normative

Tutela minori sui social, Spagna in pole: lo scontro Ue-Usa è ai massimi



Indirizzo copiato

La Spagna lancia la proposta di legge più restrittiva sui social, a tutela dei minori e punitiva per le big tech. Apice di uno scontro che investe anche Francia, Italia. Gli Stati Uniti reagiscono con forza. Ecco che accade e gli equilibri in gioco

Pubblicato il 5 feb 2026

Alessandro Longo

Direttore agendadigitale.eu

Marco Martorana

avvocato, studio legale Martorana, Presidente Assodata, DPO Certificato UNI 11697:2017



social tutele spagna

La proposta del Governo spagnolo di vietare l‘accesso ai social media per gli under 16 e di una responsabilità penale per i vertici aziendali è il picco di un tendenza più ampia che abbraccia l’Europa

Il panorama normativo europeo sta ifnatti attraversando una fase di fibrillazione senza precedenti, segnata dal passaggio definitivo da una logica di “accompagnamento tecnologico” a una di “intervento correttivo autoritativo”. Lo scontro con il Governo Usa di Trump e il modello normativo americano diventa così più forte.

I social e la tutela dei minori sono insomma l’apice di questa tendenza ma forse anche il primo fronte di un approccio che si manifesterà più avanti. La Spagna non è sola: Francia, Danimarca e persino l’Italia hanno proposte simili.

Martedì la Commissione Giustizia della Camera ha pubblicato un rapporto di 160 pagine, intitolato “The Foreign Censorship Threat” (La minaccia della censura straniera), in cui accusa l’Europa di strumentalizzare le normative per danneggiare la libertà di espressione americana.

Da parte sua, Musk ha definito il primo ministro spagnolo “un tiranno e un traditore” e X ha accusato gli investigatori francesi di aggirare il giusto processo.

La legge spagnola sui social

Le recenti dichiarazioni del Presidente del Governo spagnolo, Pedro Sánchez, relative a un pacchetto di misure draconiane per limitare l’accesso ai social media e combattere la disinformazione, non rappresentano soltanto una risposta securitaria a un’emergenza sociale, ma configurano un vero e proprio mutamento di paradigma nel costituzionalismo digitale.

La proposta spagnola di vietare l’accesso alle piattaforme digitali ai minori di 16 anni, supportata da una inedita previsione di responsabilità penale per i vertici aziendali delle Big Tech, agisce come un catalizzatore che mette a nudo le insufficienze dei modelli di governance finora adottati dall’Unione europea.

In questo scenario, la penisola iberica — con il coinvolgimento strategico e speculare del Portogallo — si pone come l’epicentro di una nuova resistenza normativa che intende sfidare il dogma della neutralità tecnologica, sollevando interrogativi profondi sulla gerarchia tra profitti algoritmici, salute pubblica e libertà fondamentali. Il nodo non è solo tecnico: è una questione di indirizzo politico e di ridefinizione dei confini della cittadinanza digitale, mentre le piattaforme restano infrastrutture private con impatti sistemici su informazione, minori e democrazia.

La tutela dei minori online passa dal consenso al divieto statale

Per comprendere la portata rivoluzionaria della proposta di Sánchez, è necessario inquadrarla nel solco dell’evoluzione normativa spagnola precedente. Fino a questo momento, la Spagna si era mossa all’interno del perimetro tracciato dalla Ley Orgánica 3/2018 (LOPDGDD), che fissava a 14 anni l’età minima per il consenso al trattamento dei dati personali, sfruttando la flessibilità concessa dall’articolo 8 del GDPR. Tuttavia, la svolta del 2026 segna il ripudio della logica del “consenso”: il governo non ritiene più sufficiente che un genitore autorizzi il minore, ma interviene ex ante stabilendo che, per l’ordinamento, un individuo al di sotto dei 16 anni non possiede la maturità cognitiva e psicologica per interagire con ecosistemi progettati per la massimizzazione della dipendenza.

Questa scelta si discosta radicalmente dalla prassi europea dominante e si configura come un’estensione della tutela civilistica della capacità di agire. Sánchez ha chiarito che non ci si affiderà più a sistemi di age verification meramente formali e facilmente aggirabili, ma a un’integrazione con la “Cartera Digital” nazionale: un’identità digitale sovrana che funge da guardiano tecnico invalicabile. Dal punto di vista giuridico, questo sposta l’onere della prova e della vigilanza interamente sul fornitore del servizio, facendo della compliance un requisito strutturale e non più solo procedurale.

