L’Intelligenza Artificiale sta entrando sempre più rapidamente nel mondo del lavoro. Oggi la utilizza il 44% dei lavoratori italiani, 12 punti percentuali in più rispetto a un anno fa. L’impiego resta però prevalentemente operativo: viene usata soprattutto come strumento standard o come assistente per compiti ripetitivi, mentre sono ancora poche le organizzazioni che la integrano in modo strutturale nei propri modelli di lavoro.
Il beneficio più immediato è il tempo: l’utilizzo dell’AI consente di risparmiare mediamente 30 minuti al giorno, che diventano 40 per chi la utilizza quotidianamente. Ma solo il 9% delle organizzazioni gestisce in modo strutturato il tempo guadagnato, con il rischio che venga assorbito da attività marginali invece di essere reinvestito in formazione, innovazione o sviluppo di nuove attività.
Anche l’integrazione tra persone e macchine è ancora agli inizi. In Italia non emergono ancora veri modelli di forza lavoro ibrida, composta da persone e agenti AI, e solo una organizzazione su quattro ha iniziato a riprogettare i propri processi sfruttando questa tecnologia. Nel 20% delle aziende l’AI ha già modificato il business, ma solo in una quota marginale ha portato alla creazione di nuovi servizi o nuove fonti di ricavo.
La trasformazione riguarda direttamente anche competenze e professionalità. Le imprese prevedono una crescente domanda di specialisti IT, mentre alcune attività più facilmente automatizzabili stanno già subendo pressioni. Allo stesso tempo, il 57% dei lavoratori dichiara di non ricevere iniziative aziendali di accompagnamento all’AI, e spesso gli interventi si limitano a linee guida invece che a veri percorsi strutturati di apprendimento.
Il cambiamento coinvolge anche il ruolo del manager. Organizzazioni più piatte, processi decisionali decentralizzati e sistemi intelligenti capaci di gestire attività sempre più complesse stanno mettendo in discussione i modelli gerarchici tradizionali. In prospettiva, il manager potrebbe diventare sempre meno un superiore gerarchico e sempre più una figura capace di coordinare e armonizzare persone e sistemi intelligenti. Eppure, un manager su cinque non conosce ancora le implicazioni etiche dell’AI e il 22% non possiede le competenze necessarie per decidere quali attività delegare alla macchina e quali mantenere in capo alle persone.
Alla trasformazione tecnologica si aggiunge una sfida altrettanto strutturale: la carenza di persone e competenze. Il 75% delle organizzazioni italiane ha difficoltà ad assumere nuovo personale, soprattutto nei profili tecnici e digitali. Il declino demografico potrebbe inoltre trasformare nei prossimi anni il talent shortage in una più ampia carenza di forza lavoro.
Anche engagement e benessere restano temi critici. Solo il 15% delle persone risulta pienamente ingaggiato e appena l’8% dichiara di stare bene contemporaneamente sul piano fisico, relazionale e psicologico. Circa due lavoratori su cinque hanno cambiato lavoro o intendono farlo a breve. In questo scenario assume un peso crescente il purpose, cioè la capacità dell’organizzazione di trasmettere uno scopo chiaro e significativo al lavoro delle persone.
La ricerca raccoglie inoltre numerosi casi concreti di innovazione HR, dall’uso dell’AI nella selezione e nel performance management alla gestione data-driven delle persone, fino alla personalizzazione del welfare e ai nuovi modelli di sviluppo delle competenze.

