Come vi pare sia cominciato il 2026? Se il buon giorno si vede dal mattino, io dico che i prossimi mesi saranno interessanti.
Oggi cerchiamo di capire la questione Agcom contro Cloudflare.
Sappiamo che Agcom contesta a Cloudflare la mancata collaborazione nel blocco dei siti pirata legati alle partite di calcio, nell’ambito del Piracy Shield. Dopo mesi di stallo, arriva una multa da 14 milioni. Cloudflare replica parlando di censura e libertà di parola e minaccia ritorsioni sui nostri servizi.
Il confronto tra Agcom e Cloudflare viene letto come uno scontro “tecnico”, ma la tecnica è spesso fumo negli occhi. Al centro c’è l’obbligo di applicare una norma nazionale e la scelta di un grande intermediario digitale di resistere.
Facciamo un esempio per capire.
Sarà capitato a tutti di avere un problema a casa: il riscaldamento fa le bizze, l’acqua al secondo piano arriva solo di notte, la luce salta, Internet va un giorno sì e due no. Chiami l’assistenza, il tecnico arriva, dopo averti avvertito che devi pagare l’uscita, e ti sciorina una supercazzola che farebbe piangere di orgoglio il conte Mascetti.
È una litania che invariabilmente tocca argomenti come: occorre cambiare la caldaia appena revisionata, l’impianto idraulico è stato fatto male, ci hanno venduto il modem sbagliato, i cavi sono vecchi, è un problema di centralina. In qualunque contesto, il messaggio è sempre lo stesso: il problema non è come lo vedete voi, ma come ve lo spiega il tecnico.
Quello che sta succedendo fra Cloudflare e AGCOM è più o meno la stessa cosa: Agcom solleva un problema e Cloudflare parte con la supercazzola. Anche qui, lo scopo è stabilire che il problema non è come dice AGCOM, ma come dice Cloudflare.
Indice degli argomenti
Che cosa fa Cloudflare e perché entra nel caso
Iniziamo a capire cosa fa Cloudflare. Come quasi tutto nel mondo digitale, è una cosa molto semplice spiegata come se fosse la teoria della relatività. Cloudflare è un CDN (Content Delivery Network), una rete per la consegna di contenuti.
Supponete di essere un editore e di avere in magazzino libri da vendere. Il problema è che quando un libro “tira”, le librerie vi intasano il centralino di ordini, e il magazzino centrale non ce la fa a stare dietro a tutte le consegne. In questa analogia, Cloudflare è il distributore: viene a ritirare le copie a scadenze fisse, distribuisce i libri fra i magazzini regionali e poi sono i magazzini regionali a occuparsi delle singole librerie.
Tutto qui. I problemi digitali che non hanno un corrispondente nel mondo reale sono pochi e, soprattutto, non fanno mai notizia.
Agcom contro Cloudflare e il nodo dei siti pirata
Ora, nella nostra analogia, AGCOM si occupa di garantire che certi libri (nella fattispecie, i siti pirata delle partite di calcio) non raggiungano le librerie perché la legge ne impedisce la vendita. Siccome Cloudflare è uno dei distributori più grandi, a febbraio AGCOM dà a Cloudflare una lista di titoli da non distribuire (cioè di siti pirata da non distribuire).
E qui comincia il problema. Perché Cloudflare dice che, se deve occuparsi di controllare quali titoli sono da distribuire e quali no, si rallentano tutte le consegne.
Allora, a fine dicembre, AGCOM, vedendo che Cloudflare non muove un dito, le fa una multa da 14 milioni di euro.
La risposta di Cloudflare: censura, libertà di parola e minacce
A questo punto il CEO di Cloudflare se ne esce dicendo che AGCOM sta facendo della censura, che Cloudflare è a favore della libertà di parola e che AGCOM non ha il diritto di decidere quali libri si possono vendere e quali no (fuor di metafora: quali contenuti possono viaggiare in rete e quali no). E, se AGCOM insiste, Cloudflare potrebbe anche lasciare l’Italia e mandare a monte i contratti per la distribuzione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina.
Mettiamo per un attimo da parte il disamore per AGCOM e ragioniamo: dove abbiamo già sentito un discorso del genere? Ma certo, dal generalissimo “El Zucko” e da quell’altro con la faccia meno sveglia, Elon Musk. Zuckerberg voleva chiudere Facebook, WhatsApp e Instagram in Europa pur di non adempiere ai propri obblighi di legge; e Musk voleva fare lo stesso con Twitter/X.
Né l’uno né l’altro hanno fatto niente se non parlare al vento. Perché sanno benissimo due cose: primo, l’Europa è un mercato grande e ricco. Secondo, se chiudono loro, qualcun altro riempie immediatamente il vuoto che lasciano.
La stessa cosa vale per Cloudflare. Vada pure. Il suo lavoro, incluso per le Olimpiadi, lo può fare Akamai, o la stessa Telecom Italia. Per non parlare dei milioni di danni che gli costerebbe rescindere unilateralmente dei contratti.
La legge prima della simpatia: Piracy Shield e obblighi
Ora, qui la cosa importante è ignorare la legittima antipatia per AGCOM e capire veramente da che parte sta la ragione.
AGCOM è un’authority governativa incaricata di applicare una legge. Possiamo discutere se la legge (il Piracy Shield, nella fattispecie) sia giusta, se sia equa, perfino se abbia senso. Ma intanto, mentre discutiamo, quella è la legge.
Quando c’è il limite a 50 km/h, tu vai a settanta e la Stradale ti ferma: puoi sbraitare quanto vuoi che la strada è libera, che ci sono quattro corsie e che il divieto non ha senso. Il divieto c’è e la multa la paghi.
