sovranità cognitiva

Ponti, frane, reti: perché il monitoraggio satellitare cambia la prevenzione



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La sicurezza non è solo cyber: il vero rischio è il “gap cognitivo”, quando i dati esistono ma non diventano azione. Con radar SAR e InSAR, l’Italia può monitorare infrastrutture critiche in modo continuo, ridurre l’ignoto e rendere la manutenzione più efficiente. Servono governance, processi e sovranità cognitiva

Pubblicato il 6 feb 2026

Giuseppe Lucci

Ingegnere elettrico



satelliti frequenze usa ue

La prossima frontiera della sicurezza nazionale non è più solo cyber, ma fisica aumentata dallo spazio. E l’Italia, grazie alla sua leadership nella tecnologia satellitare, ha l’opportunità di definire un nuovo paradigma globale: quello della Sovranità Cognitiva.

Indice degli argomenti

Monitoraggio satellitare infrastrutture critiche: la nuova “Linea Maginot”

Nel 1940, la Francia credeva di essere al sicuro. Aveva investito risorse immense nella Linea Maginot, un sistema di fortificazioni in cemento armato tecnologicamente avanzato per l’epoca, progettato per fermare un eventuale attacco diretto. I generali francesi avevano preparato la guerra perfetta per un nemico che conoscevano. Ma la storia non attacca mai dove te lo aspetti. Le divisioni corazzate tedesche aggirarono la linea passando per le Ardenne, rendendo l’intera infrastruttura difensiva irrilevante in pochi giorni.

Quello che non vogliamo oggi in Occidente è commettere lo stesso errore strategico. Negli ultimi dieci anni, spinti dalla necessità e da normative lungimiranti come la Direttiva NIS2, abbiamo costruito Security Operations Center (SOC) che monitorano pacchetti dati in millisecondi, intelligenze artificiali che cacciano malware. Abbiamo blindato il software.

Il paradosso dei 300 millisecondi e delle crepe viste troppo tardi

Soffriamo però di una carenza strategica. Il paradosso della sicurezza contemporanea è chiaro: siamo capaci di intercettare un tentativo di phishing in 300 millisecondi, ma scopriamo che un ponte strategico sta cedendo solo quando vediamo le crepe a occhio nudo o, nel peggiore dei casi, quando crolla.

Il gap cognitivo: quando i dati esistono ma non diventano azione

Per decenni abbiamo avuto un alibi forte di fronte ai disastri: il “Cigno Nero”. Teorizzato da Nassim Taleb, il Cigno Nero è l’evento raro, di impatto estremo e prevedibile solo a posteriori. Due casi recenti ci mostrano come questo alibi stia perdendo validità.

Il crollo del ponte Morandi a Genova, nel 2018, rappresenta uno spartiacque non solo emotivo ma analitico nel dibattito sulla sicurezza delle infrastrutture. È necessario, tuttavia, evitare una lettura semplicistica o retrospettiva.

Morandi: cosa indicavano davvero le anomalie InSAR (e cosa no)

Le analisi satellitari interferometriche (InSAR) condotte a posteriori su serie storiche disponibili già prima del collasso hanno evidenziato la presenza di anomalie di deformazione millimetrica, sia a livello del piano stradale sia nell’area strutturale circostante. Tali segnali non consentivano di prevedere il crollo né di identificarne il meccanismo strutturale — legato a fenomeni interni di degrado e corrosione non osservabili dal satellite — ma indicavano un comportamento anomalo rispetto alla dinamica storica dell’opera.

Il dato satellitare, da solo, non avrebbe fornito una diagnosi né un allarme automatico. Il suo valore risiede altrove: nella capacità di segnalare in modo oggettivo e continuo una deviazione dal comportamento atteso di una struttura già nota come critica. Se inserite in un processo di governance integrata, tali evidenze avrebbero potuto attivare ispezioni mirate aggiuntive, accelerare decisioni di mitigazione del rischio o anticipare misure di limitazione dell’esercizio.

Ridurre l’ignoto non è predire: è rendere osservabile il rischio

Non una garanzia di salvezza, dunque, ma una riduzione significativa dell’area dell’ignoto entro cui maturano le decisioni.

