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Nuovi paradigmi cognitivi

Una Scuola nuova per l’era digitale: ecco su quali pilastri costruirla

Immaginare una scuola nuova, imperniata sui paradigmi indotti dalle nuove tecnologie digitali, in cui l’apprendimento non consista in un trasferimento di conoscenze, ma sia il risultato dell’interazione dell’individuo con un ambiente motivante. Il ruolo degli insegnanti nella gestione dei nuovi ambienti di apprendimento

02 Nov 2018

Vittorio Midoro

Istituto Tecnologie Didattiche, CNR


Internet e il web appaiono oggi come quella enciclopedia ideale che Diderot, che nel 1750 immaginava potesse contenere tutta la conoscenza umana. C’è tuttavia una differenza sostanziale tra gli oggetti dell’enciclopedia, gli scritti, e gli oggetti del web, i documenti digitali.

Cerchiamo di capire quale e, soprattutto, come deve essere la nuova scuola e quale deve essere il ruolo degli insegnanti nell’era digitale.  Dopo aver descritto, quindi, in questo precedente articolo la literacy necessaria per vivere in un mondo digitale, caratterizzato da nuovi paradigmi rispetto a quelli legati alla cultura scritta, cerchiamo ora di descrivere brevemente questi nuovi paradigmi che evidenziano le inadeguatezze della nostra scuola e indicano i pilastri su cui costruire la scuola nuova.

Da Diderot a internet

Nel Prospectus della sua Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers, par une Société de Gens de lettres, tra le righe, Diderot descriveva il suo sogno:

……Un ouvrage qui doit contenir un jour toutes les connaissances des hommes…….

Diderot pensava a questo contenitore come a una serie di volumi a stampa, di cui i 17 di testo e gli 11 di tavole, realizzati fra il 1751 e il 1772, erano solo l’inizio dell’opera. A che cosa doveva servire un’opera simile? La risposta è nel nome della sua enciclopedia: par une Société de Gens de lettres. Dove par potrebbe significare destinato a, ma anche, e soprattutto, per creare una società di gente di lettere.

Oggi, come potrebbe essere pensato questo contenitore di tutte le conoscenze? E, ammesso che ci sia qualcosa di simile, come potrebbe contribuire alla creazione di une Société de Gens de lettres del 21° secolo, che oggi potremmo identificare con la società della conoscenza? E quali sono le abilità e le conoscenze delle Gens de lettres del ventunesimo secolo, che questo contenitore contribuisce a sviluppare ed anche richiede per potere essere utilizzato?

Da una punta di selce al ciclosincrotrone, ogni artefatto umano è un contenitore di conoscenza. L’insieme di tutti gli artefatti esistenti appare come un immenso contenitore di conoscenza applicata. A loro volta, questi artefatti sono il frutto (la reificazione) dell’attività di tante diverse comunità di pratica, che, come è noto, sono caratterizzate da tre elementi:

  • un insieme di individui impegnati nella realizzazione di una pratica,
  • un repertorio condiviso, fatto di tutti gli oggetti prodotti o usati per produrre artefatti durante la pratica
  • un’impresa comune.

Allora, il contenitore di tutta la conoscenza degli uomini potrebbe essere pensato come l’insieme di tutte le comunità di pratica passate e presenti. Gli individui di una comunità sono i depositari di una conoscenza tacita e il loro repertorio condiviso contiene tutti gli oggetti che cristallizzano e codificano la conoscenza esplicita della comunità. Infine, l’impresa comune, che indirizza la pratica, motiva la trasmissione degli oggetti esistenti e la produzione di nuovi. Oggi internet e il web appaiono come risorse comuni del repertorio di quasi tutte le comunità di pratica ed è quindi la cosa che più si avvicina al contenitore ideale di Diderot.

Dalla monomedialità alla multimedialità

Fino all’avvento del digitale, la cultura era inscindibilmente legata ai libri e agli scritti. Infatti, a scuola la sua trasmissione è principalmente basata sui libri e nell’accademia, i risultati delle ricerche sono pubblicati su riviste specializzate. In tutti i campi, oggi è possibile acquisire e condividere conoscenza in modi diversi. Per esempio si può studiare un Paese accedendo al sito della CIA, dove sono disponibili tutti i dati aggiornati di quel paese. Con Google Earth è poi possibile visitarlo per esplorare la sua conformazione geografica. Youtube rende disponibili molti video su quel paese. In musica, qualsiasi brano musicale è reperibile in più interpretazioni anche con gli spartiti, per cui è possibile ricostruire la storia della musica integrando una molteplicità di canali. Per quasi tutte le discipline, Youtube offre lezioni magistrali, documentari e film. Dizionari, enciclopedie, traduttori sono online, come anche interi corsi universitari, offerti dalle più prestigiose università del mondo. La rivoluzione digitale slega il sapere dagli scritti, che diventano una risorsa tra le tante, e anch’essi spesso in formato digitale.

