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Minori a rischio, alert Instagram ai genitori: una cosa buona?



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Instagram avviserà i genitori degli adolescenti con account teenager quando la ricerca di contenuti su suicidio o autolesionismo diventa ripetuta. Misura proattiva e potenzialmente utile, ma con limiti: età dichiarata e bugie, displacement effect, responsabilità sulle famiglie, rischi di privacy e falsi positivi

Pubblicato il 2 mar 2026



instagram alert genitori

Instagram di Meta inizierà ad avvisare i genitori degli adolescenti titolari di account teenager – lo speciale account per gli utenti tra i tredici e i diciassette anni – quando questi ultimi useranno ripetutamente la piattaforma per la ricerca di contenuti sul suicidio o su altri atti di autolesionismo. In futuro, l’alert riguarderà anche le interazioni con l’AI di Meta.

E’ la prima volta che un fornitore di servizi social implementa una funzionalità tanto proattiva a tutela dei più giovani sui social ed è innegabile che l’iniziativa potrebbe avere – il condizionale è d’obbligo perché il diavolo, anche e soprattutto nelle cose del digitale, è nei dettagli – degli effetti positivi.

Ma, al tempo stesso, guai a dimenticare che non è tutto oro quello che luccica.

Alert Instagram ai genitori: cosa prevede la misura e quando arriva in Italia

Limiti e rischi non mancano e vale la pena provare a metterli in fila per tenerli presente nel monitorare l’effettiva efficacia dell’iniziativa che, comunque, non sbarcherà subito sulle pagine italiane del social network dove arriverà nel corso dell’anno dopo un rodaggio in altri mercati a cominciare da quello americano e australiano.

Il perimetro della misura e il nodo dell’età dichiarata

Il primo è legato al suo ambito di applicazione: non esattamente tutti gli utenti tra i tredici e i diciassette anni, ma tutti gli utenti che nell’iscriversi al social avranno dichiarato di avere tra i tredici e i diciassette anni.

È uno dei famosi dettagli nei quali si nasconde il diavolo.

È, infatti, ormai accertato che i più piccoli mentono e mentono spesso sulla loro età pur di accedere a social e ad altri servizi online ai quali non potrebbero accedere.

Uno studio di qualche anno fa della britannica OFCOM – l’equivalente della nostra AGCOM – suggerisce che un bambino su tre, tra gli otto e i diciassette anni, dichiara di averne più di diciotto pur di usare servizi che altrimenti non potrebbe usare o in relazione ai quali avrebbe un qualche genere di restrizione.

E un altro studio del 2025 della Australian eSafety Commission riferisce che addirittura quattro bambini su cinque mentirebbero, allo stesso scopo, sulla loro età.

La nuova iniziativa di Instagram, evidentemente, in tutti questi casi, non troverà applicazione perché, appunto, l’account teenager al quale è riservato non riguarda chi dichiara di essere maggiorenne.

Certo Instagram, al pari di molti suoi concorrenti, in alcuni casi riesce a scoprire le bugie sull’età dei più piccoli e richiamarli al rispetto delle regole ma questo avviene in una percentuale modesta di ipotesi.

È un primo limite non da poco che mina alla radice efficacia ed effettività della misura.

Alert Meta ai genitori e displacement effect: il rischio di spostarsi altrove

Il secondo è relativo alla circostanza che, come suggerisce proprio la tendenza diffusa a mentire sull’età, i più giovani sono più smart di quanto non si pensi con la conseguenza che essendo ormai a conoscenza dell’iniziativa di Instagram, nella più parte dei casi, se “prigionieri” dell’account teenager, si guarderanno, verosimilmente, bene dal fare ricerche su suicidi e atti di autolesionismo proprio su Instagram, rivolgendosi, eventualmente, altrove.

È un effetto ormai noto, il c.d. displacement effect: quando una piattaforma adotta autonomamente misure più rigorose, gli utenti, per sottrarsi, si spostano altrove.

Non è, naturalmente, colpa di Meta ma è un altro ineliminabile limite all’efficacia e effettività della misura, un limite che suggerisce che in relazione a questo genere di questioni che riguardano la protezione dei più piccoli in relazione alla loro esposizione a contenuti pericolosi, le misure non dovrebbero essere lasciate al mercato ma dovrebbero essere adottate per via regolamentare in modo da essere generalizzate sebbene, poi, con gli ineliminabili limiti legati alla difficoltà di ottenere un’applicazione totalitaria.