In questo senso, il caso Morandi non dimostra ciò che la tecnologia avrebbe potuto fare da sola, ma ciò che un sistema decisionale più informato avrebbe potuto valutare prima. La lezione strategica non riguarda la previsione del collasso, bensì l’integrazione dell’informazione disponibile nei processi di responsabilità pubblica e industriale. Quando la capacità di osservare esiste ma non viene tradotta in azione, l’imprevisto non è più solo una fatalità: diventa una conseguenza sistemica.

Dai ponti USA al Mediterraneo: le infrastrutture critiche e l’errore di processo

Nel gennaio 2022, il Fern Hollow Bridge a Pittsburgh crollò poche ore prima che l’ex Presidente Biden arrivasse per parlare di infrastrutture. Nel marzo 2024, il ponte Francis Scott Key a Baltimora subì un collasso che causò un forte impatto economico e portò alla promessa di Biden di ricostruzione federale.

Protocolli rispettati, intelligence assente: perché non basta l’ispezione visiva

Il ponte era monitorato? Sì. Le ispezioni visive condotte secondo gli standard federali lo avevano classificato in condizioni “povere”, ma non in imminente crollo. I protocolli erano stati rispettati. La burocrazia era salva.

Studi successivi di telerilevamento hanno però dimostrato che, analizzando a posteriori i dati interferometrici satellitari (InSAR) archiviati negli anni precedenti, era possibile rilevare pattern di spostamento millimetrico strutturale o del terreno circostante molto prima del cedimento.

“Informazione archiviata” non è “informazione operativa”

Il satellite aveva “visto” ciò che l’occhio umano, limitato dalla periodicità delle ispezioni (una volta l’anno, se va bene), non poteva cogliere. L’informazione esisteva. Era lì, conservata in qualche server di un provider satellitare o di un’agenzia spaziale. Ma non era stata trasformata in intelligence operativa per chi gestiva il ponte.

Questo è il Gap Cognitivo. Non è un problema di mancanza di tecnologia, ma di mancanza di processo. Abbiamo sensori che scansionano il pianeta ventiquattro ore su ventiquattro, ma gestiamo le infrastrutture come se fossimo ciechi tra un’ispezione e l’altra.

Quando disponiamo della capacità tecnica di misurare lo spostamento di un pilone con precisione millimetrica dallo spazio, l’ignoto smette di essere un destino e diventa una scelta.

È necessario chiarire un punto per evitare un equivoco. La tecnologia satellitare non elimina l’incertezza, né promette infallibilità. L’interferometria radar non “predice” i crolli e non sostituisce il giudizio dell’ingegnere o del decisore pubblico.

Essa riduce, in modo sistematico e misurabile, l’area dell’ignoto. In altre parole, non trasforma l’evento in una certezza, ma l’imprevisto in un rischio osservabile. Ed è questa riduzione dell’ignoranza – non l’illusione del controllo totale – il vero salto di paradigma strategico.

COSMO-SkyMed, SAR e InSAR: il monitoraggio satellitare delle infrastrutture critiche

Di cosa parliamo esattamente quando citiamo la “sorveglianza satellitare”? Non stiamo parlando di telecamere che leggono le targhe delle auto in tempo reale (quello è Hollywood). Stiamo parlando di qualcosa di meno cinematografico ma infinitamente più potente: il Radar ad Apertura Sintetica (SAR).

L’Italia possiede, con la costellazione COSMO-SkyMed dell’Agenzia Spaziale Italiana e del Ministero della Difesa, una delle “macchine della verità” più sofisticate mai messe in orbita.

Perché il SAR vede con nuvole e notte

A differenza dei satelliti ottici (che fanno “foto” e sono ciechi di notte o con le nuvole), il radar “illumina” la Terra con microonde, giorno e notte, con qualsiasi meteo.

Interferometria differenziale: cosa significa misurare millimetri

Attraverso una tecnica chiamata Interferometria Differenziale, siamo in grado di confrontare due passaggi del satellite sullo stesso punto e calcolare se il terreno o un manufatto si sono spostati. Di quanto? Di millimetri.

Immaginate di avvolgere l’intera rete infrastrutturale nazionale in un sistema nervoso digitale.

