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“Wider than the sky”: il doc che porta l’AI in classe e al cinema



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“Wider than the sky” di Valerio Ialongo, nelle sale italiane il 9-10-11 febbraio, è il primo documentario italiano sull’intelligenza artificiale. Tra neuroscienziati come Hanna e Antonio Damasio, danzatori e robot, il film indaga cosa ci rende umani e propone una lettura non distopica, con un dossier didattico per le scuole

Pubblicato il 5 feb 2026

Daniela Di Donato

Docente di italiano (Liceo scientifico), PhD in Psicologia sociale, dello sviluppo e della Ricerca educativa presso Sapienza Università di Roma, esperta di metodologie didattiche, inclusione e uso delle tecnologie digitali a scuola.



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“Wider than the sky” del regista Valerio Ialongo, presentato al Festival del Cinema di Roma a settembre 2025, è il primo documentario italiano sull’AI e parla di intelligenza artificiale in modo molto diverso dai film di Hollywood.

Nel cast troviamo danzatori, neuroscienziati, politologi, ingegneri e naturalmente robot con un’anima artificiale: basta citare la presenza di Hanna e Antonio Damasio, due tra i più importanti neuroscienziati viventi, per comprendere il valore della proposta di riflessione sostenuta. A loro dobbiamo le ricerche su emozioni, coscienza e cervello e il ribaltamento dell’idea cartesiana di mente e corpo come due entità separate.

Il viaggio dell’AI raccontato come esperienza, non come minaccia

Lo sguardo di Valerio Ialongo è quello di un esploratore consapevole del viaggio che sta facendo, ma non della destinazione: l’IA viene raccontata come un percorso, che indaga il presente per immaginare il futuro. La grande sfida non è tanto comprendere che cosa sia questa nuova tecnologia, ma che cosa invece siamo noi di fronte a lei e con lei.

Le voci degli scienziati, dei coreografi, degli studiosi di filosofia ed etica della scienza, che nel film parlano e descrivono la loro esperienza con le intelligenze artificiali, compongono una trama che porta dentro di sé la domanda: “Che cosa ci rende umani?”

L’intelligenza artificiale nel cinema: dal conflitto alla risonanza

Se dovessimo fare un’indagine nella storia del cinema dedicato alle intelligenze artificiali, potremmo dire che siamo lontani dalla narrazione distopica e spaventosa di Metropolis (1927) di Fritz Lang, dove la tecnologia è propaganda e strumento di controllo sociale, o dalla rappresentazione quasi onirica di 2001: Odissea nello spazio (Stanley Kubrick, 1968), dove il conflitto uomo-macchina è dominante, o ancora dalla visione apocalittica di Terminator (James Cameron, 1984), che torna dal futuro con progetti omicidi.

Forse il film di Ialongo è più in risonanza con il Rutger Hauer di Blade Runner (Ridley Scott, 1982), che si chiede perché non possa essere riconosciuto come persona, o con il Neo di Matrix delle sorelle Wachowski, dove l’AI non è un personaggio, ma un ambiente in cui gli esseri umani sono immersi e pensano illusoriamente di vivere.

E forse anche con la prosecuzione del film di Kubrick, 2010 – L’anno del contatto (Peter Hyams, 1984), nel quale compare una “sorellina” del computer Hal, quasi a ricomporre una singolare famiglia, alla quale ci si rivolge per capire meglio i comportamenti dei suoi componenti.

Oltre l’antropomorfismo: un documentario che sfugge alle categorie

Il tema della relazione affettiva con le macchine ha certamente contribuito ad alimentare un processo di antropomorfizzazione delle intelligenze artificiali: basti ricordare David, il piccolo androide del lungo film A.I. di Spielberg (2001), uscito agli albori dello sviluppo della rete internet, che aspira a diventare davvero un bambino, o il tenerissimo Wall-E di Andrew Stanton (2008), che sviluppa una vera personalità, tanto potente da innescare cambiamenti nell’intera umanità.

