Il pomeriggio del 30 gennaio 2026 alla Camera dei Deputati si è chiuso con una conferenza stampa bloccata e una sala occupata dall’opposizione, tra Bella Ciao e copie della Costituzione sventolate come barriera simbolica.
Al centro dello scontro, una raccolta firme sulla remigrazione: una parola che, in poche ore, è diventata il campo di battaglia tra legittimazione istituzionale e rigetto politico.
Ma la partita non si gioca solo a Montecitorio. La remigrazione è l’esempio di come oggi un’idea possa avanzare grazie a un ecosistema digitale che la rende più “digeribile”: lessico ripulito, distribuzione algoritmica, e soprattutto immagini generate con l’AI capaci di trasformare paure diffuse in scenari “credibili” e condivisibili. È lì che una proposta estrema smette di apparire marginale e inizia a sembrare praticabile.
Indice degli argomenti
Conferenza stampa su remigrazione: lo scontro alla Camera del 30 gennaio 2026
La cronaca del 30 gennaio 2026 alla Camera dei Deputati è l’emblema di una tensione crescente attorno a un concetto che fino a pochi anni fa era confinato nei circoli ideologici dell’estrema destra.
La conferenza stampa prevista per presentare una raccolta di firme per una proposta di legge sulla remigrazione (convocata dal leghista Domenico Furgiuele insieme a rappresentanti di CasaPound, Veneto Fronte Skinheads, ex membri di Forza Nuova e altri gruppi identitari) è stata bloccata per ragioni di ordine pubblico, dopo che i deputati delle opposizioni hanno occupato la sala stampa di Montecitorio, intonando Bella Ciao e sventolando copie della Costituzione.
La protesta ha negato il palcoscenico istituzionale a voci con legami dichiarati o impliciti con l’estrema destra e, allo stesso tempo, ha rilanciato il dibattito pubblico verso il reale significato di quello che si stava per presentare: un’ideologia che ridefinisce chi “appartiene” ad un territorio e chi no.
Remigrazione: dal significato etimologico alla propaganda politica
Etimologicamente remigrazione è la combinazione del prefisso re- con migrazione, che letteralmente indica un ritorno al luogo d’origine di un migrante e che, in passato, nel linguaggio accademico e sociale, si riferiva semplicemente alla volontà di rientrare nel paese di provenienza dopo un periodo all’estero o dopo una migrazione economica.
Uso accademico vs uso politico contemporaneo
Il termine non compare nei dizionari sincronici, ma è stato inserito tra i Neologismi Treccani 2025 con un’accezione esplicitamente diversa: ritorno forzato di persone immigrate nel Paese d’origine, accompagnata dalla precisazione che si tratta di un “recupero eufemistico”.
Il punto di rottura: seconde generazioni e cittadini naturalizzati
Nel significato politico con cui il termine viene oggi usato dall’estrema destra, la remigrazione include infatti, esplicitamente, oltre agli irregolari, anche immigrati di seconda e terza generazione, e perfino cittadini pienamente naturalizzati. È un punto cruciale, perché segna il passaggio da una politica migratoria (per quanto dura) a una logica identitaria.
Dunque, si tratta di un termine esistente, ma “ripulito” e riutilizzato per mascherare pratiche di espulsione di massa su base identitaria.
Se una politica prevede l’allontanamento di persone nate e cresciute nel Paese, titolari di diritti civili, sulla base di origine o identità culturale, non si è più nell’ambito del controllo dei flussi migratori, bensì in quello della revoca selettiva dell’appartenenza.
Il rebranding algoritmico: come una parola diventa politicamente praticabile
La diffusione del termine remigrazione segue una dinamica tipica della propaganda digitale contemporanea e cioè la sperimentazione linguistica in ambienti chiusi, seguita dalla progressiva emersione nello spazio pubblico. Piattaforme come Telegram, X e forum identitari funzionano come laboratori semantici, in cui parole e cornici narrative vengono testate, affinate e misurate in termini di reazione emotiva, engagement e capacità di replicazione.
Neutralità apparente, desensibilizzazione e raccomandazioni
In questi contesti, la remigrazione viene introdotta come termine tecnico, apparentemente neutro, spesso accompagnata da grafici, pseudo-analisi demografiche e riferimenti selettivi al diritto internazionale. L’obiettivo è desensibilizzare, cioè ridurre l’impatto cognitivo dell’idea di espulsione forzata sostituendo un lessico esplicito con uno amministrativo.
Gli algoritmi di raccomandazione fanno il resto, dal momento che i contenuti che utilizzano un linguaggio meno aggressivo (ma semanticamente radicale) hanno una maggiore probabilità di essere suggeriti a utenti ancora non radicalizzati, perché non attivano immediatamente i sistemi di moderazione automatica né le soglie di attenzione critica dell’utente medio.