Dalla manutenzione a calendario alla manutenzione per condizione

L’approccio tradizionale è basato sul tempo: mando l’ispettore sul posto ogni dodici mesi. Se il problema nasce il giorno dopo l’ispezione, ho 364 giorni di buio.

L’approccio satellitare è basato sulla condizione: il satellite passa ogni pochi giorni. L’algoritmo confronta i dati. Se (e solo se) rileva un’anomalia – una subsidenza del terreno, una dilatazione termica anomala, uno spostamento del pilone – lancia un alert.

L’ingegnere non viene sostituito dal satellite, viene bensì attivato dal satellite. Smette di cercare l’ago nel pagliaio e va dritto dove il sistema gli indica che c’è un potenziale problema. Questo cambio di paradigma non è solo sicurezza. È efficienza industriale pura. È la differenza tra la medicina medievale (curare quando il paziente sta morendo) e la medicina preventiva basata sulla diagnostica per immagini.

Responsabilità e tutela: il dato come prova, non come ordine operativo

Sul piano della responsabilità è opportuno essere espliciti. Il dato satellitare non è un ordine operativo né un vincolo automatico all’azione. È uno strumento di supporto decisionale avanzato. La responsabilità ultima rimane umana, contestuale e giuridicamente definita. Ma in un contesto regolato come quello europeo, disporre di un’informazione oggettiva e tracciabile non crea nuove responsabilità: rende trasparenti quelle già esistenti.

L’uso sistematico del dato satellitare non espone il decisore. Al contrario, lo tutela, fornendo evidenze verificabili a supporto delle scelte compiute.

L’imperativo economico: perché la prevenzione conviene

Parliamo di numeri concreti, perché la sicurezza delle infrastrutture non è solo una questione etica o strategica: è anche, e forse soprattutto, una questione economica. Gli Stati Uniti hanno stimato che il costo del differimento della manutenzione infrastrutturale ammonta a circa duemila miliardi di dollari accumulati negli ultimi due decenni. Ogni dollaro non speso in manutenzione preventiva genera in media quattro dollari di costi di riparazione emergenziale o di perdita economica indiretta.

In Italia, secondo i dati del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, sono presenti oltre sessantamila ponti e viadotti sulla rete stradale nazionale, di cui circa quindicimila classificati come “critici” per età, condizioni o traffico.

Il costo dell’ispezione tradizionale vs servizio InSAR

Il costo medio di un’ispezione tradizionale (visiva e strumentale) su un ponte di medie dimensioni si attesta tra i venticinquemila e i cinquantamila euro. Moltiplicato per quindicimila strutture, arriviamo a un fabbisogno annuale di circa quattrocentocinquanta milioni di euro solo per le ispezioni.

Il monitoraggio satellitare continuo, attraverso servizi InSAR già disponibili sul mercato, ha un costo stimato tra i mille e i tremila euro per struttura all’anno, a seconda della frequenza di acquisizione e del livello di elaborazione richiesto. Per lo stesso parco infrastrutturale critico, parliamo di quarantacinque milioni di euro annui. Un decimo del costo delle ispezioni tradizionali.

Il risparmio vero: abbattere l’emergenza, non solo l’ispezione

Ma il vero risparmio non sta nella riduzione dei costi di ispezione. Sta nell’eliminazione dei costi di emergenza. Il crollo del ponte Morandi a Genova nel 2018 ha causato quarantatré vittime e un danno economico stimato in oltre un miliardo di euro, tra ricostruzione, interruzione dei collegamenti commerciali e impatto sul tessuto produttivo genovese.

Dalla space economy alla sovranità cognitiva: chi controlla la narrazione

L’Europa, attraverso il programma Copernicus e i servizi derivati come il Ground Motion Service, sta già fornendo dati di spostamento del suolo su scala continentale. Il problema non è la disponibilità dei dati, ma la loro integrazione sistematica nei processi decisionali. Il Gap Cognitivo di cui abbiamo parlato è anche, e forse soprattutto, un gap organizzativo ed economico. Non mancano i sensori, manca il processo che trasforma il dato grezzo in azione concreta.

