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Dalla fotografia all’IA: il lungo viaggio dell’immagine



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L’incontro tra Intelligenza Artificiale e arte apre un nuovo capitolo nella riflessione sul ruolo del creatore. Se un tempo l’obiettivo fotografico rappresentava la massima espressione dell’obiettività meccanica, oggi è l’algoritmo a ridefinire il concetto stesso di creazione

Pubblicato il 28 nov 2025

Marco Ongaro

Cantautore, librettista, saggista



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Come André Bazin ebbe a stabilire in tono autorevole nel suo Cos’è il cinema, la fotografia ha da subito esonerato l’artista dal compito di rappresentare la natura, pur non essendo altrettanto minuziosa e soddisfacente.

Dalla fotografia all’obiettività meccanica dell’arte

Le prime foto erano in bianco e nero, basti questo a catalogarle come insufficienti ritrattisti dell’oggettivo, ciononostante la fotografia ha preso subito il ruolo di fedele testimone della realtà in virtù della presunta obiettività costituita dal suo dispositivo fondamentale, cioè l’obiettivo.

C’era un essere umano a scattare la foto dopo aver inquadrato lo scorcio di mondo da fissare sulla pellicola, lui sceglieva il momento in cui attivare l’otturatore ma era l’obiettivo a garantire la neutralità meccanica del risultato. Quanta fiducia ha da sempre nutrito l’umano nel proprio simile se già allora preferiva fidarsi di una macchina.

Così l’artista ha potuto ritirarsi nel suo mondo svincolato dall’obbligo di rappresentare aristotelicamente la realtà e ha potuto dedicarsi a scomporla in visioni sempre più personali, fino e oltre l’astrattismo. L’inconscio è emerso, il grottesco ha preso forma franca, anche se già artisti come Goya avevano anticipato tale libertà, e la fotografia, che nel frattempo con il colore diventava strumento tecnologico sempre più affidabile e fedele, attingeva un iperrealismo tale da permettere all’“artista fotografo” la realizzazione di un Surrealismo più efficace, di un impressionismo più impressionante, di un astrattismo più efferato.


Arte e tecnologia: la durata dell’artista contro l’immediatezza

Così la macchina assurta a certificazione del reale usurpava i nuovi spazi guadagnati dall’artista plastico in una rincorsa in cui comunque chi esibiva la maggiore influenza sulla propria “arte”, il pittore, ha mantenuto il vantaggio grazie alla fatica concreta e egotistica della propria abilità individuale. Ora ci sono esposizioni fotografiche nel mondo e le foto compaiono nei musei, ma il sudore di chi usa carboncino, pennello, tele, carta e colori, gode del maggior rispetto di un pubblico pur non sempre del tutto orientato. È la durata dell’artista, la sua opera di una vita tra evoluzione, inversioni e ripensamenti a interessare, ben oltre qualche soluzione immediata a sorpresa che sembri offrire novità grazie a espedienti tecnici legati all’epoca.


Gli strumenti tecnici nella storia dell’arte: da Leonardo all’automazione

La questione della tecnologia che viene in aiuto all’arte, di per sé etimologicamente “tecnica”, se non è annosa è addirittura secolare. I prospettografi e le griglie a quadrettatura già da Leonardo da Vinci erano qualificati come macchine di supporto e non un sostituto della capacità di disegno.

Il prospettografo inventato dall’artista italiano Ludovico Cardi, detto il Cigoli, nei primi anni del XVII secolo per disegnare con precisione oggetti, vedute e paesaggi dal vero, uno strumento automatico per la prospettiva attraverso l’integrazione tra geometria, ottica e praticità, poteva pure essere usato per deformare immagini, per creare anamorfosi, e per ingrandire disegni su superfici curve. Gli effetti speciali che al tempo poteva sembrare aver favorito andavano bene per artisti di taglia passabile, ma era nelle mani dei giganti che risaltavano.


Dal supporto all’autonomia: l’avvento dell’intelligenza artificiale

La fotografia, come si è detto, per lungo tempo anziché essere strumento d’arte ha svolto funzione liberatrice nei confronti del creatore che, sollevato dall’obbligo di aderire al vero, ha cercato la verità altrove, in profondità, in dimensioni prima inesplorate.

Che abbia potuto fornire di tanto in tanto modelli per iperrealismo non ne ha mai fatto uno strumento di supporto per l’artista, salvo entrare a far parte dell’opera in forma di collage, o décollage in stile Mimmo Rotella. Il discorso si fa diverso con l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale, cui si possono affidare compiti creativi fondati su un database immenso di modelli per ottenere con facilità ciò che a un bravo creatore autonomo costerebbe molta fatica.


