scuola e digitale

Digital literacy e nuovi analfabeti, perché bisogna ripensare il sistema educativo

Come l’analfabeta era emarginato in un modo di letterati, oggi chi non usa i dispositivi digitali viene estromesso dalla vita sociale digitale. La scuola deve affrontare deve affrontare questa rivoluzione, accogliendo le tecnologie digitali e promuovendo le condizioni strutturali per il loro uso sistematico

09 Mag 2018
Vittorio Midoro

già dirigente di ricerca CNR presso l'Istituto Tecnologie Didattiche

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Se per vivere nel “mondo delle lettere” bisogna essere literate, nel mondo dei bit bisogna essere digital literate: il literate sa combinare le lettere per formare parole e frasi ed è immediatamente in grado di leggere e scrivere, mentre il digital literate non può decodificare una sequenza di bit senza usare dispositivi digitali. L’aspetto strumentale è quindi implicato nella digital literacy e il digital literate deve sapere usare le tecnologie per produrre e fruire degli oggetti digitali. Le tecnologie d’altro canto cambiano rapidamente: prima i grossi computer nei centri di calcolo, poi i mini computer nella stanza, poi i computer personali sulla scrivania, poi i computer portatili e i netbook nella borsa, e oggi i tablet e gli smartphone in tasca, i Google Glass sul naso davanti agli occhi e gli smartwach al polso. E se guardiamo al software, prima, i programmi bisognava farseli, poi è venuto il software per la produttività individuale, poi il web 2.0 e poi le App e poi la nuvola e poi e poi e poi…Il digital literate dunque deve essere capace di convivere con l’innovazione tecnologica e deve essere pronto ad apprendere nell’arco di tutta la via: è un life long learner.

Se non vuole perdere il suo ruolo, la scuola deve affrontare questa rivoluzione, cominciando con l’accogliere le tecnologie digitali e con il promuovere le condizioni strutturali per il loro uso sistematico. E ciò non solo per mettere in grado gli individui di vivere in una società digitale, ma anche perché queste tecnologie possono migliorare l’apprendimento e il benessere degli studenti e dell’intera comunità scolastica. Naturalmente occorre regolamentare le modalità e i tempi dell’uso e del non uso, imparando a riconoscere e a mantenere separate le dimensioni del privato e del pubblico. Il decalogo sull’uso dei dispositivi personali proposto dal MIUR è un passo necessario, anche se non sufficiente, verso la costruzione di un’idea di scuola in grado di affrontare le sfide della società digitale.

Con il cambiamento della tecnologia che supporta la conoscenza, i sistemi su di essa basati subiscono profonde modifiche, ecco perché oggi il problema che abbiamo di fronte non è introdurre le tecnologie digitali nella scuola, lasciando praticamente tutto immutato, ma ripensare l’intero sistema educativo perché sia adeguato alle sfide della società digitale.

Da Platone alla digital literacy

Theuth: – Questa conoscenza, o re, renderà gli egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché con essa si è trovato il farmaco della memoria e della sapienza. –

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Thamus: – O ingegnosissimo Theuth, c’è chi è capace di creare le arti e chi invece è capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che le adopereranno. Ora tu, che sei il padre della scrittura, per affetto hai detto proprio il contrario di quello che vale. Infatti, la scoperta della scrittura avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché fidandosi della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da sé medesimi: dunque, tu hai trovato non il farmaco della memoria, ma del richiamare alla memoria. Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza e non la verità: infatti, divenendo, per mezzo tuo, uditori di molte cose senza insegnamento, crederanno di conoscerle, mentre, in realtà, non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con essi, perché sono diventati portatori di opinioni invece che sapienti.

Ecco come Platone si serve della scrittura per sottolineare gli svantaggi della scrittura rispetto all’oralità, un po’ come coloro che usano la rete per condividere testi (scritti con un editore di testi) che illustrano le inadeguatezze delle tecnologie digitali nel trattamento della conoscenza. Come Thamus per la scrittura, costoro non sembrano consapevoli della rivoluzione digitale, che sconvolge modi di produrre, immagazzinare, disseminare e condividere un sapere, che cresce in modo esponenziale proprio grazie alle tecnologie digitali. Qualcosa si perde, ma molto si guadagna. Siamo di fronte a una rivoluzione analoga alla genesi del linguaggio e dell’oralità, alla nascita della scrittura, all’invenzione della stampa. Finora siamo vissuti in un mondo di lettere, in cui gli scritti regolano la vita sociale, e la literacy è ciò che rende gli individui capaci di vivere in questo mondo. Il literate è l’individuo che sa usare il linguaggio per leggere, scrivere, ascoltare e parlare ad un livello adeguato per partecipare alla vita sociale, mentre l’illiterate ne viene emarginato. Con la diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione il “mondo di lettere”, basato sull’alfabeto, si sta trasformando in un mondo di oggetti di conoscenza diversi dagli scritti, gli oggetti digitali, che codificano l’informazione con sequenze di 0 e 1. Per accedere all’informazione così codificata c’è bisogno di una tecnologia che interpreti tali sequenze e di dispositivi personali che consentano di trattarla. Oggi, gli oggetti digitali possono assolvere tutte le funzioni degli scritti, ma aprono la strada a nuove possibilità. Le principali caratteristiche di questi oggetti sono infatti:

