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Governare l’interdipendenza: ecco la vera sovranità tecnologica UE



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L’autonomia strategica europea non coincide con l’idea di “fare tutto in casa”. Nel digitale, la sfida reale è governare l’interdipendenza: distinguere ciò che è critico, ridurre vulnerabilità, imporre condizioni a fornitori e filiere, e costruire alleanze selettive che aumentino continuità, affidabilità e capacità di scelta. Il ruolo dell’Italia

Pubblicato il 9 feb 2026

Marco Bacini

Professore di Omnichannel Marketing



disconessione strategica (1) interdipendenza tecnologica

L’autonomia strategica è diventata una formula-ombrello nel dibattito europeo: viene invocata per rispondere a shock geopolitici, dipendenze industriali, vulnerabilità cyber, pressioni commerciali.

Il problema nasce quando l’espressione viene tradotta nel discorso pubblico come sinonimo di autosufficienza o chiusura: “produrre tutto in casa”, “nazionalizzare il digitale”, “eliminare i fornitori esterni”.

Questa lettura è seducente, perché promette controllo immediato, ma produce politiche incoerenti perché confonde mezzi e fini.

Autonomia strategica europea: il fraintendimento che distorce le politiche

L’autonomia strategica non deve essere assimilata a un progetto di isolamento, ma a un progetto di capacità decisionale: saper distinguere ciò che è critico da ciò che è sostituibile, sapere dove ridurre rischi, dove diversificare, dove allearsi, dove imporre condizioni.

In una fase di riallineamento dei rapporti tra Europa, Stati Uniti e Asia, l’ambiguità concettuale non è più solo un problema terminologico: può diventare un problema di efficacia delle politiche industriali e di sicurezza.

Dal mio punto di vista, l’autonomia strategica europea coincide con la capacità di governare l’interdipendenza digitale e non con la sua eliminazione.

Perché l’autosufficienza nel digitale è un obiettivo irrealistico

Nel digitale, l’autosufficienza è un obiettivo irrealistico per ragioni strutturali.

Le catene del valore sono globali, specializzate e distribuite: progettazione, produzione, assemblaggio, materiali, strumenti di produzione e ricerca avanzata sono spesso concentrati in aree geografiche diverse.

Anche la dimensione software segue logiche simili: abbiamo ecosistemi open source, standard, toolchain e piattaforme che sono il risultato di comunità e mercati globali.

Per questo motivo, “riportare tutto a casa” non è solo difficile: spesso rischia di essere perfino inefficiente.

Può aumentare i costi, ridurre l’accesso a innovazione e competenze, rallentare la capacità di aggiornare sistemi critici.

E soprattutto può generare un effetto perverso: inseguire l’autosufficienza come simbolo, trascurando la vera partita, che è il controllo delle condizioni di interdipendenza.

L’autonomia strategica non va misurata quindi dal numero di componenti “nazionali”, ma dalla capacità di garantire continuità, affidabilità e controllo in un ambiente inevitabilmente interconnesso.

Interdipendenza digitale e potere: cosa rende una dipendenza coercibile

L’interdipendenza digitale non va confusa semplicemente con la parola “dipendenza”.

È un’architettura di potere che definisce chi può interrompere cosa, chi può imporre condizioni, chi può influenzare standard e traiettorie tecnologiche.

Partendo da questa prospettiva, la domanda corretta non è “come tagliare i legami”, ma “quali legami possono diventare coercibili e come ridurre quella coercibilità”.

Qui la letteratura sulla weaponized interdependence è utile perché chiarisce un punto spesso ignorato: nelle reti globali, il potere deriva dalla forza economica, ma anche dal controllo di nodi, standard, piattaforme e punti di passaggio.

Da qui discende un’implicazione strategica: governare l’interdipendenza significa ridurre la vulnerabilità ai colli di bottiglia, aumentare la capacità di sostituzione, imporre requisiti di trasparenza e auditabilità, costruire ridondanza e piani di continuità.

In altre parole, la sovranità, con questa interpretazione, non diventa una proprietà assoluta, ma la capacità di governare rischi e scelte dentro reti complesse.

Cloud, AI, semiconduttori e reti: la globalità come vincolo strutturale

Cloud e data center non vanno interpretati come “luoghi” isolati, ma come nodi di un sistema globale.

Anche quando il dato risiede in Europa, la tecnologia che lo gestisce può dipendere da hardware, software, aggiornamenti e servizi sviluppati e distribuiti su scala mondiale.

Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale: modelli, dataset, capacità computazionale, acceleratori e framework sono prodotti da filiere globali.

Il valore emerge dall’ecosistema, e mai dal singolo asset.

I semiconduttori sono l’esempio più evidente, perché rappresentano una filiera interdipendente per definizione, dove la concentrazione geografica di alcune fasi produttive rende l’interruzione un rischio sistemico.