Responsabilità, competenze e “fai da te” in questo alert Instagram

Il terzo limite e, al tempo stesso, rischio è legato alla circostanza che la misura che Instagram sta implementando sposta la più parte della responsabilità sulle famiglie presupponendo ciò che non è ovvero che tutti i genitori, una volta avvisati, sappiano come gestire correttamente e nell’interesse del minore, l’informazione ricevuta.

In realtà, sfortunatamente, non c’è niente di meno vero.

La percentuale dei genitori capace di confrontarsi in maniera consapevole ed efficace con eventuali disturbi mentali dei più piccoli è modesta e, sfortunatamente, non è facile – o, almeno, non lo è, certamente, per tutti allo stesso modo – neppure trovare sul territorio il necessario supporto specialistico.

Qui, peraltro, la situazione socio-economica della famiglia rischia di pesare in maniera determinante sia in termini di propensione che di possibilità di rivolgersi a uno specialista per chiedere supporto per il figlio.

E il rischio del “fai da te” quando si tratta di confrontarsi un problema legato alla salute mentale di un minore è enorme.

Senza neppure pensare – ma, purtroppo, bisogna mettere in conto che capiterà in numero non irrilevante di casi – che il “fai da te”, in molti casi, potrebbe implicare il ricorso al Dottor AI, che si chiami ChatGPT, GeminiAI, Grock o in altro modo.

E questo potrebbe determinare il “salto” del problema dalla padella alla brace.

È un altro limite significativo.

Coordinamento pubblico e rischi relazionali nella gestione degli alert social ai genitori

L’iniziativa rischia di suonare come un esercizio di scarico di responsabilità dal gestore della piattaforma ai genitori, un esercizio comprensibile ma non condivisibile in considerazione della nota e obiettiva impreparazione di molte famiglie a confrontarsi con questo genere di questione e della situazione deficitaria – anch’essa nota – di adeguati presidi specializzati nella salute mentale adeguatamente distribuiti sul territorio.

Anche in questo caso, probabilmente, sarebbe stato e sarebbe preferibile che l’azione dei privati fosse stata e fosse coordinata con il decisore pubblico o, almeno, con il sistema pubblico sanitario.

Senza dire che, purtroppo, non mancheranno famiglie nelle quali, al ricevimento dell’alert di Instagram, il rapporto genitori-figli potrebbe soffrirne più del dovuto e più di quanto ipotizzato da chi ha progettato l’iniziativa.

La salute mentale, specie quella dei più piccoli, è materia da maneggiare con estrema cautela e nella quale anche le migliori intenzioni possono produrre effetti collaterali indesiderati e pericolosi.

Privacy, falsi positivi e difficoltà di giudizio finale

L’elenco dei limiti e rischi connessi all’implementazione dell’iniziativa, naturalmente, è più lungo e include anche questioni legate alla privacy – giacché il servizio di alert e, quindi, di comunicazione ai genitori di dati relativi all’uso del social da parte dei figli è attivato in assenza di una richiesta dell’interessato o di chi su di lui esercita la responsabilità genitoriale – e questioni legate al rischio di falsi positivi che potrebbero portare a pericolosi fraintendimenti algoritmici con l’inutile innesco delle complicazioni delle quali si è detto sopra.

Difficile esprimere un giudizio di sintesi su un’iniziativa del genere che ha l’aria di essere stata adottata sull’onda di un movimento mondiale di crescente pressione sui social a proposito della sicurezza dei minori online e, forse, con un pizzico di precipitazione in più di quella che il carattere incandescente della materia avrebbe suggerita.

Forse varrebbe la pena che la sua implementazione nel nostro Paese fosse coordinata, nel modo più tempestivo ed efficace possibile, con le strutture pubbliche e le organizzazioni e enti non profit che hanno, a diverso titolo, competenze ed esperienze specifiche nella protezione dei più piccoli scongiurando il rischio che tutto resti affidato a messaggi più o meno allarmanti che compaiano all’improvviso sugli smartphone di genitori magari del tutto impreparati a riceverli e a reagire in modo utile e opportuno.

Questo a voler guardare il bicchiere mezzo pieno.

Perché, altrimenti, bisognerebbe dire che – che l’iniziativa funzioni un po’ di più o un po’ di meno – siamo e restiamo lontani dal poter dire che si sta davvero facendo ciò che sarebbe stato necessario da anni fare per garantire davvero ai più giovani una vita sostenibile nella dimensione digitale, frattanto diventata il loro – come il nostro – naturale ambito di vita.

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