La sovranità digitale europea non è più un tema riservato agli specialisti di policy: è diventata una questione industriale e geopolitica misurabile. I dati presentati il 17 marzo 2026 all’evento LENS di Milano dagli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano lo dimostrano con una precisione insolita, e sollevano una domanda che i numeri rendono difficile eludere.
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A chi appartiene davvero il digitale europeo?
La domanda che i dati degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano pongono con chiarezza, al di là del linguaggio istituzionale che li accompagna: a chi appartiene, davvero, il digitale europeo?
La risposta è scomoda: non a noi. Il 53% della potenza installata nei data center europei, 7,4 GW complessivi, è concentrato in soli 10 operatori su 182. Sette di questi dieci sono statunitensi.
Nell’infrastruttura cloud la dipendenza è ancora più netta: oltre l’80% di un mercato che vale 112 miliardi di euro è controllato da hyperscaler e provider americani. Non si tratta di quote di mercato marginali o di nicchie specialistiche. Si tratta della spina dorsale computazionale del continente, l’infrastruttura su cui girano i sistemi informativi di imprese, pubbliche amministrazioni, ospedali, banche, reti logistiche.
L’Italia non è un’eccezione, è un caso di studio
Il paradosso si manifesta con particolare nitidezza nel caso italiano. L’Italia sta emergendo come nuovo hub europeo dei data center: entro il 2028 supererà 1 GW di potenza nominale, con un potenziale di investimento stimato in 25 miliardi di euro in nuove infrastrutture. Numeri che, nei comunicati ufficiali, vengono presentati come segnale di dinamismo e attrattività del Paese.
Lo sono, ma con una riserva che i dati rendono impossibile ignorare: il 45% di quegli investimenti proviene da tre hyperscaler cloud americani. La crescita infrastrutturale del Paese dipende, strutturalmente, da decisioni aziendali prese fuori dai confini europei, in boardroom che rispondono a logiche di mercato e, sempre più, a pressioni geopolitiche che non coincidono necessariamente con gli interessi italiani o europei.
Questo non è un dettaglio tecnico da lasciare agli specialisti IT. Si tratta di una vulnerabilità strategica che riguarda chiunque dipenda da questi sistemi, cioè tutti. Le infrastrutture digitali sono diventate asset critici comparabili alle reti energetiche o ai trasporti. Affidarle a soggetti extraeuropei significa accettare che scelte commerciali, tensioni geopolitiche o semplicemente cambi di priorità di grandi corporation possano riverberarsi sul funzionamento di interi settori economici. La crisi dei semiconduttori del 2021-2022 ha mostrato cosa accade quando una catena di fornitura tecnologica si inceppa. Il cloud è la prossima dipendenza critica su cui non abbiamo ancora fatto i conti.
Il segnale che cresce: la repatriation
Un dato della ricerca passa quasi inosservato tra le cifre più spettacolari, ma merita attenzione strategica: il 37% delle grandi imprese italiane ha avviato valutazioni sulla repatriation dei workload critici verso cloud europei. Si tratta di una valutazione, non una migrazione di massa. La direzione è però significativa e al momento inedita.
Le imprese stanno iniziando a ragionare in termini di rischio geopolitico e continuità operativa, non solo di costo e performance. Un cambio di prospettiva che fino a pochi anni fa era appannaggio esclusivo di settori regolamentati come la difesa o la finanza. Oggi si allarga al manifatturiero, ai servizi professionali, alla grande distribuzione. Il problema è che questa domanda di sovranità computazionale si sta formando più rapidamente dell’offerta: l’ecosistema europeo di provider cloud resta distante, per scala e profondità tecnologica, dagli hyperscaler americani.
Le politiche pubbliche, dall’iniziativa GAIA-X alle certificazioni EUCS, non hanno ancora prodotto alternative credibili e competitive a sufficiente scala. Il rischio è che la repatriation rimanga un’intenzione dichiarata nei questionari e non si traduca in comportamenti d’acquisto reali, semplicemente perché un’alternativa europea all’altezza non esiste ancora.
Costruirla richiede tempo, capitali e coordinamento industriale, tre risorse che l’Europa gestisce storicamente con difficoltà.
Ricerca eccellente, industrializzazione assente
Il confronto con l’intelligenza artificiale, altra dimensione analizzata dalla ricerca, conferma uno schema ricorrente e preoccupante. L’Europa produce il 15% delle pubblicazioni scientifiche globali sull’AI, contro il 9% degli Stati Uniti. Sul piano della ricerca accademica il continente non solo regge il confronto, lo vince. Ma detiene soltanto il 3% dei brevetti globali in materia di intelligenza artificiale, contro il 14% statunitense.
Secondo gli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, nel 2024 le startup AI europee hanno raccolto 19 miliardi di dollari di finanziamenti, a fronte dei 109 miliardi delle omologhe americane, quasi sei volte tanto. In Italia il valore si ferma a circa 900 milioni di dollari, un dato che riflette una definizione ampia di “startup AI”, ormai comprensiva di tutte le imprese che integrano l’intelligenza artificiale come componente centrale del proprio modello di business.
