L’AI può esaltare le piccole organizzazioni, in possesso di una maggiore flessibilità interna ed esterna e dunque in grado di trasformarsi più velocemente e grazie a un accesso alle migliori tecnologie molto meno costoso di un tempo. La GenAI ha accelerato un processo già in atto, incrementando le opportunità per chi ha la capacità di sfruttare appieno le nuove opportunità.
Naturalmente, le nuove imprese, in particolare quelle più innovative, sono favorite dalla possibilità di essere AI-native by default e dalle competenze già in possesso di chi le fonda.
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Perché piccolo è bello al tempo dell’AI
“Piccolo è bello” è il titolo di un celebre libro degli anni Settanta scritto da Ernst Friedrich Schumacher. Il volume celebrava il valore delle piccole organizzazioni dopo il gigantismo dei due decenni precedenti, dominati dall’ascesa delle grandi imprese, pubbliche o private che fossero.
La crisi petrolifera che seguì la pubblicazione del pamphlet e che colpì molti dei marchi più noti dell’economia di allora sembrò dare ragione almeno per qualche tempo alle tesi espresse dall’economista tedesco. Nel frattempo però la globalizzazione dei mercati e i crescenti investimenti in capitale materiale e immateriale associati alle tecnologie si sono incaricati di far passare di moda il libro e il suo titolo, oggetto di tanto in tanto dello scherno di quanti ancora oggi se ne ricordano. Eppure, la sua morte intellettuale potrebbe essere stata dichiarata prematuramente.
Il caso di Sarah Gwilliam
Nell’agosto del 2025, l’Economist, settimanale dal quale non ci si aspetterebbe particolare indulgenza verso le tesi di Schumacher, in un certo senso antesignane delle successive teorie (se così si possono chiamare) della decrescita, ha raccontato la storia di Sarah Gwilliam che, dopo la morte di suo padre, ha avuto l’intuizione di creare una startup di GenAI che aiutasse persone come lei ad affrontare il lutto e a gestire le questioni legate ai propri cari estinti.
Una sorta di “wedding planner” per i funerali. La sua azienda, Solace, era ancora una startup in fase iniziale più che un’impresa già affermata. Ma, a parte lei, quasi nessun essere umano la stava aiutando a costruirla. E l’altro aspetto notevole e ancor più senza precedenti era che Sarah non fosse né un’ingegnera del software né un’esperta di IA. È semplicemente entrata in un programma offerto da un incubatore basato sull’IA, chiamato Audos, che ha giudicato promettente la sua idea. I bot dell’incubatore l’hanno aiutata a creare una presenza online e su Instagram.
Il ruolo dell’incubatore Audos
Se l’idea avrà successo, l’incubatore non solo fornirà capitale, ma i suoi agenti di IA supporteranno Gwilliam nello sviluppo del prodotto, nelle vendite, nel marketing e nelle attività amministrative, tutto in cambio di una royalty. Di fatto, l’IA l’ha aiutata a co-fondare l’azienda senza nessuna competenza tecnica né alcun dipendente in carne ed ossa ad aiutarla. Nel suo pezzo di un anno fa, il settimanale inglese si è spinto a pronosticare la possibilità che grazie all’IA presto potrebbero esserci unicorni senza alcun dipendente.
Che cosa significa solopreneur
Il termine “solopreneur”, che non è altro che la crasi tra “solo” e “entrepreneur”, nasce già nei primi anni Novanta e si diffonde dopo il Duemila ad indicare soprattutto uno stile di vita permesso dall’affermarsi del digitale e dalla possibilità di poter lavorare in autonomia grazie a Internet. Ma solo dopo l’avvento dell’IA generativa è diventato possibile sinonimo di crescita e successo imprenditoriale.
I dati americani sulle nuove imprese senza dipendenti
A certificarlo nelle ultime settimane sono state due analisi, una dell’appena nato Nasdaq Economic Institute, il centro studi del mercato azionario high-tech USA, e un’altra di Stripe, la fintech statunitense. Entrambe si basano sui nuovi dati del Census Bureau, l’Istat americana, che hanno rilevato come dal 2025 siano aumentate più del 20% le nuove imprese senza dipendenti mentre il numero di quelle con dipendenti sia rimasto fermo, al contrario di quanto successo subito dopo la pandemia quando aumentarono le nuove iscrizioni di entrambe le tipologie di aziende.
E, per quanto sia prematuro attribuire un rapporto di causa ed effetto rispetto all’IA, appare indicativo che più del 50% di queste nuove aziende individuali siano nate nei tre settori a più elevata adozione dell’IA, cioè ICT, finanza e servizi professionali.