Per finire con il più recente Her (Spike Jonze, 2013), che rompe le distanze emotive, simulando una ricerca di relazione amorosa tra un uomo e un sistema operativo di AI.

Se dovessimo collocare il documentario “Più grande del cielo” su una linea che unisce almeno quattro modelli di rappresentazione cinematografica delle intelligenze artificiali, saremmo in difficoltà a trovarle uno spazio preciso: dentro non c’è rappresentazione dell’AI come specchio dell’umano e delle sue emozioni (ricerca ostinata di una identità, morte, vita), l’AI non è apparato di controllo (simulazione, propaganda, governance), né rischio catastrofico per l’umanità e non è affatto cura in chiave sociale.

Intelligenza collettiva e macchine che imparano

Nel film incontriamo persone competenti che si fanno delle domande e una AI che ripete queste domande a sé stessa. Il ritmo della storia è talvolta surreale per la presenza curiosa di vari robot, talvolta più avvolgente come un sussurro che arriva all’orecchio di chi guarda, ma la voce che sentiamo è sempre nitida e mantiene alta l’attenzione su un aspetto: forse sarebbe meglio pensare alle AI come una intelligenza collettiva, senza averne paura, ma contribuendo attivamente e criticamente alla sua comprensione.

Il film è anche un film sul cervello umano, sulle meraviglie dell’intelligenza corporea e sulle balbettanti acquisizioni di indipendenza di diverse tipologie di macchine: dalle auto a Los Angeles che si guidano da sole ai cani metallici che cercano di imparare a camminare in spazi sconosciuti.

Scuola e dossier didattico: perché conta il punto di vista educativo

Gli artefatti culturali che produciamo sono le competenze che lasciamo al mondo, direbbe Bruner, e da insegnanti questo ci dovrebbe interessare molto, perché non c’è niente di più umano di un artefatto tecnologico. E la scuola, gli ambiti educativi e l’apprendimento interessano molto anche il regista, che ha accompagnato la visione del film con un dossier didattico, in modo da aiutare insegnanti e studenti a costruire esperienze con le loro classi.

Il regista ne ha incontrati davvero tanti: tante studentesse e tanti studenti, tanti insegnanti.

Dichiara infatti che gli è sembrato importante contraddire una retorica della paura, che aveva predominato in questi primi tre anni dall’esplosione di ChatGPT. Ragazze e ragazzi si sono dimostrati interessati al film perché l’intelligenza artificiale la vivono già quotidianamente nell’uso e nella pratica, mentre gli insegnanti hanno manifestato più spesso un atteggiamento di sottile ostilità, a volte, o comunque di grande diffidenza. Certo, lo sappiamo: la scuola è messa totalmente in discussione dalla presenza di Large Language Models.

Opportunità, ricerca e ambivalenza: l’AI come specchio della nostra complessità

Perché non mostrare allora gli aspetti positivi di questa rivoluzione ormai in atto? Le AI sono una tecnologia straordinaria, che consentirà un accesso universale alla conoscenza: sia artisti che scienziati mostrati nel film utilizzano l’intelligenza artificiale per raggiungere in maniera più efficace o più rapida i loro scopi.

Nel 2024 il premio Nobel per la chimica è stato vinto da Demis Hassabis e John M. Jumper, che grazie all’intelligenza artificiale sono riusciti a risolvere un problema che avrebbe richiesto secoli di studio e lavoro: la progettazione computazionale per scoprire i sistemi di predizione delle proteine.

Il cuore del film, sostiene Ialongo, è che se il mistero è nel nostro cervello, se noi creiamo qualcosa che ci assomiglia, probabilmente quel qualcosa avrà quella stessa ambivalenza, quello stesso mistero che riconosciamo al nostro cervello e all’essere umano.

Date di uscita e perché vederlo in sala

Il film sarà distribuito nelle sale italiane il 9-10-11 febbraio 2026: è una preziosa opportunità non solo per assistere a uno spettacolo visivo e guardare un’opera originale e accurata, ma anche per condividere un po’ di quella intelligenza collettiva che tutti possiamo contribuire a sviluppare.

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