Lo stesso schema si osserva nel computing: capacità intellettuale e scientifica di primo livello, incapacità strutturale di trasformarla in massa industriale, potere di mercato, standard tecnologici. La conoscenza viene prodotta in Europa e valorizzata altrove. Una forma di esportazione invisibile di valore che nessuna statistica sul PIL riesce a catturare pienamente e che alimenta, in modo indiretto, la dipendenza tecnologica che stiamo cercando di misurare.
A questo si aggiunge il problema delle competenze AI: il 76% delle aziende europee dichiara difficoltà nel reperire e trattenere talenti AI. Non è solo un problema di formazione, è anche un problema di ecosistema. I migliori ricercatori europei trovano condizioni economiche e infrastrutturali migliori negli Stati Uniti o, sempre più, in alcuni hub asiatici. Il capitale umano segue il capitale finanziario, e viceversa: un circolo vizioso che si autoalimenta.
Il quantum: finestra aperta, ma per quanto?
La ricerca segnala il quantum computing come uno dei pochi ambiti in cui l’Europa potrebbe ancora costruire una posizione competitiva prima che il mercato si consolidi intorno a pochi player dominanti.
I fondi pubblici stanziati ammontano a 9 miliardi di euro, con una Quantum Europe Strategy orientata alla leadership entro il 2030. L’orizzonte è ancora aperto perché il quantum computing è una tecnologia in fase pre-industriale: le applicazioni commerciali su larga scala restano lontane, e nessun attore ha ancora acquisito un vantaggio strutturale insuperabile. Anche qui emergono le fragilità sistemiche europee.
Solo il 10% dei fondi è gestito direttamente a livello comunitario, il resto è frammentato tra i singoli Stati membri con logiche spesso divergenti. Il confronto interno è già rivelatore: l’Italia ha investito 56 milioni di euro in startup di quantum computing negli ultimi due anni; la Francia 235 milioni. Sono scelte politiche, prima ancora che economiche, che determineranno chi sarà seduto al tavolo quando la tecnologia maturerà. Chi arriva tardi al quantum rischia di replicare esattamente la dipendenza che oggi lamenta nel cloud.
Lo scenario che si apre: tre possibili traiettorie
Guardando avanti, i dati della ricerca delineano tre possibili traiettorie per l’Europa digitale, nessuna delle quali è inevitabile, ma tutte plausibili a seconda delle scelte politiche e industriali dei prossimi tre-cinque anni.
La prima è la dipendenza consolidata: gli investimenti in data center continuano ad affluire, trainati dagli hyperscaler americani, l’ecosistema cloud europeo non decolla, la repatriation rimane un fenomeno marginale. Il digitale europeo cresce in volumi ma non in sovranità. È lo scenario di default, quello che si ottiene senza decisioni attive.
La seconda è la specializzazione sovrana: l’Europa rinuncia a competere su tutto, ma costruisce posizioni forti in segmenti specifici, cloud regolamentato per la pubblica amministrazione e i settori critici, AI trustworthy certificata secondo l’AI Act, quantum computing in alcuni vertical industriali. Non è piena autonomia, ma è una dipendenza gestita e circoscritta.
La terza è la rottura strutturale: una combinazione di pressione geopolitica esterna, con un ulteriore deterioramento delle relazioni transatlantiche, restrizioni tecnologiche legate a conflitti commerciali, e di investimento politico europeo di scala, sul modello di quanto fatto con i chip attraverso il Chips Act. Questo accelera la costruzione di un ecosistema digitale continentale effettivamente competitivo. Lo scenario più ambizioso, il meno probabile nel breve periodo, ma non impossibile.
Cosa manca non sono i dati, ma le decisioni
La ricerca degli Osservatori Digital Innovation ha il merito di quantificare con precisione una dipendenza che spesso viene riconosciuta a parole e ignorata nei fatti. I numeri ci dicono che l’Europa ha un problema di sovranità digitale strutturale, non episodico. L’Italia è più esposta della media, il ciclo di investimenti in corso, pur positivo in termini assoluti, non modifica le relazioni di dipendenza: le riproduce, semplicemente, con volumi maggiori. La domanda che rimane aperta e la ricerca lascia inevasa perché non è suo compito rispondervi, è politica: quanta dipendenza è accettabile, e da chi? Dipendere da infrastrutture americane non è la stessa cosa che dipendere da infrastrutture cinesi, ma nemmeno è la stessa cosa che controllare le proprie. La risposta a questa domanda determinerà se i 25 miliardi di euro di investimenti nei data center italiani saranno un asset nazionale o una concessione temporanea di capacità computazionale da parte di soggetti che rispondono ad altri interessi. Per ora, i server ci sono. Le chiavi di casa sono altrove.












