L’ente regolatore per i farmaci nel Regno Unito ha acconsentito a una terapia di medicina personalizzata che può avere una portata rivoluzionaria, anche in Italia.
La terapia permetterà ad alcuni bambini affetti da malattie neurodegenerative mortali o potenzialmente letali di essere trattati con farmaci personalizzati nell’ambito di un nuovo “protocollo quadro” volto a standardizzare le sperimentazioni cliniche per il trattamento di gruppi di malattie genetiche all’interno di un unico quadro normativo.
Si tratta quindi di testare un metodo di produzione dei farmaci piuttosto che valutare un singolo medicinale.
Ciò è stato fatto sotto forma di una molecola chiamata oligonucleotide antisenso (ASO).
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Il modello process-based di autorizzazione farmaci
Il trattamento diventa così punto di osservazione privilegiato per interrogare l’intero assetto regolatorio della medicina contemporanea. Dal punto di vista scientifico, il valore dell’evento risiede meno nell’efficacia clinica immediata del singolo intervento e più nella formalizzazione di un nuovo paradigma decisionale, in cui l’oggetto della valutazione non è il farmaco come entità isolata, ma il processo che ne consente progettazione, produzione e impiego clinico in condizioni di estrema rarità.
Le malattie ultra-rare pongono un problema strutturale ai sistemi di autorizzazione tradizionali. I criteri di evidence-based medicine su cui si fondano le agenzie regolatorie sono storicamente costruiti intorno a studi clinici randomizzati, controllati e statisticamente significativi.
Tuttavia, quando il numero di pazienti è inferiore a una decina, o addirittura limitato a un singolo individuo, questi requisiti diventano non solo impraticabili, ma anche epistemologicamente inadeguati. In tali contesti, la conoscenza non si produce per aggregazione statistica, bensì attraverso una combinazione di plausibilità biologica, comprensione molecolare dei meccanismi patogenetici e tracciabilità rigorosa del processo sperimentale.
Come funziona la terapia personalizzata
Le terapie personalizzate di nuova generazione, come gli oligonucleotidi antisenso o alcune applicazioni estremamente mirate dell’editing genomico, sono l’espressione più avanzata di questa trasformazione. Non sono progettate per essere replicate identicamente su larga scala, ma per essere adattate a mutazioni specifiche, spesso uniche. Ciò sposta inevitabilmente l’asse dell’innovazione dal prodotto alla piattaforma, dalla molecola alla pipeline, dal risultato clinico medio alla coerenza del metodo.
Gli ASO agiscono intercettando le molecole di RNA messaggero che trasportano le istruzioni genetiche dal nucleo cellulare alle fabbriche proteiche, per poi neutralizzarle o alterarle. In un caso in esame, il farmaco si lega all’RNA messaggero in modo da mascherare l’errore, consentendo al meccanismo di produzione delle proteine della cellula di creare proteine sane. Ciò significa che la produzione di proteine normali dovrebbe essere iniziata poche ore dopo l’infusione, anche se ci vorrà molto più tempo per vedere se questo aiuta, perché prima sarà necessario eliminare l’accumulo di grassi tossici.
I vantaggi del modello basato su processo per autorizzare farmaci
L’approvazione del processo dovrebbe anche accelerare e rendere meno costoso lo sviluppo di farmaci personalizzati. Attualmente, lo sviluppo di un ASO personalizzato richiede dai due ai tre anni e costa dai 2 ai 3 milioni di dollari. L’approvazione del processo potrebbe portare il costo al di sotto di 1 milione di dollari e il tempo al di sotto dei nove mesi.
Ciò sarebbe molto inferiore al costo per trattamento della maggior parte delle terapie geniche una tantum attualmente sul mercato, anche se gli ASO devono essere somministrati per tutta la vita, piuttosto che in una singola dose.
Dal prodotto alla piattaforma, dalla molecola alla pipeline
Il modello regolatorio adottato nel contesto britannico riconosce esplicitamente questo cambiamento, introducendo un approccio basato su protocolli generali validati, all’interno dei quali singoli trattamenti individuali vengono autorizzati come variazioni di un processo standardizzato. L’impostazione è rilevante perché trasforma l’eccezione in una cornice: ogni intervento resta individuale, ma la valutazione si appoggia a regole di produzione e controllo comuni.
Evidenza cumulativa e riduzione dell’incertezza regolatoria
Questa impostazione ha implicazioni profonde. In primo luogo, consente una forma di accumulazione dell’evidenza che non dipende dalla ripetizione dello stesso farmaco, ma dalla ripetizione dello stesso schema di progettazione e controllo. Ogni nuova terapia individuale diventa così un caso di studio che contribuisce alla validazione del processo nel suo complesso. In secondo luogo, permette di separare la valutazione della sicurezza industriale e biologica dalla specificità clinica del singolo paziente, riducendo l’incertezza regolatoria senza forzare modelli sperimentali inappropriati.
