L’energia è diventata uno dei principali fattori competitivi per le imprese italiane. Dopo la crisi del 2022, aziende e manager hanno iniziato a considerare il costo energetico non più come una semplice voce di bilancio, ma come una variabile strategica. Ridurre sprechi, conoscere i propri consumi e intervenire sulle inefficienze rappresentano oggi strumenti fondamentali per difendere margini e competitività.
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Il costo dell’energia come nuovo indicatore di competitività
Per oltre trent’anni le imprese italiane hanno costruito la propria competitività su qualità, flessibilità produttiva, capacità manifatturiera e innovazione.
Negli anni 70/80/90 capitava che alcuni industriali si “vantavano” di quanta energia consumavano. Era considerato quasi un segno di potenza, una sorta di medaglia di importanza; “la mia fabbrica consuma come tutti gli abitanti del mio paese”. Consumi tanto quindi sei grande. Facile… l’energia costava meno, la concorrenza era molto più ridotta e soprattutto l’energia non era un fattore competitivo che poteva fare la differenza.
In quegli anni abbiamo scoperto che il petrolio aveva un peso non indifferente sulle nostre vite (le domeniche a piedi), che la competizione non era più solo con i vicini di casa e che i margini si stavano restringendo ogni giorno di più.
Il costo del carburante per i trasporti è aumentato e così anche il peso della logistica nei conti aziendali. Sempre più macchinari e di conseguenza sempre più bisogno di energia. Computer, elettronica… un incessante aumento dei bisogni di energia elettrica per far funzionare le aziende. Così pian piano, una voce di costo marginale è diventata un vero e proprio fattore differenziante.
La crisi energetica del 2022 ha dimostrato che il prezzo dell’elettricità non è soltanto una variabile economica. È una variabile strategica capace di determinare la sopravvivenza o meno di intere filiere industriali.
Un’azienda che consuma 5 GWh all’anno ha visto la propria spesa energetica passare in alcuni casi da circa 500-600 mila euro annui a oltre 1,5 milioni di euro nel giro di pochi mesi. Per molte imprese manifatturiere questo aumento ha assorbito interamente il margine operativo.
La lezione che il sistema industriale italiano ha imparato è chiara: non basta più acquistare energia al prezzo migliore. Occorre gestire l’energia come una vera materia prima strategica.
La crisi energetica del 2022: una svolta per il sistema industriale italiano
Molti vedono il 2022 come un “Annus horribilis” ma siamo sicuri sia così? Per molte aziende è stata come una doccia gelata, un boato nel silenzio, un flash nella notte. È arrivata senza particolare preavviso ed ha colpito duro. Ma alla fine… i morti non sono stati così tanti come si temeva. Anzi, c’è chi dice che sia stato un anno importantissimo per dare una sveglia alle aziende che pensavano all’energia solo come una commodity e una sorta di balzello a cui non ci si poteva sottrarre.
Nel 2022 è successa una cosa epocale. Prima di allora molte aziende affidavano la gestione dell’energia a “qualcuno” nell’amministrazione. L’efficienza era demandata al manutentore o al direttore tecnico. La figura dell’energy manager era come quella del responsabile sicurezza…. Veniva estratto più o meno a sorte e gli si davano incarichi vaghi e non definiti.
Nel 2022 le bollette hanno iniziato a vederle i CFO e i CEO. Si è andati dentro ai processi produttivi, alle inefficienze, agli sprechi. Sono stati consultati tecnici esterni, sono esplose figure specializzate nell’efficienza energetica e nella riduzione dei consumi. Insomma, obtorto collo le aziende hanno messo il naso negli aspetti energetici, fatto investimenti e… e si sono rese più competitive. L’avrebbero fatto lo stesso senza la crisi? A parole sì…. Nei fatti sarebbe stato da vedere.
Il problema italiano: energia più cara rispetto ai concorrenti
L’Italia soffre da decenni di uno svantaggio competitivo energetico rispetto alle principali economie industriali europee.
La ragione principale è legata alla struttura del sistema energetico nazionale ed a scelte più o meno discutibili fatte in passato.
Mentre la Francia dispone di un’importante produzione nucleare e la Spagna beneficia di una forte crescita delle rinnovabili a basso costo marginale, l’Italia continua a produrre una quota significativa della propria energia elettrica utilizzando gas naturale.
Il risultato è una maggiore esposizione alle oscillazioni del prezzo del gas e ai fenomeni geopolitici internazionali. Eurostat e IEA continuano a evidenziare come il costo dell’elettricità per i consumatori industriali italiani risulti generalmente superiore rispetto a Francia, Spagna e diversi paesi del Nord Europa.
Il differenziale energetico diventa un differenziale competitivo
Il confronto con i competitor europei
Per un’impresa manifatturiera con consumi compresi tra 5 e 20 GWh/anno, il costo finale dell’energia può essere sintetizzato così:
Paese Costo medio indicativo
Francia 110-140 €/MWh
Spagna 120-160 €/MWh
Germania 140-180 €/MWh
Italia 170-220 €/MWh
Se consideriamo un consumo annuo di 10 GWh, la differenza tra un sito produttivo francese e uno italiano può raggiungere facilmente 500.000 euro all’anno.
Si tratta di una cifra sufficiente per finanziare:
- nuove linee produttive;
- investimenti in ricerca e sviluppo;
- assunzioni qualificate;
- programmi di internazionalizzazione.
In altre parole, il differenziale energetico si trasforma direttamente in un differenziale competitivo.
Un produttore italiano che sostiene costi energetici superiori del 20-40% rispetto a un concorrente francese o spagnolo parte da una posizione di svantaggio competitivo.
Questo diventa particolarmente critico nei settori:
- acciaio;
- alluminio;
- vetro;
- carta;
- plastica;
- agroalimentare.
Efficienza energetica imprese italiane: ridurre sprechi e consumi
In alcuni comparti il costo dell’energia può incidere oltre il 20% sul costo finale del prodotto. Di conseguenza anche piccole riduzioni dei consumi generano effetti significativi sulla marginalità. Questo inevitabilmente tocca chiunque. Che tu produca frigoriferi o conserve di pomodoro…. Devi comprare il cartone per le scatole, la plastica per le etichette, il pluriball per i container… ovunque ti giri hai bisogno di prodotti che costano sempre di più e di cui non puoi fare a meno. Ok, se ne parla da anni e la soluzione non è mai arrivata. E difficilmente arriverà indipendentemente da chi governi il paese. È un problema strutturale e bisogna trattarlo come tale. Cosa si può fare? Si può cercare di limitare i danni, trovare i modi per ridurre i consumi di energia o almeno eliminare gli sprechi.
Oggi la vera differenza non la fa soltanto quanta energia si acquista, ma quanto bene la si utilizza. Le imprese più competitive stanno introducendo sistemi di monitoraggio continuo, analisi dei dati energetici e strumenti capaci di individuare anomalie, dispersioni e consumi non necessari. Ogni kilowattora evitato rappresenta un costo che non grava sul prodotto finito e un margine che rimane in azienda. L’efficienza energetica non è quindi un intervento occasionale, ma un processo continuo di miglioramento che coinvolge tecnologia, organizzazione e cultura aziendale. In un mercato sempre più competitivo, imparare a gestire l’energia significa costruire un vantaggio destinato a durare nel tempo.









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