; altro è introdurre sistemi capaci di generare testi, suggerire argomentazioni, selezionare orientamenti giurisprudenziali. In quest’ultimo caso, la tecnologia non si limita ad accelerare il lavoro, ma incide sul modo stesso di ragionare il diritto.
Il problema, dunque, non è se l’intelligenza artificiale possa trovare spazio nei tribunali, ma a quali condizioni ciò sia compatibile con i principi del giusto processo, con l’indipendenza del giudice e con la responsabilità della decisione. La riflessione giuridica è chiamata a governare questa trasformazione prima che la prassi la renda irreversibile, evitando che la promessa di efficienza finisca per erodere, in modo silenzioso, le garanzie che costituiscono il fondamento dello Stato di diritto.
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Quando l’innovazione incontra il cuore dello Stato di diritto
Ogni fase storica conosce una tecnologia che promette di semplificare ciò che appare complesso, di rendere efficiente ciò che è lento, di razionalizzare ciò che è umano. L’intelligenza artificiale rappresenta oggi questa promessa nella sua forma più ambiziosa, perché non si limita ad automatizzare operazioni materiali, ma aspira a intervenire su processi cognitivi, decisionali e interpretativi. È per questo che il suo ingresso nell’amministrazione della giustizia non può essere considerato una naturale evoluzione degli strumenti informatici già in uso: segna un vero e proprio salto di paradigma.
La giustizia, infatti, non è un servizio amministrativo come gli altri. Essa costituisce una funzione costituzionalmente qualificata, nella quale si realizza l’incontro tra il potere dello Stato e la persona, tra la norma astratta e il caso concreto, tra la forza dell’ordinamento e la fragilità del singolo. Ogni decisione giudiziaria incide su diritti, libertà, patrimoni, relazioni; ogni sentenza è il prodotto di un’operazione che non è mai puramente tecnica, ma inevitabilmente valutativa.
In questo contesto, l’idea di affiancare il giudice con strumenti di IA genera un’ambivalenza profonda. Da un lato, vi è la percezione di una giustizia sovraccarica, lenta, inefficiente, che fatica a rispondere alle esigenze di una società complessa. Dall’altro, vi è la consapevolezza che la soluzione non può consistere nella delega, anche parziale, della funzione giurisdizionale a sistemi opachi, progettati secondo logiche che non coincidono con quelle del diritto.
Principi internazionali per l’IA nella giustizia come argine alla deriva tecnocratica
Non è un caso che il primo tentativo organico di affrontare il tema dell’intelligenza artificiale nei tribunali provenga da un organismo internazionale come UNESCO. Il contributo di questa istituzione si colloca in una prospettiva che guarda oltre i singoli ordinamenti, ponendo al centro non l’efficienza, ma la tutela dei diritti umani e la salvaguardia dello Stato di diritto.
I principi elaborati a livello internazionale non si limitano a raccomandazioni generiche. Essi disegnano una vera e propria grammatica dell’uso dell’IA nella giustizia, fondata su alcuni pilastri irrinunciabili: la centralità della decisione umana, la trasparenza dei sistemi, la possibilità di controllo e contestazione, la responsabilità giuridica degli attori coinvolti.
Ciò che emerge con forza è l’idea che l’intelligenza artificiale non possa mai essere considerata un soggetto neutro. Ogni algoritmo incorpora scelte, priorità, modelli di comportamento; ogni sistema riflette una visione del mondo, anche quando si presenta come strumento puramente tecnico. Applicare l’IA al processo significa introdurre nel cuore della giurisdizione presupposti che devono essere resi visibili, discutibili, sindacabili.
Supervisione umana e catena della responsabilità
In questo senso, il richiamo alla supervisione umana non è una formula di stile, ma un presidio di legalità. Non vi è giustizia senza responsabilità, e non vi è responsabilità senza un soggetto umano identificabile. Qualunque uso dell’IA che tenda, anche implicitamente, a diluire o opacizzare questa catena si pone in tensione con i principi fondamentali del diritto.
Sperimentazione in Italia e vuoto regolatorio sull’uso dell’IA nella giustizia
Il dibattito sviluppatosi in Italia sull’utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale generativa a supporto dell’attività giudiziaria ha avuto il merito di rendere evidente una contraddizione di fondo. Da un lato, si avverte l’urgenza di modernizzare l’organizzazione della giustizia, anche alla luce degli impegni assunti in sede europea; dall’altro, manca ancora una riflessione compiuta sul significato giuridico di questa modernizzazione.
L’introduzione di strumenti come Microsoft Copilot viene spesso presentata come un semplice ausilio operativo: un supporto alla ricerca, alla sintesi di testi, alla redazione di bozze. Tuttavia, ridurre la portata di questi strumenti a una funzione meramente ancillare significa sottovalutarne l’impatto cognitivo. Un sistema capace di generare testi giuridici, di suggerire argomentazioni, di riassumere orientamenti giurisprudenziali non si limita ad accelerare il lavoro del giudice: contribuisce a strutturare il suo modo di pensare il caso.
