La vicenda degli esodati di Transizione 5.0 si chiude, almeno nella sostanza, con un passo indietro del governo. Il primo aprile 2026, nell’incontro a Palazzo Piacentini tra i ministri Urso e Foti e il viceministro Leo con le principali associazioni di categoria, l’esecutivo ha rassicurato le oltre 7.000 imprese rimaste in lista d’attesa dal 7 novembre 2025: i crediti maturati verranno onorati quasi integralmente.
L’impegno è preciso, il governo coprirà al 100% le domande relative a fonti di energia rinnovabile e formazione, categorie che il decreto fiscale del 27 marzo aveva integralmente escluso, e al 90% quelle relative ai beni strumentali. La correzione sarà affidata alla fase di conversione in legge del decreto, attualmente all’esame del Senato.
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I numeri dell’accordo
Ai 2,75 miliardi già stanziati si aggiunge l’intero fondo da 1,3 miliardi previsto in legge di Bilancio, che il decreto fiscale avrebbe invece limitato a 537 milioni, più ulteriori 200 milioni per coprire integralmente la componente FER. Il totale dedicato a Transizione 5.0 sale così a 4,25 miliardi, su un fabbisogno stimato di 4,40 per la copertura completa.
Il governo ha poi inquadrato questi numeri in un quadro più ampio: sommando i 9,7 miliardi previsti per il nuovo iperammortamento 2026-2028, comprensivi dei fondi per rimuovere il vincolo Made in EU, il totale delle risorse messe a disposizione delle imprese per le due misure raggiunge quasi 14 miliardi. Il viceministro Leo ha anche annunciato tempi brevi per il decreto attuativo sull’iperammortamento.
Transizione 5.0, i dati
| Voce | Dato |
| Dotazione originaria Transizione 5.0 | 6,3 miliardi € |
| Fondi dirottati alla legge di Bilancio 2024 | 3,7 miliardi € |
| Disponibilità effettiva 2024-2025 | 2,75 miliardi € |
| Plafond esaurito | novembre 2025 |
| Imprese in lista d’attesa | oltre 7.000 |
| Valore lista d’attesa | 1,65 miliardi € |
| Risorse previste dal DL fiscale (27 marzo) | 537 milioni € |
| Risorse ripristinate dopo il tavolo del 1° aprile | 4,25 miliardi € |
| Totale con iperammortamento 2026-2028 | ~14 miliardi € |
Le reazioni
I primi commenti dal mondo industriale sono positivi, pur con una nota di vigilanza. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ha detto di aver apprezzato gli sforzi del governo. Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, ha parlato di un ripristino della fiducia Stato-imprese e della parola fine a un’ingiustizia. Più cauto, ma ugualmente soddisfatto, Riccardo Rosa, presidente di UCIMU-Sistemi per Produrre: “Siamo soddisfatti dell’esito dell’incontro. L’auspicio è che non si verifichino più situazioni come quella che abbiamo vissuto con il DL del 27 marzo. La stabilità e la chiarezza sono indispensabili presupposti per chi deve fare investimenti in tecnologie di produzione e macchine utensili”. Rosa ha poi aggiunto un passaggio significativo: “Aspettiamo al più presto il decreto attuativo dell’iperammortamento, perché le aziende attendono prima di fare qualsiasi passo proprio a causa di questi continui cambiamenti di rotta”.
Cosa rimane aperto
La correzione è sostanziale, ma non elimina le questioni strutturali che la vicenda ha portato in superficie. Il decreto attuativo sull’iperammortamento non è ancora arrivato, e le imprese, come sottolinea Rosa, stanno rinviando decisioni di investimento proprio in attesa di certezze. Nel frattempo, il perimetro di Transizione 5.0 risulta ridimensionato rispetto all’impianto originario, per il 2026 l’attenzione si sposta sul nuovo iperammortamento: uno strumento diverso, con una logica diversa, che richiede alle imprese un nuovo ciclo di apprendimento e adattamento. Le associazioni industriali chiedono soprattutto tre cose, chiarezza, rapidità e coerenza. Il timore concreto è che l’incertezza accumulata nelle ultime settimane abbia già prodotto un effetto di rallentamento sugli ordini di macchinari, software e impianti, settori che hanno bisogno di visibilità per pianificare la propria capacità produttiva.
Una lezione per la politica industriale
Il governo ha fatto la cosa giusta correggendo una misura che aveva generato un’ingiustizia reale verso imprese che avevano investito in buona fede. Resta però una domanda che vale per il futuro: come evitare che strumenti di trasformazione industriale di medio periodo diventino variabili dipendenti delle esigenze di breve termine della finanza pubblica? La risposta non è semplice, ma la direzione è chiara. Le risorse destinate a coprire impegni già presi vanno separate con più rigore da quelle disponibili per la flessibilità di bilancio.
Non è una questione ideologica, è la condizione minima perché le politiche industriali producano gli effetti per cui vengono disegnate, perché le imprese, soprattutto le PMI, che non hanno tesorerie in grado di assorbire retroattivamente la variabilità regolatoria, possano continuare a fidarsi degli strumenti pubblici.
Il tavolo del primo aprile ha chiuso una crisi, la lesson learned riguarda come non aprirne un’altra.








