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BRIA e l’Europa dell’AI: leader nei principi, assente nell’industria



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L’Europa guida la regolazione dell’intelligenza artificiale con l’AI Act, ma non riesce a trasformare eccellenze scientifiche e framework concettuali in player industriali globali. Il paradosso tra leadership normativa e assenza di mercato emerge con forza nella convergenza tra bioinformatica, realtà immersiva e AI

Pubblicato il 25 feb 2026

Alex Dell'Era

Co-coordinatore, Gruppo Scienze della vita – FERPI (Federazione Relazioni Pubbliche Italiana) Adjunct Professor – DiTEiM Department, CUIRIF (Centro Universitario Internazionale per la Ricerca sull’Innovazione e la Formazione)



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BRIA — la convergenza tra bioinformatica, realtà immersiva e intelligenza artificiale — è nata in Europa. Eppure il mercato globale che potrebbe valorizzarla si costruisce altrove. È questo il paradosso strutturale che separa la leadership normativa europea dal dominio industriale di Stati Uniti e Cina.

Il paradosso europeo: regole avanzate, industria assente

Nel confronto globale sull’intelligenza artificiale avanzata, l’Europa occupa una posizione apparentemente privilegiata sul piano regolamentare. È l’area che più di ogni altra ha investito nella definizione di principi, regole, tutele ed elementi etici a presidio dello sviluppo dell’AI. Tuttavia, mentre realtà industriali consolidate e player emergenti dominano il mercato globale con approcci capital-intensive e velocità di iterazione elevate, l’Unione Europea non è riuscita per ora ad esprimere player tecnologici realmente competitivi su scala mondiale.

Questo paradosso emerge con particolare chiarezza in ambiti ad alta complessità come la convergenza tra bioinformatica, realtà immersiva e intelligenza artificiale. Molti framework europei nascono come approcci interdisciplinari formativi e concettuali, ma restano confinati a una dimensione prevalentemente accademica e didattica, senza evolvere verso infrastrutture industriali competitive. In questi ambiti l’AI non sarebbe un semplice strumento di supporto decisionale, ma un elemento chiamato a interagire con modelli biologici, ambienti immersivi e dati clinici altamente sensibili. La posta in gioco non è solo tecnologica, ma diventa una questione di sicurezza, responsabilità, affidabilità e fiducia, che sono condizioni imprescindibili per l’adozione su larga scala.

Il limite europeo non risiede nella mancanza di competenze scientifiche. Al contrario, l’Europa dispone di eccellenze riconosciute nella bioinformatica, nella simulazione virtuale applicata alla medicina e nella ricerca sull’intelligenza artificiale. Il problema è strutturale e riguarda il modo in cui regolazione, sviluppo tecnologico e mercato interagiscono tra loro. Troppo spesso questi tre livelli procedono in parallelo, senza una reale integrazione strategica, generando un disallineamento che penalizza la capacità di trasformare la ricerca in infrastruttura industriale.

La compliance come condizione necessaria

La compliance non è un requisito accessorio, ma una condizione necessaria di funzionamento. E’ fattuale che la gestione dei dati biometrici e clinici, la tracciabilità degli algoritmi, la trasparenza dei modelli decisionali e la responsabilità degli output non possono essere affrontate a posteriori. Eppure, in Europa la regolazione tende ancora ad arrivare quando le tecnologie sono già mature altrove. L’AI Act rappresenta un passaggio fondamentale nella costruzione di un quadro di tutela avanzato, ma raramente viene utilizzato come leva di progettazione industriale ex ante. La compliance continua a essere percepita come un vincolo esterno, più che come una caratteristica intrinseca dell’architettura tecnologica.