Qui emerge un nodo cruciale: il diritto non è una somma di precedenti né un esercizio di statistica decisionale. L’attività interpretativa richiede una capacità di selezione, distinzione, valutazione del contesto che difficilmente può essere ridotta a un output algoritmico. Affidarsi a strumenti generativi senza piena consapevolezza dei loro limiti significa correre il rischio di una progressiva omologazione del ragionamento giuridico, di una giurisprudenza sempre più “media” e sempre meno attenta alla specificità del caso concreto.
Giusto processo, motivazione e libertà del giudicare nell’era dell’IA
Dal punto di vista costituzionale, l’uso dell’intelligenza artificiale nella giustizia solleva questioni di straordinaria rilevanza. Il giusto processo non è solo una sequenza di garanzie formali, ma un modello di razionalità pubblica. La motivazione della sentenza, in particolare, è il luogo in cui il potere si rende intelligibile, controllabile, criticabile.
Se parti significative del ragionamento giuridico vengono delegate a strumenti di IA, diventa essenziale interrogarsi sulla natura di questa motivazione. È sufficiente che il giudice faccia proprio un testo generato da un sistema algoritmico? In che misura è in grado di verificarne la correttezza, la coerenza, l’adeguatezza al caso concreto? E, soprattutto, come può la parte esercitare il proprio diritto di difesa di fronte a un ragionamento che trae origine da un processo computazionale opaco?
Indipendenza del giudice e controllo degli strumenti
Vi è poi il tema dell’indipendenza del giudice. L’autonomia della funzione giurisdizionale non riguarda solo la libertà da interferenze esterne di natura politica, ma anche la capacità del giudice di controllare gli strumenti che utilizza. Un sistema tecnologico non compreso, non governato, non verificabile rappresenta una forma sottile di eteronomia, che rischia di incidere sull’equilibrio dei poteri in modo silenzioso ma profondo.
AI Act e logica del rischio per l’IA nella giustizia
Il quadro europeo offre alcuni elementi utili per affrontare queste sfide. Il regolamento noto come AI Act adotta un approccio fondato sulla classificazione del rischio, riconoscendo che alcune applicazioni dell’intelligenza artificiale presentano un impatto particolarmente elevato sui diritti fondamentali.
L’uso dell’IA nel settore giudiziario rientra chiaramente tra queste applicazioni ad alto rischio. Ciò comporta obblighi stringenti in termini di trasparenza, governance, qualità dei dati, controllo umano. Ma, soprattutto, introduce un principio che il diritto conosce da tempo: quando sono in gioco diritti fondamentali, l’innovazione deve procedere con cautela, non per timore del nuovo, ma per rispetto della persona.
Oltre la tecnica: cultura giuridica e responsabilità nell’uso dell’IA
Ridurre il dibattito sull’intelligenza artificiale nella giustizia a una questione tecnologica sarebbe un errore grave. La vera posta in gioco è culturale. Il giurista è chiamato a interrogarsi sul senso della propria funzione in un contesto in cui strumenti sempre più sofisticati promettono di semplificare il lavoro interpretativo.
La formazione diventa, in questo scenario, un tema centrale. Non si tratta solo di acquisire competenze digitali, ma di sviluppare una capacità critica nei confronti della tecnologia. Il rischio, altrimenti, è duplice: da un lato, il rifiuto ideologico dell’innovazione; dall’altro, l’accettazione passiva di strumenti che finiscono per orientare il pensiero giuridico.
Il diritto, per sua natura, è un sapere riflessivo, che vive di dubbi, di argomentazioni, di conflitti interpretativi. Ogni tecnologia che tenda a ridurre questa complessità deve essere guardata con attenzione, non per essere respinta, ma per essere governata.
Governare l’IA per preservare la giustizia
L’intelligenza artificiale può rappresentare una risorsa per la giustizia, ma solo a condizione che non se ne perda il controllo. La funzione giurisdizionale non può essere trasformata in un processo semi-automatizzato senza mettere in discussione i fondamenti dello Stato di diritto.
La sfida non è scegliere tra uomo e macchina, ma definire un modello di integrazione che preservi la centralità del giudice, la trasparenza del processo e la responsabilità delle decisioni. In questo senso, il diritto è chiamato a svolgere ancora una volta la sua funzione più alta: porre limiti al potere, anche quando questo potere assume la forma seducente dell’innovazione tecnologica.
Solo se l’intelligenza artificiale sarà incardinata in un quadro di regole chiare, di principi condivisi e di consapevolezza culturale, potrà diventare uno strumento al servizio della giustizia. In caso contrario, il rischio è quello di una giustizia più veloce, forse, ma meno umana, meno comprensibile e, in ultima analisi, meno giusta.













