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Ascani: “Ddl sull’IA occasione mancata per l’Italia, ecco gli errori da correggere”



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Il tanto atteso disegno di legge del governo sull’intelligenza artificiale delude le aspettative. Mancano investimenti, visione strategica e risorse per formazione e ricerca. La frammentazione e la mancanza di autonomia delle autorità di vigilanza sollevano preoccupazioni sulla governance. Il provvedimento sarà discusso in Parlamento per apportare miglioramenti necessari

Pubblicato il 4 giu 2024

Anna Ascani

Vicepresidente della Camera dei Deputati, Deputata PD



IA intelligenza artificiale ai generativa e copyright

Lo abbiamo atteso a lungo e finalmente, seppure con grande ritardo rispetto agli annunci, è arrivato. Il disegno di legge del governo in materia di intelligenza artificiale è però, purtroppo, un’altra delle occasioni mancate di questo esecutivo.

L’urgenza di avere un testo normativo in un ambito così rilevante per il progresso del nostro Paese, per la sua competitività a livello internazionale e per la regolamentazione di tutti gli aspetti che costituiscono un rischio per i cittadini e per la tenuta democratica della nostra società è innegabile. Ma proprio per questo ci si aspettava un provvedimento di natura diversa, strategico e ben finanziato. L’impressione che invece si ha è che sia un elenco di intenzioni, magari di buon senso, senza però visione e – cosa più significativa – senza investimenti.

L’errore di un disegno di legge a costo zero

Colpisce a tale proposito l’articolo 26 che chiude il provvedimento: “Dall’attuazione della presente legge, ad esclusione dell’articolo 19, non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le amministrazioni pubbliche interessate provvedono all’adempimento delle disposizioni della presente legge con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente”. Se escludiamo il miliardo che era già stato assegnato a CDP dal governo precedente (art. 19) – o meglio, l’autorizzazione, fino all’ammontare complessivo di un miliardo di euro, per l’assunzione di partecipazioni nel capitale di rischio direttamente o indirettamente di imprese, mediante l’utilizzo di risorse del Fondo di sostegno al venture capital – parliamo di un disegno di legge a costo zero. Non ci sono risorse per la formazione, per la ricerca, per la promozione di sperimentazioni.

Si sta parlando di un ambito altamente innovativo, il cui impatto sulla tenuta sociale è da studiare prima che da regolamentare. Quella di non destinare fondi nuovi all’intelligenza artificiale è, da parte del governo, una scelta che si commenta da sola. 800 milioni per un centro per il respingimento dei migranti in Albania, zero euro per l’intelligenza artificiale. Significa che questo settore non è considerato una priorità.

La mancanza di investimenti nell’IA: un problema strategico

Com’è possibile essere protagonisti a livello internazionale, capaci di fronteggiare potenze come Cina e Stati Uniti, senza dotare università e centri di ricerca di risorse adeguate? O, ancora, com’è possibile richiedere alla pubblica amministrazione di acquisire sistemi all’avanguardia o fare formazione ai propri dipendenti su questi strumenti senza metterci un euro? Non sono domande retoriche, sono questioni rilevantissime alle quali il governo con il suo provvedimento non dà risposta.

La frammentazione delle competenze: ostacolo alla governance

L’assenza di un piano organico per l’intelligenza artificiale non si evince solo da questo fondamentale aspetto o dal fatto che non risulti ancora pubblicato il documento strategico sull’IA che pure era stato anch’esso più volte annunciato. Il disegno di legge appare disarticolato. Nelle disposizioni di settore, si richiamano, in base alle competenze di alcuni Ministeri, indicazioni molto generiche sull’utilizzo dell’IA. Si parla di disabilità, lavoro, professioni intellettuali, attività giudiziaria, per esempio. Nel caso dell’ambito sanitario si rimanda all’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali per la realizzazione di una piattaforma di intelligenza artificiale per il supporto alle attività di cura e per l’assistenza territoriale. Mentre in ambito lavorativo, si istituisce all’interno del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali un Osservatorio che definisce la strategia sull’adozione dei sistemi di IA in questo settore. Una grande confusione della quale non si sente alcun bisogno.

Gli ambiti trascurati dal provvedimento

Rimangono fuori poi da queste disposizioni ambiti che pure richiederebbero un’attenzione particolare, se pensiamo che non è citato nel provvedimento il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che dovrebbe essere, invece, coinvolto per la questione dei veicoli a guida autonoma – già affrontata dal punto di vista normativo in altri Paesi europei – ma anche per il monitoraggio intelligente delle criticità che possono verificarsi evitando veri e propri disastri che purtroppo abbiamo già visto poter accadere nel nostro Paese.

La questione della governance e dell’autonomia delle Autorità

Quello che a mio avviso è più grave, però, riguarda l’aspetto della governance – un elemento essenziale: il ddl del governo stabilisce che la strategia nazionale venga predisposta dalla struttura della Presidenza del Consiglio dei Ministri competente in materia di innovazione tecnologica e transizione digitale, d’intesa con le Autorità nazionali per l’intelligenza artificiale – che sono nello specifico, l’Agid, l’Agenzia per l’Italia digitale, e l’ACN, l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale – sentiti il Ministero delle Imprese e del Made in Italy e il Ministero della Difesa. Insomma ogni responsabilità è in capo al governo, direttamente o attraverso Agenzie che ne sono emanazione.

Le conseguenze non sono difficili da immaginare: non solo la frammentazione di cui si è già detto, che ostacola ancora di più la governance e il monitoraggio ma, soprattutto, il venire meno dell’autonomia di chi vigila rispetto al governo di turno che è potenzialmente un soggetto da vigilare. Non a caso l’AI Act europeo prevede che le autorità incaricate di queste funzioni godano invece di autonomia e indipendenza. Previsione che il ddl del governo disattende.

Un progetto inadeguato alle sfide dell’IA

In conclusione, e senza entrare ulteriormente nel merito dei singoli articoli, ciò che emerge è da un lato deludente, dall’altro pericoloso. E sicuramente non adeguato ad affrontare la sfida dell’IA. Anzi, in alcuni casi è già superato dalla realtà, se pensiamo al lavoro delle pubbliche amministrazioni o le sperimentazioni già in atto. E se consideriamo, inoltre, che sono stati tenuti fuori dal ddl elementi qualificanti di innovazione e ricerca come le sandboxes, oggetto di iniziative legislative incardinate sia alla Camera che al Senato.

Le uniche iniziative mirate che il provvedimento del governo contiene non sono frutto del lavoro dell’esecutivo: si sono limitati a recepire parte delle indicazioni contenute nell’AI Act e sollecitazioni che, come parlamentari, abbiamo evidenziato da tempo, tra cui la necessità di inserire un watermark per rendere riconoscibili i contenuti prodotti da applicazioni di intelligenza artificiale. Anche qui, tuttavia, la mancanza di indicazioni precise sul funzionamento di questo strumento rischia di rendere inapplicabile la disposizione.

I prossimi step per correggere gli errori del Ddl

Il provvedimento sarà discusso in Parlamento ed è lì che abbiamo intenzione di intervenire per rendere solida l’architettura di regolamentazione nazionale dell’intelligenza artificiale. Occorre una strategia seria. Regole chiare per sfruttare al meglio questi strumenti che, va ricordato, non sono neutri e per garantire e tutelare i diritti e le libertà delle persone.

Non possiamo rassegnarci al “sempre meglio di niente” in un settore così rilevante per il Paese. Occorre fare di più: è essenziale diffondere consapevolezza e conoscenza, investire nella tecnologia e nelle competenze, mettendo sempre al centro l’essere umano.

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