Dalla chiusura all’apertura, dalla linearità alla reticolarità

Scrive Eco “Nel nome della Rosa”:

Sino ad allora avevo pensato che ogni libro parlasse delle cose che stanno fuori dai libri. Ora mi avvedo che non di rado i libri parlano di libri, ovvero è come se parlassero fra loro. Alla luce di questa riflessione, la biblioteca mi parve ancora più inquietante. Era dunque il luogo di un lungo e secolare sussurro, di un dialogo impercettibile tra pergamena e pergamena, una cosa viva, un ricettacolo di potenze non dominabili da una mente umana, tesoro di segreti emanati da tante menti, e sopravvissuti alla morte di coloro che li avevano prodotti, o se ne erano fatti tramite.

La rete reifica questo dialogo impercettibile, perché consente di uscire da un libro e accedere al libro di cui parla. Il sapere, necessariamente sequenziale nei libri, riacquista nel web la sua reale dimensione di rete ipermediale, dove tutto si lega, consentendo al fruitore di navigare in un grafo potenzialmente infinito e anche di lasciare traccia dei suoi pensieri. Il letterato può in parte realizzare la navigazione tra i libri in una biblioteca. Il digital literate può navigare gran parte della conoscenza con il suo dispositivo personale, standosene in poltrona. Questa caratteristica delle tecnologie digitali riconfigura il modo di intendere il conoscere, non più come processo lineare e chiuso, ma come attività reticolare e aperta, che richiede grande capacità di autoregolazione, in cui i processi metacognitivi giocano un ruolo importante. Va da sé che con il digitale è possibile anche una fruizione lineare come avviene nei libri, nei film, nei concerti, disponibili anche in formato digitale. Il digitale non cancella le caratteristiche di linearità dei libri, dei film ecc., ma le ingloba.

Dal consumo al consumo-produzione

In una cultura scritta, il lettore è un fruitore dei testi, su cui può tutt’al più apporre commenti. In un ambiente digitale, l’utente può fruire di un oggetto digitale, ma può anche modificarlo, riusarlo, produrre nuovi oggetti digitali assemblando quelli esistenti. In altri termini, non è solo un consumatore ma anche un produttore, che rende disponibili per gli altri le sue creazioni, è un prosumer. È da notare che le produzioni possono essere anche collaborative e molti strumenti, come ad esempio i wiki, supportano la realizzazione cooperativa di artefatti digitali.

Dalla unidirezionalità all’interattività

Spesso la trasmissione del sapere è identificato con un flusso unidirezionale che va da chi sa a chi non sa. Questa concezione si concretizza nella disposizione delle aule con una cattedra di fronte a tanti banchi, ma anche nello studio individuale basato su testi. Gli oggetti digitali restituiscono alla conoscenza l’interattività, perché da un lato possono essere concepiti per reagire agli input dell’utente (come le APP), dall’altro consentono di dialogare con chiunque sia in rete. Assistiamo così alla nascita di comunità che dialogano tra di loro, aiutandosi a risolvere problemi comuni, o condividendo prodotti, come le comunità dell’open software o quella dei makers.

Dalla competizione alla collaborazione

La nascita di comunità di pratica virtuali, come quelle ricordate, indica una tendenza indotta dalla rivoluzione digitale, quella di valorizzare la collaborazione tra individui e istituzioni nella soluzione di problemi e nello svolgimento di attività. Un esempio è la collaborazione di alcune delle più prestigiose università nell’offerta di corsi denominati MOOC (Massive Open Online Course), basati sulla collaborazione, sia tra chi offre i corsi, sia tra gli studenti che li fruiscono. In sintesi, la rivoluzione digitale valorizza l’intelligenza collettiva, esaltando nel contempo i contributi individuali nella creazione di nuova conoscenza.

Dal materiale all’immateriale

La rivoluzione digitale sta determinando la sparizione di molti oggetti concreti, sostituiti da informazione in rete. Affidiamo alla banca i risparmi e li gestiamo online o con carte di credito, senza toccare banconote o monete. Prenotiamo online il biglietto dell’aereo o del treno e al controllore indichiamo solo una lettera. Per ascoltare il nostro brano preferito, ci colleghiamo a Spotify, senza alcun CD. Per leggere un libro, lo scarichiamo dalla rete, pagandolo con la carta di credito. In sintesi, la rivoluzione digitale induce una dematerializzazione di molti oggetti e soprattutto degli oggetti che trattano l’informazione. I dispositivi personali con i quali accediamo ad Internet sono indispensabili per gestire la dimensione immateriale.

Dal trasferimento alla costruzione sociale della conoscenza

Cresce la consapevolezza che l’apprendimento non consista soprattutto in un trasferimento di conoscenze, ma sia il risultato dell’interazione dell’individuo con un ambiente, che per essere efficace deve essere motivante. In altri termini gli ambienti di apprendimento dovrebbero avere le caratteristiche dei giochi: implicare una sfida, sollecitare la curiosità e la fantasia, coinvolgere emotivamente. Compito degli insegnanti di una scuola della società digitale sarà progettare e gestire questi ambienti.

La scuola tradizionale è basata sui paradigmi della cultura scritta, mentre la scuola della società digitale dovrà nascere sui nuovi paradigmi indotti dalle tecnologie digitali. Per concludere, ripeto come un mantra la mia idea: il problema non è introdurre le tecnologie digitali nella scuola tradizionale, ma è immaginare una scuola nuova per l’era digitale.

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