Lo stesso vale per Cloudflare. Io personalmente non sono un fan del Piracy Shield: penso che sia pensato male, realizzato peggio, e credo che l’intero sistema dei diritti digitali sia gestito nel peggior modo possibile.
Ma c’è una legge, e giusta o sbagliata è una legge, e nessun CEO può pensare di essere al di sopra. Non Zuckerberg, non Musk e non il CEO di Cloudflare.
Il mito dell’Internet senza giurisdizione
Seconda cosa: questa idea che nessuno abbia giurisdizione su Internet è affascinante, se vivete nel 1996. Già se vivete nel 2000 potete vedere che è un trucco per non pagare dazio, letteralmente. L’idea dell’extraterritorialità di Internet, fin dalla sua concezione, è stata la comoda scusa per permettere alle startup statunitensi del digitale di diventare i leviatani che sono oggi. Io lo so perché c’ero.
Io sono della generazione che ci ha creduto: a Internet come nuova frontiera, al ciberspazio come territorio libero.
Governi del mondo industrializzato, voi stanchi giganti di carne e acciaio, io vengo dal cyberspazio, la nuova dimora della Mente. In nome del futuro, chiedo a voi del passato di lasciarci in pace. Non siete i benvenuti tra noi. Non avete alcuna sovranità dove noi ci riuniamo.
Queste, del 1996, erano le parole di John Perry Barlow, fondatore della Electronic Frontier Foundation: poeta, saggista, uno che ha scritto canzoni per i Grateful Dead, uno fra i primi ciberlibertari. Nel 1996 scrisse la “Dichiarazione di Indipendenza del Ciberspazio”, che ha illuso la mia generazione.
Allora molti di noi erano giovani, quasi tutti eravamo sognatori, ed eravamo tutti, senza eccezione, molto ignoranti. Altrimenti avremmo capito che, più delle belle parole, valeva il luogo e il momento in cui era stata scritta: Davos, Svizzera, durante il Forum Economico Mondiale. Non esattamente un ritrovo di antagonisti.
Come tutte le utopie, anche il Ciberspazio e anche Internet non sono sopravvissuti allo scontro con la realtà. Se per noi “niente Stati e niente leggi” voleva dire spazio per tutte le idee, la realtà era che senza regole il più grosso si prendeva tutto. E il più grosso non era mai il migliore: solo quello più scaltro, più ricco, o con i migliori appoggi politici a casa propria, con buona pace dell’extraterritorialità.
Big Tech, regole e doppio standard
Il caso Cloudflare non è altro che il tentativo del tizio di turno di agganciarsi all’ideologia che ci ha dato Mark Zuckerberg, Elon Musk, Jeff Bezos, Tim Cook, Sam Altman, Satya Nadella e tutto il cucuzzaro dei techbro: gli oligarchi del digitale che hanno portato al potere Trump e ora ne sono il braccio armato economico.
Alla fine, la questione Cloudflare è di una banalità sconcertante: da un lato c’è una legge di uno Stato sovrano. Dall’altro c’è un riccastro che si dichiara al di sopra della legge perché lui è un americano.
Perché quello è il punto: se sei un americano ricco, per te tutto il mondo è libero mercato. Se invece sei un’azienda come TikTok che gli americani non riescono a superare, allora sei una minaccia alla loro sicurezza nazionale e le tue attività negli USA devono essere vendute ad americani di provata fede governativa. Libero mercato per me, regolamentazione per te: questa è l’American Way.
In Europa le cose funzionano ancora diversamente e, per fortuna, dico io. L’ironia è che l’Europa ci crede ancora al libero mercato (a volte perfino troppo, come quando abbiamo lasciato che Microsoft comprasse Nokia), ma con una differenza sostanziale: in Europa il libero mercato è tale solo se è equo, solo se la concorrenza e le regole sono garantite per tutti dalla legge.
Per gli americani, invece, le regole le riscrive il più grosso e il libero mercato finisce quando qualcuno gli fa concorrenza. Concorrenza senza pietà per i piccoli, sussidi e appoggi del governo per i grandi.
Il punto finale: non c’entra la censura. Ma è la nostra sovranità in ballo
Quello che il CEO di Cloudflare vuole, al di là della retorica, è di poter continuare a perseguire i propri profitti infischiandosene delle leggi, come fanno tutte le Big Tech che, così facendo, sono cresciute fino a superare in ricchezza intere nazioni del primo mondo.
Non c’entra la censura, e ancor meno c’entra la libertà di parola. Quelle sono stupidaggini che può dire un Musk qualsiasi quando non ha argomenti.
In questo caso c’è solo la legge e qualcuno che si rifiuta di seguirla. Una multa è, francamente, il minimo.
Questo caso incide direttamente sulla sovranità digitale dell’Italia perché mette alla prova una cosa molto concreta: la capacità dello Stato di far rispettare le proprie regole anche quando l’infrastruttura che “porta” i contenuti (CDN, DNS, protezioni anti-DDoS, caching) è controllata da un soggetto privato globale.
Se un intermediario come Cloudflare può decidere in autonomia se applicare o meno un ordine dell’autorità nazionale, allora la sovranità non è più un fatto di leggi, ma di architetture e punti di controllo: chi gestisce gli snodi tecnici può, di fatto, negoziare l’efficacia delle norme. Al contrario, se l’Italia riesce a imporre compliance senza spezzare Internet né trasformare il blocco in un precedente abusabile, manda un segnale chiaro: il digitale non è una zona franca, e operare sul mercato italiano significa accettare giurisdizione, responsabilità e un perimetro di regole democraticamente stabilite.