C’è poi un aspetto meno visibile ma altrettanto rilevante: l’ottimizzazione degli investimenti. Quando tutte le infrastrutture vengono ispezionate con la stessa frequenza, indipendentemente dal loro stato reale, stiamo sprecando risorse.

Il monitoraggio satellitare permette di implementare una strategia di manutenzione basata sul rischio reale: le risorse vengono concentrate dove servono davvero, quando servono davvero. Questo non è solo più sicuro, è anche più efficiente.

La Space Economy italiana, valorizzata nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza con investimenti significativi, rappresenta un’occasione unica. Non stiamo parlando di inventare nuove tecnologie, ma di applicare sistematicamente quelle che già possediamo. Il ritorno economico è documentato, i rischi sono noti, i costi sono inferiori ai benefici. La vera domanda non è se possiamo permetterci di investire in questo sistema, ma se possiamo permetterci di non farlo.

Dark fleet: radar e AIS per vedere ciò che “non esiste”

Il valore strategico del monitoraggio satellitare non si limita alle infrastrutture fisiche. Si estende al controllo dell’informazione stessa, e quindi alla capacità di verificare in modo indipendente cosa accade nel nostro spazio di interesse.

Pensiamo al fenomeno della “Dark Fleet”, la Flotta Fantasma. Centinaia di petroliere vetuste navigano ogni giorno con i transponder AIS spenti per aggirare le sanzioni occidentali sul petrolio russo o iraniano. Per i sistemi di controllo marittimo tradizionali, queste navi sono fantasmi. Non esistono.

Ma non possono nascondersi al radar satellitare. Incrociando il “silenzio radio” con l’“eco radar” (che rileva la presenza fisica dello scafo metallico), le agenzie di intelligence economica possono tracciare i flussi illegali che finanziano regimi ostili.

Qui arriviamo al cuore del concetto di Sovranità Cognitiva.

Se l’Italia (e l’Europa) non sviluppa una propria capacità autonoma di elaborare questi dati, saremo costretti a fidarci di ciò che ci dicono gli altri. Se domani avvenisse un incidente nel Mediterraneo, vogliamo dipendere da un report fornito da una compagnia privata americana o da un’agenzia statale cinese per sapere cosa è successo nelle nostre acque territoriali?

Chi controlla la capacità di vedere e interpretare i dati dall’orbita, controlla la narrazione della realtà a terra. La dipendenza tecnologica in questo campo non è diversa dalla dipendenza energetica: crea vulnerabilità strategica.

Framework nazionale: monitoraggio satellitare infrastrutture critiche come servizio

L’Italia si trova in una posizione privilegiata. Possediamo la tecnologia abilitante (l’eccellenza di COSMO-SkyMed), le risorse finanziarie (la missione Space Economy del PNRR) e il framework normativo di riferimento (NIS2). La sfida non è inventare nuovi strumenti, ma armonizzare quelli esistenti attraverso un’architettura di governance chiara.

Pensare a un’integrazione sistemica dei dati satellitari non significa immaginare una riforma improvvisa e totalizzante. Ogni trasformazione strategica efficace procede per dimostrazione, non per imposizione. Un modello realistico prevede fasi progressive: progetti pilota su asset ad alto valore sistemico, settori prioritari come energia, trasporti strategici e risorsa idrica, e un’estensione graduale basata su evidenze di efficacia operativa ed economica.

La proposta è quella di istituire un Framework Nazionale di Integrazione Dati, coordinato dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) in sinergia con l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e il Ministero della Difesa. Questo framework si articolerebbe su tre pilastri operativi.

Sovranità digitale e sicurezza del dato

Il primo pilastro riguarda la sovranità digitale e la sicurezza del dato. La gestione di informazioni sensibili sulle nostre infrastrutture critiche richiede i più elevati standard di protezione. Non si tratta di chiusura, ma di prudenza strategica.

L’elaborazione di questi dati deve avvenire in piena sinergia con il Polo Strategico Nazionale (PSN), garantendo che le informazioni sulle vulnerabilità fisiche del Paese restino all’interno di un perimetro di sicurezza controllato e certificato. L’obiettivo è fornire ai gestori un flusso informativo sicuro, depurato da sensibilità militari, trasformando il dato grezzo in intelligence operativa fruibile senza rischi.