Narrative identitarie come la remigrazione trovano terreno fertile nell’ecosistema delle piattaforme perché generano emozioni forti (paura, rabbia, difesa dell’identità); si prestano a slogan brevi e ripetibili; creano segmenti di pubblico che si auto-riproducono nei sistemi di raccomandazione. In questo modo, una parola può acquisire rilevanza politica prima che il suo contenuto venga sottoposto a un confronto pubblico effettivo.
AI e l’estetica della paura: immagini sintetiche come acceleratori emotivi
Accanto al lavoro sul linguaggio, la propaganda contemporanea utilizza in modo sistematico strumenti di intelligenza artificiale generativa per costruire un immaginario visivo coerente con la narrativa dell’invasione.

Immagini create artificialmente mostrano città europee sovraffollate, confini violati, gruppi indistinti di persone rappresentate come massa anonima e minacciosa, cioè stimoli visivi progettati per orientare la percezione.
Le immagini sintetiche hanno un vantaggio specifico rispetto alla fotografia o al video tradizionale perché, non essendo vincolate a un evento reale, possono essere modellate per massimizzare l’attivazione emotiva, ad esempio, attraverso l’uso intenzionale di colori saturi, prospettive schiacciate, volti non riconoscibili e ambientazioni degradate.
Bias visivi: massa anonima, disordine, minaccia
Sono immagini che sfruttano bias cognitivi noti, come l’associazione automatica tra disordine visivo e pericolo sociale. In questo contesto, l’AI è strumento di amplificazione emotiva, più che di disinformazione.
La circolazione di questi contenuti è poi favorita dai sistemi di ranking delle piattaforme, che, come accade per i contenuti semantici, premiano materiali visivamente impattanti e facilmente condivisibili. Tutto ciò realizza una sovraesposizione a scenari costruiti che, pur non dichiarandosi veri, contribuiscono a formare una percezione distorta della realtà sociale.
Le narrazioni anti-immigrazione costruite con l’AI
Un’inchiesta del Guardian su come l’estrema destra europea stia impiegando contenuti generati da intelligenza artificiale documenta l’uso sistematico di immagini AI con narrativa politica caricata emotivamente per sostenere messaggi anti-immigrazione e populisti durante e dopo le elezioni europee.
Secondo l’analisi, partiti e movimenti di destra diffondono immagini AI progettate per suscitare timori legati ai flussi migratori, con scene che rappresentano gruppi di persone associate a concetti di “invasione” o declino sociale senza alcun riferimento a eventi reali.
Gli stessi modelli e temi visivi vengono utilizzati trasversalmente in diversi Paesi (Germania, Francia, UK, Italia, Irlanda), conferendo a questa produzione digitale una coerenza estetica paneuropea che trascende i confini nazionali.
L’inchiesta documenta l’avvio di verifiche specifiche su post contenenti immagini AI con messaggi anti-immigrazione da parte dell’organismo di controllo indipendente di Meta, confermando che questi contenuti fanno parte di un’onda ampia di opere visive artificiali usate per scopi politici.
In definitiva, l’adozione dell’AI per la generazione di immagini da parte di forze di destra è resa possibile sia dalla bassa soglia tecnica di accesso ai modelli generativi sia dalla mancata applicazione di etichette trasparenti sulle immagini create artificialmente, che ne aumenta l’influenza nel dibattito pubblico.
I cortei AI e i volti sintetici “pixelati”
Secondo osservatori di fact-checking, gruppi di destra utilizzano immagini AI che mostrano persone migranti o musulmani in contesti sensazionalistici, spesso con volti pixelati per simulare “veridicità”, anche se i soggetti non esistono realmente. Questo tipo di immagini sono state usate (anche da esponenti istituzionali italiani) in post sui social per accompagnare titoli forti e inviti all’espulsione o pene esemplari.
Partiti europei di destra hanno inoltre impiegato AI generativa per creare poster e video di campagna che mescolano elementi reali e sintetici, come le immagini di cortei di protesta con slogan contro le politiche migratorie, integrati nei flussi social (sempre privi di etichettatura), rendendo più facile associare visceralmente il concetto di “invasione” o “crisi migratoria” alla narrativa politica proposta.
Nel loro insieme, questi esempi mostrano come l’AI generativa venga impiegata per costruire ambienti visivi persistenti, emotivamente orientati, in cui l’alterità viene rappresentata come pericolo e la complessità sociale ridotta a immagini sintetiche facilmente consumabili e condivisibili.

L’infrastruttura dell’esclusione: quando la tecnologia anticipa la politica
Uno dei profili più delicati riguarda poi il rapporto tra le politiche digitali ufficiali e le proposte ideologiche che puntano alla selezione e all’espulsione.
Biometria, interoperabilità e costo operativo dell’esclusione
Sistemi di identificazione biometrica, interoperabilità dei database, tracciamento dei movimenti e profilazione amministrativa vengono sviluppati con finalità dichiarate di efficienza, sicurezza o semplificazione dei servizi pubblici. Tuttavia, queste stesse infrastrutture possono essere facilmente riconfigurate per finalità radicalmente diverse.