Identità digitale e responsabilità di risultato per le piattaforme

Se precedentemente la responsabilità della piattaforma era limitata alla verifica formale, il nuovo impianto spagnolo postula una responsabilità di risultato: la presenza di un minore di 16 anni all’interno di un’architettura social diventa de facto una violazione amministrativa e, in prospettiva, un presupposto per la responsabilità dei vertici. Questa mossa è stata giustificata come una “misura di salute pubblica digitale”, equiparando i social media a prodotti come tabacco o alcol, per i quali il divieto non è negoziabile attraverso il consenso privato. Il punto di rottura sta proprio qui: l’accesso non è più una scelta individuale, ma una soglia posta dallo Stato.

Tale approccio sfida frontalmente il principio di autodeterminazione del minore, ma lo fa in nome di un interesse superiore dello Stato alla protezione dell’integrità psichica delle nuove generazioni. Nel mirino finiscono fenomeni come cyberbullismo, dismorfia corporea indotta dai filtri ed esposizione a algoritmi di radicalizzazione. Ne deriva una lettura “biopolitica” della rete: non solo spazio di libertà, ma ambiente che può produrre danni e che, quindi, viene regolato come fattore di rischio collettivo.

Il fronte iberico e la tutela dei minori online come sovranità protettiva

L’iniziativa spagnola non può essere letta in isolamento rispetto alla crescente sensibilità del Portogallo, che sta parallelamente sviluppando una propria strategia di protezione dei minori nell’ambiente digitale. L’iniziativa portoghese, pur essendo per certi versi più orientata verso l’alfabetizzazione digitale e la limitazione degli smartphone nelle scuole, sta convergendo verso la medesima “zona di rigore” della Spagna. Lisbona ha avviato una consultazione per riformare il proprio statuto dei diritti digitali, inserendo clausole che limitano l’uso di tecniche di nudging e design persuasivo dirette ai minori.

La convergenza iberica è significativa perché segnala la volontà di creare un blocco di Paesi dell’Europa meridionale capace di esercitare pressioni sulla Commissione europea per un inasprimento del Digital Services Act (DSA). Il modello portoghese si concentra molto sulla trasparenza dei processi decisionali degli algoritmi, ma le recenti interlocuzioni tra i governi di Sánchez e Montenegro suggeriscono una possibile armonizzazione legislativa regionale che renderebbe il divieto dei 16 anni uno standard per l’intera area geografica. La posta in gioco è la capacità di incidere su standard globali che le piattaforme non possano eludere con adattamenti locali minimi.

Dalla trasparenza alla custodia digitale: due approcci che si sommano

Questa “intesa atlantica” sul digitale mira a superare la frammentazione normativa e a creare un precedente che obblighi le piattaforme a implementare modifiche infrastrutturali globali. Mentre la Spagna punta sulla forza del divieto e della sanzione penale, il Portogallo integra la visione con un’enfasi sulla responsabilità sociale d’impresa e sul dovere di custodia digitale. Insieme, queste nazioni stanno elaborando una dottrina che potremmo definire di “interventismo biopolitico digitale”, dove lo Stato rivendica il diritto di regolare l’ambiente psichico dei propri cittadini, sottraendolo alle logiche di mercato della Silicon Valley.

Responsabilità penale dei manager e fine del porto sicuro

Forse l’elemento più dirompente dell’annuncio di Sánchez riguarda la minaccia di responsabilità penale per i CEO e i vertici delle grandi piattaforme. Si tratta di un salto di qualità normativo che scuote le fondamenta del diritto dell’informazione. Per decenni, il principio del “porto sicuro” (safe harbor), cristallizzato nella Direttiva sul Commercio Elettronico del 2000, ha garantito ai fornitori di servizi internet una sostanziale immunità per i contenuti generati dagli utenti, a meno che non fossero a conoscenza dell’illiceità e non intervenissero tempestivamente. La proposta spagnola intende ribaltare questa impostazione, introducendo fattispecie di reato per “omesso controllo sistemico” e “agevolazione colposa della disinformazione”.

In questo nuovo quadro, se una piattaforma fallisce ripetutamente nel rimuovere contenuti che incitano all’odio o che manipolano l’opinione pubblica attraverso botnet e deepfake, la responsabilità non ricadrà solo sulla società come persona giuridica attraverso sanzioni pecuniarie, ma colpirà personalmente i dirigenti apicali. La previsione si fonda sulla teoria del “rischio creato”: chi gestisce un’infrastruttura che genera profitti immensi attraverso la manipolazione dell’attenzione pubblica ha l’obbligo giuridico di garantire che tale infrastruttura non diventi un’arma contro la democrazia o la salute pubblica.