Governance collaborativa: lo Stato abilitatore, i gestori responsabili

Il secondo pilastro definisce la governance collaborativa, con lo Stato nel ruolo di abilitatore tecnologico. È fondamentale definire con chiarezza i ruoli per evitare incertezze operative. In questo modello, lo Stato fornisce il monitoraggio satellitare come servizio a valore aggiunto, un supporto decisionale avanzato per le aziende.

La responsabilità operativa e gestionale della manutenzione rimane in capo al concessionario o al gestore industriale, che possiede il know-how specifico per intervenire. Il satellite non si sostituisce al giudizio ingegneristico, ma lo potenzia.

Capillarità e inclusione tecnologica

Il terzo pilastro assicura capillarità e inclusione tecnologica. Le grandi aziende partecipate hanno già le competenze per guidare questa transizione, ma la sicurezza nazionale passa anche dalle infrastrutture minori gestite da enti locali o consorzi.

Il programma nazionale dovrebbe democratizzare l’accesso a questa tecnologia, mettendo a disposizione algoritmi standardizzati e best practice. Questo permetterebbe di elevare uniformemente il livello di sicurezza del Paese.

Questo modello non implica una centralizzazione decisionale. La Sovranità Cognitiva non coincide con l’accentramento del potere, ma con la disponibilità condivisa di una base informativa comune, affidabile e verificabile. Lo Stato agisce come abilitatore tecnologico e garante del perimetro informativo; le decisioni operative restano in capo ai gestori e ai territori, che conoscono il contesto specifico e ne assumono la responsabilità. Si tratta di un’architettura federata della conoscenza, non di un controllo verticale.

Dalla resilienza all’antifragilità: un sistema che impara

Negli ultimi anni abbiamo abusato della parola “resilienza”. La resilienza è la capacità di subire un colpo e tornare come prima. È una virtù passiva. Ma in un mondo dove le nostre infrastrutture invecchiano, il clima diventa più violento e le minacce ibride aumentano, tornare “come prima” non basta.

La vera promessa dell’integrazione tra Spazio e Intelligenza Artificiale è l’Antifragilità. Un sistema antifragile è un sistema che migliora grazie allo stress e agli errori. Immaginate un database nazionale delle anomalie infrastrutturali alimentato dai satelliti. Ogni volta che si verifica una frana in Piemonte, l’algoritmo impara a riconoscere i segnali premonitori e aggiorna istantaneamente i modelli di rischio per la Calabria, per la Sicilia, per l’intera rete nazionale. Il sistema impara. Ogni errore locale diventa conoscenza globale.

Stiamo costruendo qualcosa di più di un sistema di monitoraggio. Stiamo gettando le basi per un Sistema Immunitario delle Infrastrutture Critiche. Il cemento armato del Novecento è destinato a sgretolarsi. Ma la nostra capacità di capirlo, prevederlo e gestirlo attraverso i dati può rendere le nostre nazioni più sicure di quanto non siano mai state.

L’Italia ha le carte in regola per essere la capofila europea di questa rivoluzione. Non serve inventare nulla di nuovo, serve il coraggio di usare quello che abbiamo già.

La vera questione strategica non è se possiamo permetterci di integrare lo Spazio nella governance delle infrastrutture critiche. La questione è se possiamo permetterci di continuare a definire imprevedibile ciò che abbiamo scelto di non osservare, pur avendo già gli strumenti per farlo.

In un mondo in cui la capacità di vedere precede quella di decidere, rinunciare alla consapevolezza non è neutralità. È scelta.

La tecnologia è pronta. I dati esistono. Le competenze ci sono. Serve solo la volontà politica di trasformare il potenziale in realtà. E serve che ognuno, nel proprio ruolo, contribuisca a questa trasformazione.

Nota dell’autore

Le opinioni espresse in questo articolo sono strettamente personali e frutto di ricerca indipendente. Esse non riflettono necessariamente la posizione, le strategie o le opinioni dell’azienda di appartenenza dell’autore. I casi studio, i dati tecnici e gli esempi citati provengono esclusivamente da fonti aperte, report pubblici governativi e letteratura scientifica internazionale.

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