Il modello opposto di Stati Uniti e Cina

Negli Stati Uniti e in Cina l’innovazione segue una traiettoria opposta. Prima si costruiscono piattaforme scalabili, si accumulano dati, si moltiplicano i casi d’uso e si accelera l’iterazione dei modelli. Solo in un secondo momento si affronta il tema regolatorio. Questo approccio produce inevitabilmente aree di ambiguità sul piano etico e giuridico, ma consente una velocità di apprendimento che l’Europa fatica a eguagliare. Nei sistemi dove l’addestramento dei modelli dipende da enormi volumi di dati biologici e simulativi, la rapidità di iterazione rappresenta un fattore competitivo decisivo.

Leadership concettuale senza ecosistema industriale: il caso BRIA

L’ironia del paradosso europeo emerge quando si considera che framework concettuali innovativi nascono proprio in Europa. In Italia, ad esempio, il lavoro di Massimiliano Nicolini presso la Fondazione Olitec rappresenta un caso significativo. Attorno a queste iniziative sono in corso attività formative e collaborazioni tra ambito accademico e industriale, eppure l’ecosistema europeo non riesce a fare il salto da eccellenza formativa a realtà industriale, lasciando che il mercato globale sia dominato da player extraeuropei già affermati.

L’assenza di player europei capaci di trasformare la ricerca sulla convergenza tra bioinformatica, realtà immersiva e intelligenza artificiale (BRIA) in infrastrutture industriali competitive a scala globale rappresenta il nodo critico. L’ecosistema europeo è ricco di progetti, consorzi di ricerca e iniziative altamente specializzate, ma rimane frammentato. Ogni ambito evolve secondo logiche, tempi e incentivi differenti; pertanto, manca tutt’oggi un soggetto in grado di assumersi il rischio sistemico di un’integrazione completa, dialogando simultaneamente con il mercato e con i regolatori. Il risultato è che la compliance europea, pur avanzata sul piano teorico, resta priva di un veicolo tecnologico dominante capace di imporsi sui mercati globali.

Esistono iniziative formative come quella sviluppata da Olitec intorno al framework BRIA, che mostrano come l’approccio interdisciplinare possa integrare considerazioni di compliance fin dalla fase concettuale. Tuttavia, queste rimangono esperienze di rilievo, ma prive del supporto ecosistemico, degli investimenti e delle infrastrutture necessarie per evolvere verso applicazioni industriali capaci di competere sul mercato globale.

La frattura dei dati e l’interoperabilità mancata

Il nodo dei dati rappresenta forse la frattura più profonda, perché i sistemi AI si alimentano di dati biometrici, clinici e comportamentali estremamente sensibili. L’Europa ha giustamente posto la protezione di questi dati al centro della propria strategia, ma non è ancora riuscita a costruire spazi di condivisione realmente funzionali, interoperabili e scalabili a livello continentale. Iniziative come l’European Health Data Space rappresentano passi importanti nella direzione giusta, ma l’implementazione concreta resta frammentata tra Stati membri con priorità, tempi e capacità infrastrutturali profondamente diverse.

Senza una massa critica di dati accessibili e interoperabili, i modelli europei rischiano di essere meno performanti, indipendentemente dalla loro correttezza normativa. In questo scenario, la compliance diventa un segno distintivo etico, ma non un vantaggio competitivo. Ambiti come medicina personalizzata, training chirurgico immersivo, diagnostica predittiva o progettazione biomolecolare rappresentano prospettive future di ricerca che richiederebbero, qualora sviluppate, dataset enormi e diversificati per addestrare algoritmi affidabili. La frammentazione europea dei dati sanitari, unita alla legittima cautela nella loro condivisione, crea un circolo vizioso. Senza dati sufficienti non si sviluppano modelli competitivi, senza modelli competitivi non si giustificano investimenti nelle infrastrutture dati.