Algoritmi opachi e tipizzazione del reato: la sfida dottrinale

La sfida dottrinale è immensa, poiché richiede di tipizzare condotte che spesso sono frutto di processi algoritmici opachi e non di decisioni umane dirette. Tuttavia, il governo spagnolo sembra intenzionato a forzare la mano, equiparando il gestore di un social media al direttore responsabile di una testata giornalistica, pur con le dovute distinzioni dimensionali. Questa equiparazione segna la fine della pretesa neutralità dei social e la loro definitiva sussunzione sotto le regole della responsabilità editoriale aggravata, dove la “scienza” dell’algoritmo non può più essere usata come scudo per l’impunità manageriale.

Frizioni con il Dsa e rischi per diritti fondamentali e mercato unico

Nonostante la nobiltà d’intenti dichiarata, la “via spagnola” si scontra con ostacoli giuridici di enorme rilevanza, in particolare per quanto riguarda la coerenza con il Digital Services Act (DSA). Il DSA è un regolamento a efficacia diretta che mira all’armonizzazione totale delle regole per i servizi digitali nell’Unione europea. L’introduzione unilaterale da parte della Spagna di sanzioni penali e divieti d’età così rigidi potrebbe essere interpretata dalla Corte di Giustizia dell’UE come una violazione del principio della libera prestazione dei servizi e del mercato unico. Se ogni Stato membro iniziasse a stabilire età diverse per l’accesso e regimi di responsabilità penale divergenti, il mercato digitale europeo collasserebbe sotto il peso di una frammentazione insostenibile.

Inoltre, vi è il tema della sorveglianza: per garantire che un minore di 16 anni non acceda a un servizio, è necessario identificare con certezza tutti gli utenti, compresi gli adulti. Questo implica la fine dell’anonimato online o, perlomeno, della possibilità di navigare senza una credenziale certificata dallo Stato, sollevando spettri di sorveglianza di massa che mal si conciliano con lo spirito del GDPR. Il punto critico è la proporzionalità: quanto controllo “extra” si introduce sulla popolazione adulta per impedire l’accesso ai minori?

Digital divide generazionale e mercati paralleli dell’accesso

Una riflessione sociologico-giuridica impone anche di chiedersi se il divieto non finisca per creare un mercato nero dell’accesso, dove i minori più vulnerabili si rifugiano in spazi digitali ancora meno controllati (come dark web o piattaforme di messaggistica criptate) pur di sfuggire al recinto statale. Il rischio è che la legge Sánchez protegga chi è già protetto da un contesto familiare solido, emarginando ulteriormente chi utilizza la rete come unico strumento di emancipazione o informazione. La sfida per il legislatore non è dunque solo proibire, ma costruire un’architettura che sappia distinguere tra uso tossico e uso abilitante delle tecnologie, evitando di trasformare la protezione in una forma di segregazione digitale.

Lo scontro con gli Usa

La vicenda va letta in un più ampio contesto, anche geopolitico. Per mesi, gli Stati Uniti e l’Europa hanno discusso sulla regolamentazione dei social media.

L’approccio non interventista americano è in contrasto con le politiche più aggressive dell’Europa.

I pubblici ministeri europei hanno emesso mandati di comparizione nei confronti di leader tecnologici americani, tra cui Elon Musk.

Martedì, le autorità francesi hanno fatto irruzione negli uffici parigini della piattaforma social X di Musk, con l’accusa di distribuzione di immagini sessuali di minori e produzione di contenuti che negano i crimini contro l’umanità.

Lo scontro illustra una divisione fondamentale tra i leader europei e americani su come regolamentare i social media o se limitarli del tutto. La questione è quali espressioni siano protette, chi possa essere ritenuto responsabile di comportamenti illeciti e quali paesi decidano le regole per queste piattaforme intrinsecamente senza confini.

La questione è diventata un punto di scontro nell’ultimo anno sotto la presidenza Trump, la cui amministrazione ha descritto la regolamentazione europea delle piattaforme di social media americane come un attacco alla libertà di espressione.

Gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni di viaggio agli europei che fanno campagna contro la disinformazione online e hanno attaccato i funzionari che indagano sulle aziende americane. I critici sostengono che questo approccio miri a liberare gli alleati di destra affinché possano dire ciò che vogliono online, anche se l’amministrazione Trump limita altri tipi di espressione a cui si oppone, come le proteste contro l’immigrazione.