Dalla regolazione “drug-based” alla valutazione del metodo
Il passaggio da una regolazione “drug-based” a una regolazione “process-based” rappresenta, in questo senso, una vera innovazione istituzionale. Non si tratta soltanto di accelerare autorizzazioni o concedere deroghe in casi eccezionali, ma di ridefinire cosa venga considerato scientificamente valido in un contesto di medicina di precisione estrema. Il cambio di prospettiva è coerente con evoluzioni già osservabili in altri ambiti delle terapie avanzate, come le CAR-T o le piattaforme a mRNA, dove processo produttivo e controlli di qualità sono diventati centrali quanto il principio attivo stesso.
L’Italia e il modello process-based tra AIFA ed EMA
Nel contesto italiano, questa trasformazione incontra un sistema regolatorio complesso, con ampi margini di miglioramento. L’autorizzazione dei medicinali è affidata all’AIFA, che opera in coordinamento con l’EMA per i farmaci soggetti a procedura centralizzata. L’attuale impianto normativo prevede già categorie specifiche per le terapie avanzate, ma rimane ancorato a una logica fortemente prodotto-centrica, in cui ogni trattamento deve essere definito, valutato e rimborsato come entità distinta.
In pratica, quando si presenta un caso ultra-raro in Italia, la risposta del sistema passa quasi sempre attraverso strumenti eccezionali: uso compassionevole, accesso allargato, trattamenti off-label autorizzati caso per caso. Questi meccanismi, pur fondamentali sul piano etico e clinico, non costituiscono una soluzione strutturale. Non generano conoscenza regolatoria cumulativa, non riducono l’incertezza per i casi successivi e dipendono in larga misura dalla capacità organizzativa del singolo centro clinico e dalla disponibilità di risorse locali.
Punti di forza e ostacoli verso un modello process-based in Italia
Un’evoluzione verso un modello basato sul processo potrebbe invece consentire una gestione più sistemica delle terapie ultra-personalizzate. L’Italia dispone di elementi potenzialmente favorevoli a questa transizione: la rete dei centri per le malattie rare è relativamente ben strutturata, con competenze consolidate in genetica clinica, diagnostica molecolare e bioinformatica. Inoltre, il Servizio Sanitario Nazionale, per sua natura universalistico, potrebbe teoricamente integrare queste innovazioni in modo più equo rispetto a sistemi basati su assicurazioni private o su forti disuguaglianze di accesso.
Tuttavia, l’adozione di un modello regolatorio process-based richiederebbe cambiamenti significativi anche sul piano culturale e istituzionale. Le valutazioni di efficacia dovrebbero accettare esplicitamente l’idea che, in determinati contesti, l’evidenza non possa essere quantitativa in senso tradizionale, ma debba fondarsi su indicatori surrogati, dati longitudinali individuali e validazioni meccanicistiche.
HTA e rimborsi nel modello process-based
Questo implica una revisione profonda dei criteri di health technology assessment, che in Italia sono spesso orientati a confronti costo-efficacia su popolazioni ampie. La questione della sostenibilità economica rimane centrale: le terapie ultra-personalizzate hanno costi elevati non tanto per la produzione in sé, quanto per l’intero ecosistema di ricerca, sviluppo e controllo che le rende possibili.
Un modello basato sul processo potrebbe consentire una razionalizzazione dei costi a lungo termine, ma solo se accompagnato da nuovi criteri di rimborso che tengano conto del valore clinico complessivo, della prevenzione di disabilità severe e della riduzione dei costi assistenziali futuri. In Italia, questo richiederebbe un coordinamento stretto tra AIFA, regioni e strutture ospedaliere, evitando che l’innovazione si traduca in ulteriori disparità territoriali.
Governance pubblica e prospettive per un modello process-based
Dal punto di vista più ampio, la questione tocca anche il ruolo dello Stato nella promozione dell’innovazione biomedica. Un approccio regolatorio basato sul processo implica che le istituzioni pubbliche riconoscano e legittimino piattaforme tecnologiche piuttosto che singoli prodotti commerciali. Questo apre la strada a collaborazioni più strette tra sistema sanitario, università e industria biotech, ma richiede anche meccanismi di governance trasparenti per evitare conflitti di interesse e garantire che la personalizzazione non diventi un privilegio per pochi.
Il caso britannico mostra che la vera frontiera dell’innovazione nelle terapie per malattie ultra-rare non è esclusivamente scientifica, ma profondamente regolatoria. Spostare l’attenzione dal farmaco al processo significa riconoscere che, in un’epoca di medicina di precisione estrema, sicurezza ed efficacia possono essere garantite anche attraverso percorsi diversi da quelli tradizionali.
Per l’Italia, accogliere questa prospettiva significherebbe trasformare una gestione emergenziale e frammentaria in un modello strutturato, capace di coniugare rigore scientifico, equità di accesso e sostenibilità del sistema sanitario. È una sfida complessa, ma coerente con l’evoluzione in atto della biomedicina contemporanea.