I solopreneur con ricavi milionari
L’analisi di Stripe incrocia i dati del Census Bureau con i propri, rilevando in base alle transazioni di pagamento registrate come il numero di solopreneur con ricavi superiori a 1 milione di dollari sia più che raddoppiato negli ultimi due anni e addirittura quasi triplicato tra quanti hanno superato la soglia dei 5 e 10 milioni di dollari. Lo studio conclude che in base alle prime evidenze relative alla crescita dell’utilizzo degli strumenti di intelligenza artificiale e all’aumento dei solopreneur nei settori a più elevata adozione dell’IA è probabile che i progressi dell’intelligenza artificiale siano responsabili di una quota significativa di tale crescita.
Oltre i solopreneur: il caso delle imprese AI-native
Ma l’abbattimento delle barriere alla nascita e allo sviluppo di nuove imprese non riguarda solo il caso limite dei solopreneur ma più in generale le piccole imprese. In una ricerca pubblicata a giugno, Hyunjin Kim dell’Insead e Rembrand Koning della Harvard Business School hanno studiato come sono organizzate le imprese costruite attorno alle capacità offerte dall’intelligenza artificiale, le cosiddette imprese AI-native. Basandosi sulle startup accelerate da Y Combinator nelle coorti dal 2020 al 2024 e sulle startup statunitensi finanziate da venture capital il cui primo round di investimento si è concluso tra il 2020 e il 2024, hanno classificato ciascuna impresa in base al suo grado di “AI-nativeness” e collegato tale classificazione a microdati sulla forza lavoro, riguardanti la dimensione dei team, le funzioni svolte, il livello di anzianità e la struttura gerarchica.
Team più piccoli e strutture più piatte
Rispetto alle startup non basate sull’IA appartenenti allo stesso settore e alla stessa coorte, le imprese AI-native risultano più piccole del 25%. La quota di ingegneri è superiore del 13%, mentre la quota di lavoratori ai livelli iniziali della carriera e quella dei manager sono entrambe inferiori di circa il 15%. Inoltre, la loro struttura organizzativa è più piatta di circa mezzo livello gerarchico, pur presentando valutazioni di mercato comparabili a quelle delle altre startup, un risultato che suggerisce una maggiore creazione di valore per dipendente.
Processo e prodotto: i due meccanismi dell’IA
In azione ci sarebbero due meccanismi distinti: un canale di processo, attraverso il quale l’IA modifica il modo in cui le persone lavorano all’interno dell’impresa, e uno di prodotto, grazie al quale le capacità dell’IA sono incorporate direttamente nei beni e servizi offerti dall’azienda. Ed è esattamente il secondo, al di là dell’adozione dell’IA nei processi aziendali, a rappresentare il principale fattore che consente alle startup di scalare il lavoro della conoscenza (“knowledge work”) senza dover aumentare proporzionalmente il numero dei lavoratori altamente qualificati.
Le possibili ricadute sull’occupazione
Tra l’altro, anche se può apparire controintuitivo, questa prospettiva non risulterebbe necessariamente negativa dal punto di vista delle ricadute occupazionali, senz’altro la preoccupazione socio-economica principale legata alla diffusione dell’IA (e rispetto alla quale la Commissione europea ha annunciato proprio nei giorni scorsi di voler istituire un gruppo di esperti di alto livello). Se è vero che grandi e medie aziende potrebbero aver bisogno di meno dipendenti o addirittura di nessun collaboratore stabile oltre il fondatore è pur vero che questo fenomeno potrebbe essere accompagnato da un maggior numero di realtà imprenditoriali.
La dimensione media delle imprese
Con una diminuzione della dimensione media di impresa (almeno sotto il profilo delle risorse umane) che seguirebbe la crescita degli ultimi decenni (perfino in Italia, dove tradizionalmente le piccole e micro imprese rappresentano la larga maggioranza del tessuto produttivo del paese).
Il caso italiano e la sfida del fare impresa dal basso
Ma guardando in particolare al caso italiano, attraverso l’esperienza di una Sarah Gwilliam qualsiasi e ai tanti epigoni che potremmo osservare anche tra le nostre tante piccole e micro-aziende, magari favorendo anche i tanto citati passaggi generazionali, non c’è mai stato periodo migliore per fare impresa partendo dal basso.
La sfida è naturalmente complessa, se non altro proprio perché è facile realizzare nuove idee grazie all’IA e dunque naturalmente potrà esserci anche maggiore concorrenza che in passato, ma il messaggio che viene dai dati americani deve incoraggiarci, ciascuno nel proprio ruolo, a moltiplicare gli sforzi per superare la barriera iniziale di accesso alle tecnologie e ai cambiamenti organizzativi necessari. La prima delle quali è la capacità di rendersi conto del contesto di mercato nel quale si opera e del valore aggiunto principale che l’IA può portare al proprio business.












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