L’argomento probabilmente verrà sollevato alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera, in Germania, la prossima settimana. Alla conferenza dello scorso anno, il vicepresidente JD Vance ha scioccato i leader europei sostenendo che l’Europa stava usando “parole brutte dell’era sovietica come disinformazione” per sopprimere i punti di vista alternativi.

I leader europei sostengono che la loro spinta normativa è un tentativo di proteggere i cittadini dagli abusi e di incoraggiare le piattaforme americane a fare di più per affrontare la disinformazione e i contenuti illeciti, compreso il materiale pedopornografico.

Per noi europei il concetto di libertà di espressione va oltre la semplice tutela del diritto di parola. “Protegge anche il pubblico e coloro che cercano informazioni”, ha affermato David Kaye, ex relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di espressione. Le leggi di paesi come la Francia e la Germania che vietano l’incitamento all’odio o la negazione dell’Olocausto hanno lo scopo di prevenire le intimidazioni e incoraggiare la partecipazione democratica.

Il divario tra Stati Uniti ed Europa si è ampliato da dicembre, quando l’Unione Europea ha utilizzato la sua nuova legge sui servizi digitali per multare X di circa 142 milioni di dollari per, tra le altre accuse, non aver protetto gli utenti dalle truffe.

La settimana in cui è stata data la multa, la Casa Bianca ha pubblicato una nuova strategia di sicurezza nazionale in cui si afferma che “le attività dell’Unione Europea” minano “la libertà politica e la sovranità”, anche limitando la libertà di espressione.
Più tardi nello stesso mese, il Dipartimento di Stato americano ha sanzionato cinque europei associati all’approccio europeo ai social media, vietando loro di recarsi negli Stati Uniti e accusandoli di censura. Uno di loro, Thierry Breton, ex alto funzionario dell’UE, ha contribuito alla stesura del Digital Services Act.

Le accuse sono continuate questa settimana, con il rapporto del Congresso che ha identificato più di 100 incontri a porte chiuse dal 2020 in cui, secondo quanto affermato, i funzionari europei “hanno esercitato pressioni sulle piattaforme affinché modificassero le loro regole di moderazione dei contenuti applicabili a livello globale”.
Thomas Regnier, portavoce dell’esecutivo dell’UE, ha definito le accuse di censura “assolutamente prive di senso” durante una conferenza stampa martedì.

Le accuse di censura sono state mosse anche dall’altra parte, con gli europei che a volte hanno accusato le aziende di social media di sopprimere i contenuti.

Mercoledì, i legislatori europei di sinistra hanno chiesto un’indagine su TikTok, che ha recentemente venduto le sue attività statunitensi a un gruppo legato a Trump. Hanno accusato il servizio di bloccare i contenuti relativi alle proteste sull’immigrazione negli Stati Uniti. TikTok ha affermato che problemi tecnici hanno causato temporanei problemi di caricamento dei contenuti.

Conclusioni: verso una tutela dei minori online più punitiva o più efficace?

La prova di forza di Pedro Sánchez e la convergenza iberica con il Portogallo rappresentano, in ultima analisi, il tentativo di riportare la politica e il diritto al centro della scena digitale, dopo anni di subalternità alle logiche della Silicon Valley. La proposta spagnola è un atto di “sovranità” che rivendica per lo Stato il compito di proteggere lo sviluppo della personalità individuale dalle interferenze di sistemi di intelligenza artificiale finalizzati al profitto. Sebbene la tenuta costituzionale di tali norme sarà messa alla prova dai ricorsi delle multinazionali e dal vaglio della Commissione europea, il segnale inviato è irreversibile: il tempo dell’auto-regolamentazione è scaduto.

La scommessa della Spagna è che il diritto penale possa servire da deterrente laddove le sanzioni amministrative, pur miliardarie, sono state assorbite dalle Big Tech come semplici “costi d’esercizio”. Resta da vedere se questa spinta verso il rigore porterà a un’Europa più sicura o se alimenterà una nuova forma di paternalismo digitale che, nel tentativo di proteggere il minore, finisce per indebolire le fondamenta di una rete libera e aperta. Quel che è certo è che il modello spagnolo del 2026 costringerà ogni democrazia occidentale a interrogarsi su un punto non più eludibile: fino a che punto siamo disposti a sacrificare la libertà di accesso in cambio della sicurezza cognitiva?

Un interrogativo che in parte riguarda anche altri Paesi europei. Italia inclusa.

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x