Le reti, infine, sono un’infrastruttura transnazionale in cui cavi, apparati, protocolli e standard evolvono in contesti globali.

Il punto non è rassegnarsi alla globalità.

Il punto è comprenderne la logica: nessuna politica credibile può fondarsi sull’idea di possesso totale, ma può fondarsi sulla capacità di governare requisiti, controlli e affidabilità.

Sovranità come regole: standard, controlli e diritti di ispezione

Se il digitale è interdipendente, la sovranità europea si esercita principalmente attraverso regole, standard e controlli.

È un cambio di prospettiva: non “possedere tutto”, ma imporre condizioni.

Questo include requisiti su sicurezza, continuità operativa, gestione della supply chain, trasparenza, responsabilità, audit.

In concreto, governare l’interdipendenza significa pretendere diritti di ispezione e verifica: sapere come funzionano le dipendenze, quali sono i punti di fallimento, quali controlli sono disponibili, come si gestiscono aggiornamenti e incidenti, quali livelli di segregazione sono reali.

Significa anche promuovere interoperabilità e standard aperti dove serve, per ridurre lock-in e aumentare la sostituibilità.

Questa è una forma di sovranità più matura, meno simbolica e più operativa: non identitaria, ma funzionale alla resilienza.

Alleanze tecnologiche selettive: l’autonomia come capacità di scelta

L’autonomia strategica europea richiede alleanze tecnologiche selettive.

Non tutte le dipendenze sono uguali: alcune sono fisiologiche e governabili, altre diventano critiche perché concentrate, opache o esposte a strumenti di coercizione economica e politica.

La capacità sta nella selezione.

Se l’obiettivo è ridurre vulnerabilità, la risposta non è chiudere il mercato.

È diversificare, creare alternative europee in segmenti mirati, costruire partenariati affidabili e introdurre condizioni di accesso coerenti con i valori e gli interessi europei.

In questo senso, l’autonomia strategica è una disciplina del decision-making: scegliere dove investire sovranità industriale, dove accettare interdipendenza regolata, dove fissare red lines.

Questa logica è pienamente coerente con la nozione di sicurezza economica europea: de-risking, non decoupling.

Europa regolatore globale: il mercato come spazio di fiducia

L’Unione Europea non compete replicando il modello statunitense delle grandi piattaforme o quello asiatico della politica industriale ipercentralizzata.

Il suo punto di forza, se ben utilizzato, sta nella capacità di essere spazio di fiducia: un mercato grande, regolato, prevedibile, dove la tecnologia deve rispettare condizioni chiare.

Questo ruolo, lungi dall’essere meramente “burocrazia”, può essere considerato potere.

Standard, certificazioni, requisiti di sicurezza e responsabilità diventano meccanismi che orientano anche attori globali, perché chi vuole operare in Europa deve adattarsi.

Qui l’autonomia strategica si traduce nella capacità di rendere l’interdipendenza governabile e affidabile, invece che fragile e asimmetrica.

Italia nodo affidabile: dalla retorica alla politica industriale

Dentro questa architettura, l’Italia può diventare un nodo affidabile della rete europea solo se sarà in grado di accettare la logica dell’interdipendenza governata e tradurla in politiche coerenti.

Essere un nodo affidabile non significa “fare tutto”.

Significa garantire qualità istituzionale e industriale, che possiamo tradurre in continuità amministrativa, chiarezza regolatoria, capacità di controllo, investimenti mirati su infrastrutture e competenze, e una strategia che tenga insieme industria, sicurezza e governance.

Questo richiede una postura meno emotiva e più ingegneristica: individuare i segmenti dove l’Italia può essere indispensabile (infrastrutture, data center, connettività, cyber security di filiera, servizi critici), lavorare su standard e compliance come leva di qualità, e posizionarsi come partner credibile nei programmi europei.

L’alternativa è restare consumatori di interdipendenze decise altrove.

Conclusioni: autonomia strategica europea come governance dell’interdipendenza

Quando parliamo di autonomia strategica europea dobbiamo avere bene chiaro che non significa autosufficienza.

Significa capacità di governare l’interdipendenza digitale attraverso regole, standard, controlli e alleanze selettive.

In un ambiente globale, la sovranità non si esercita chiudendo le porte, ma stabilendo condizioni di accesso e rendendo le dipendenze tracciabili, auditabili e sostituibili quando serve.

L’Europa ha gli strumenti per farlo.

L’Italia può giocare un ruolo come nodo affidabile solo se abbandonerà la retorica dell’autonomia isolata e costruirà una strategia coerente di governance e politica industriale.

Bibliografia essenziale

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Costituzionalismo digitale. Pensare la democrazia al tempo dell’IA.

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https://www.lafeltrinelli.it/costituzionalismo-digitale-pensare-democrazia-al-libro-oreste-pollicino/e/9788815394149

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