Una volta che l’identità giuridica di una persona è tradotta in un insieme di attributi digitali (status, origine, residenza, tracciabilità) il passaggio dalla gestione amministrativa alla selezione politica è tecnicamente banale. Nonostante a decidere chi includere o escludere non sia la tecnologia, la stessa riduce drasticamente il costo operativo dell’esclusione.
In questo senso, l’insieme delle politiche pubbliche orientate alla digitalizzazione dei servizi, all’interoperabilità dei database e all’automazione dei processi decisionali rischia di predisporre in anticipo le condizioni materiali per l’attuazione di misure che oggi appaiono politicamente estreme, ma che domani potrebbero essere realizzate senza richiedere ulteriori salti tecnologici o nuove infrastrutture.
Quando la remigrazione diventa revoca selettiva dell’appartenenza
Facendo un passo indietro, anche al fine di inquadrare il dibattitop all’interno di un contesto extra-italiano, ricordiamo che la diffusione contemporanea del termine remigrazione ha un punto di origine preciso che si identifica con l’inchiesta del collettivo Correctiv sul meeting segreto dell’estrema destra europea tenutosi a Potsdam nel novembre 2023 e, soprattutto, la pubblicazione nel 2024 del libro di Martin Sellner Remigration. Ein Vorschlag, che trasforma la parola in un vero e proprio manifesto politico.
Da lì in avanti, remigrazione diventa una parola d’ordine transnazionale: il concetto (già presente da decenni nelle campagne del Front National francese e nei movimenti identitari tedeschi) viene rilanciato e normalizzato, fino a entrare nel lessico di leader politici mainstream, da Donald Trump alla Lega italiana.
Si tratta di un’operazione linguistica che rende dicibile e quindi politicamente praticabile ciò che, chiamato con il suo nome reale, resterebbe una deportazione.
Remigrazione oltre l’Italia: correnti internazionali di un linguaggio comune
Il fenomeno va oltre i confini italiani. In Austria, la Freedom Party (FPÖ) ha inserito la remigrazione nel suo programma elettorale con slogan come “remigrazione degli stranieri non invitati”, abbracciando apertamente il linguaggio identitario.
In Germania, gruppi come il movimento Identitario e sezioni della Alternative für Deutschland (AfD) hanno usato lo stesso concetto in manifestazioni e campagne, associandolo alla narrativa di “chiusura delle frontiere” e “fine dell’integrazione”.
Negli Stati Uniti, esponenti politici eletti del partito repubblicano hanno riadattato termini simili nelle loro piattaforme, portando l’idea di “rimandare indietro gli immigrati” nei talk show nazionali e nelle dichiarazioni ufficiali.
Dietro a queste convergenze c’è un ecosistema ideologico transnazionale, che si nutre di teorie della “grande sostituzione”, narrative di declino culturale e paure economiche. Il linguaggio converge, e con esso una strategia comunicativa che lavora su simboli e paure condivise, più che su dati e realtà demografiche.
Dalla parola all’apparato: la remigrazione come ipotesi operativa
Il rischio è reale, poiché quando il diritto di restare, muoversi o accedere ai servizi dipende da sistemi automatizzati, la cittadinanza smette di essere uno status giuridico stabile e si avvicina a una condizione reversibile, gestita attraverso software, criteri di rischio e soglie decisionali non trasparenti.
La propaganda sulla remigrazione trova qui il suo sbocco operativo, passando dall’essere una parola o immagine, all’essere un’ipotesi di governo resa plausibile dall’esistenza di un’infrastruttura già pronta.
Strumenti capaci di produrre immagini e narrazioni ad alto impatto emotivo in tempi ridotti e a costi marginali rendono la propaganda accessibile, scalabile e persistente, ponendo problemi concreti per le piattaforme digitali, per i decisori pubblici e per la qualità del dibattito democratico.
L’adozione disinvolta di queste tecnologie da parte dell’estrema destra, a fronte di un uso più prudente da parte degli attori politici tradizionali, crea uno squilibrio comunicativo che finisce col favorire chi è disposto a sperimentare senza vincoli etici.
Il quadro regolatorio europeo, pur rafforzato dall’AI Act, non affronta in modo diretto l’uso dei contenuti sintetici nella costruzione del consenso politico. In assenza di obblighi chiari e immediatamente applicabili sulla trasparenza e sulla responsabilità delle piattaforme, l’impatto dell’AI sul discorso pubblico rischia di incidere sulle condizioni stesse di esercizio della cittadinanza e sul modo in cui essa viene riconosciuta, gestita e limitata attraverso sistemi digitali.
Il conflitto democratico contemporaneo si gioca sempre meno sul contenuto esplicito delle proposte e sempre più sulle infrastrutture che le rendono dicibili, visibili e tecnicamente attuabili.
In questo spazio l’idea di remigrazione smette di apparire come un’estremizzazione retorica e inizia a configurarsi come una possibilità operativa.