La dimensione culturale della compliance

Esiste infine una questione culturale profonda. In Europa la compliance è ancora spesso percepita come un costo, un freno all’innovazione, una fonte di rischio legale. In realtà dovrebbe accadere l’opposto, e la conformità normativa, la tracciabilità algoritmica e la protezione dei dati dovrebbero essere interpretate come elementi di qualità, affidabilità e fiducia, soprattutto in sanità e bioinformatica. Quando un sistema diagnostico basato su AI dovesse analizzare dati genomici in un ambiente di realtà virtuale per supportare decisioni terapeutiche, la compliance non sarebbe un optional ma la condizione che rende il sistema accettabile per pazienti, medici e regolatori.

La domanda di Floridi e il valore reale della conformità normativa

Eppure resta aperta una domanda cruciale, posta efficacemente dal Professor Luciano Floridi che potremmo riassumere: di fronte alla scelta tra una soluzione tecnologica non compliant che non garantisce la sicurezza del dato, una soluzione cinese open source e una soluzione europea egualmente performante ma pienamente conforme, quanti decisori esiterebbero davvero? La risposta a questa domanda misura il reale valore strategico della compliance europea. Se la conformità normativa non si traduce in affidabilità superiore, sicurezza verificabile e fiducia misurabile, rischia di rimanere un certificato formale che non influenza le decisioni di adozione. La sfida per l’Europa non è solo produrre tecnologie conformi, ma dimostrare che la compliance genera un vantaggio competitivo tangibile, non solo un obbligo da rispettare.

Perché questo cambio di paradigma avvenga è necessaria una trasformazione culturale. La regolazione deve diventare parte integrante della progettazione tecnologica, non uno strato aggiuntivo applicato a posteriori. Il concetto di “compliance by design” deve passare dalla retorica alla pratica industriale. Questo richiede che università, centri di ricerca, startup e grandi aziende collaborino fin dalle prime fasi di sviluppo con i regolatori, non in un rapporto di subordinazione ma di co-progettazione.

Verso un nuovo modello tra frammentazione e integrazione strategica

Il dominio industriale di realtà come OpenAI e DeepSeek rappresenta un test sulla capacità europea di trasformare i propri valori e la propria eccellenza regolamentare in infrastrutture tecnologiche competitive. L’Europa genera framework concettuali innovativi, dispone di eccellenze scientifiche riconosciute, ha costruito il quadro regolatorio più avanzato al mondo. Eppure rischia di rimanere fornitrice di idee e competenze che altri industrializzeranno, con standard etici e di sicurezza potenzialmente inferiori.

Finché l’Europa continuerà a separare innovazione e regolazione, a lasciare che iniziative formative promettenti rimangano confinate al mondo accademico senza creare le condizioni per la loro industrializzazione, e a non fornire gli strumenti ecosistemici necessari per competere con i giganti tecnologici globali, resterà un punto di riferimento normativo ma non un protagonista industriale. E allora, la vera sfida dei prossimi anni non sarà scrivere regole migliori, ma dimostrare che la compliance può essere progettata, scalata e resa competitiva. Servono approcci regolatori che permettano sperimentazione controllata, consorzi pubblico-privati per la condivisione dei dati sensibili con garanzie di sicurezza, incentivi fiscali per approcci compliance-by-design, e soprattutto una strategia industriale europea che identifichi la convergenza di bioinformatica, realtà immersiva e intelligenza artificiale come settore strategico da sostenere con investimenti, infrastrutture e governance condivisa.

BRIA e la scommessa aperta su etica, sicurezza e performance

L’alternativa è continuare a generare innovazione concettuale e formativa che altri trasformeranno in dominio industriale, perpetuando il paradosso di un’Europa leader nei principi ma assente nei mercati. Framework come BRIA, nati in Italia, potrebbero diventare il simbolo di questa contraddizione, oppure l’occasione per dimostrare che un modello diverso è possibile. Rimane aperta la possibilità che, attraverso partnership strategiche e investimenti mirati, il potenziale formativo e concettuale possa nel tempo evolversi verso applicazioni dove etica, sicurezza e performance si integrino efficacemente.

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