  • La multimedialità. Un oggetto digitale può avere diversi formati, a cui corrispondono canali di comunicazione diversi (testi, immagini, video e suoni) in tutte le combinazioni immaginabili.
  • L’apertura. Un oggetto digitale può essere legato a qualsiasi altro oggetto digitale o a parti di esso. Ciò determina una riconcettualizzazione di quali siano i reali confini di un singolo oggetto. Un articolo su una rivista o un libro sono oggetti chiusi che necessariamente devono essere autoconsistenti. Un oggetto digitale può invece essere visto come il nodo di una rete dinamica in continua evoluzione. Un’altra possibilità derivante dell’apertura è il riuso di oggetti digitali esistenti, o parte di essi, per crearne di nuovi, integrandoli o modificandoli. Gli oggetti digitali vivono nel contesto sociale della rete e sono facilmente riproducibili a bassi costi, oltre che facilmente accessibili/scambiabili a livello globale, senza vincoli di spazio e di tempo. Inoltre sono agevolmente modificabili, formattabili e, nel caso di testi, stampabili, per cui sono superate le divisioni tra il ruolo di autore e di fruitore.
  • L’interattività e la computabilità. Esistono oggetti digitali che si adattano alle caratteristiche dell’utente, altri oggetti che reagiscono agli input dell’individuo come le APP. Queste amplificano la possibilità di interazione sia con l’ambiente fisico (mappe, bussole, misuratori di campi magnetici ecc.), sia con l’ambiente sociale. Riguardo a quest’ultimo, le interazioni tra gli individui sono facilitate dall’uso delle reti sociali, che amplificano le possibilità di comunicazione, condivisione e collaborazione.

Il necessario dualismo del digital literate

Le funzioni di creazione, produzione, immagazzinamento, ricerca e fruizione, che negli scritti sono separate, negli oggetti digitali sono strettamente connesse, per cui con un unico dispositivo è possibile produrre, immagazzinare, ricercare, trasferire, condividere e fruire qualsiasi oggetto digitale. Un digital literate deve quindi sapere svolgere tutte queste funzioni, usando le tecnologie disponibili. Questo non è un compito semplice perché non solo sono richieste capacità di usare dispositivi digitali, ma anche abilità nuove rispetto a quelle su cui si fonda la tradizione scolastica. Ecco dunque che emerge un dualismo essenziale dell’identità del digital literate: da un lato la capacità di usare efficacemente la tecnologia digitale, con lo stesso grado di abilità con cui un alfabetizzato usa carta e penna, dall’altro la padronanza di un repertorio concettuale che consente di sfruttare le potenzialità disponibili, legate alle caratteristiche intrinseche degli oggetti digitali. Le abilità che danno corpo alla digital literacy sono legate inseparabilmente come in una calamita, in cui un polo riguarda la padronanza degli aspetti strumentali, l’altro, quella degli aspetti concettuali.

Sulla base delle caratteristiche degli oggetti digitali è possibile precisare il profilo di un digital literate:

  • usa le tecnologie a livello adeguato per svolgere le funzioni richieste dalla vita sociale e da una cittadinanza attiva: è un ICT literate;
  • è nello stesso tempo un produttore e un fruitore, è un prosumer;
  • usa e produce oggetti multimediali, comprendendo i linguaggi, le potenzialità e i limiti dei diversi canali di comunicazione: è un media literate;
  • sa muoversi nel mondo delle informazioni digitali, usando oggetti digitali aperti per risolvere problemi informativi e conoscitivi, creando e condividendo informazione: è un information literate;
  • Partecipa alla vita di comunità virtuali e ne condivide il repertorio. È inoltre parte attiva nella costruzione di nuova conoscenza e di un’intelligenza collettiva. Nella presenza in rete, adotta l’etica richiesta dalla partecipazione alle reti sociali ed è cosciente che la sua attività è costantemente monitorata.

I dispositivi digitali personali non solo sono utili per lo svolgimento delle più elementari pratiche della vita quotidiana, ma sono indispensabili per partecipare alla vita di una società digitale. Chi non li usa è emarginato, come l’analfabeta lo è in un mondo di lettere.

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