Il dibattito contemporaneo sull’arte generata da IA

Questo è il tema di due articoli comparsi rispettivamente sulla MIT Technology Review, il 17 ottobre 2025 per la penna di Grace Huchkins, e sul New York Times, il 18 ottobre 2025 per quella di Craig S. Smith, che riflettono e interrogano artisti IA e curatori di musei d’arte moderna in merito alla nuova svolta creativa favorita da generatori di immagini IA disponibili al pubblico.

Nel primo si mette a confronto la “schifezza IA” con “l’arte IA” battuta all’asta da Sotheby’s, nel secondo si ascoltano pareri di chi vi si rapporta per mestiere con la prospettiva di esporla al pubblico in luoghi consacrati al meglio.


Tra creatività e tecnica: il ruolo dei curatori e degli artisti digitali

«Gli artisti hanno a lungo sperimentato con i computer, dai disegni al mainframe IBM di Vera Molnar nel 1968 al sistema di pittura AARON di Harold Cohen negli anni ‘70», scrive Smith. «L’arte generata dall’IA è entrata nella coscienza pubblica nel 2018 con la vendita a 432.500 dollari di Ritratto di Edmond de Belamy del collettivo d’arte parigino Obvious a un’asta di Christie’s. Da allora, gli artisti hanno iniziato a costruire le proprie IA generatrici di arte».
E Huchkins dall’altro canto commenta: «In quest’era di “schifezze IA” (AI slop), l’idea che strumenti di Intelligenza Artificiale generativa come Midjourney e Runway possano essere usati per fare arte può sembrare assurda. Ma in mezzo a tutto questo fango, ci sono persone che usano gli strumenti IA con vera considerazione e intenzione. Alcuni di loro stanno riscontrando un notevole successo come artisti IA: stanno guadagnando enormi fan online, vendendo le loro opere all’asta e persino facendole esporre in gallerie e musei».

Il dibattito così si apre tra curatori e artisti.
Se Paola Antonelli, curatrice senior al MoMA e direttrice della ricerca e sviluppo del museo, afferma: «La tecnologia non è l’arte, alla fine, si tratta della creatività e della visione della persona», le fa eco Melanie Lenz, curatrice di arte digitale presso il Victoria and Albert Museum di Londra: «Il pubblico può stancarsi rapidamente delle opere che si basano esclusivamente sulla novità tecnologica».
Ma dissente Christiane Paul, curatrice di arte digitale presso il Whitney Museum of American Art di New York: «Sembra esserci l’assunto generale che il termine arte dell’IA significhi semplicemente immagini create tramite un prompt testuale, il che ignora il profondo coinvolgimento degli artisti con il mezzo. Anche gli strumenti pronti all’uso possono richiedere un rigore concettuale. Ciò che conta è la sofisticazione sia dell’uso del mezzo che del concetto stesso. Il ruolo del curatore è quello di aiutare le persone a capire dove risiede l’arte».


Il creatore e la macchina: gusto, accessibilità e nuove estetiche

E il compito dell’artista? William Latham, un artista che ha organizzato la mostra in corso Creative Machine Exhibition un decennio fa a Londra, ha detto che le cose funzionano meglio quando la macchina è un partner creativo, “come Picasso con i suoi assistenti”. Lui e un collaboratore, Stephen Todd, stanno lavorando con Google DeepMind su un sistema evolutivo che crea immagini da prompt testuali, generando varianti sempre più ornamentali basate su formule matematiche. Gli umani possono scegliere quale variante far evolvere ulteriormente, oppure possono lasciare che sia la macchina a scegliere.
«Non credo davvero nella mano dell’artista,» dice Casey Reas, un pioniere e programmatore informatico, avvicinandosi al concetto dell’artista fotografo. «Credo nel punto di vista dell’artista». Andy Warhol non dissentirebbe poi molto.
«A volte hai bisogno di una fotocamera, a volte dell’IA, e a volte di pittura o matita o qualsiasi altro mezzo», afferma Jacob Adler, musicista e compositore che ha vinto il primo premio al terzo AI Film Festival annuale di Runway per la sua opera Total Pixel Space.
«È solo uno strumento in più che viene aggiunto alla cassetta degli attrezzi del creatore».
Henry Daubrez, artista e designer che ha creato le immagini generate dall’AI per un NFT Bitcoin intitolato The Order of Satoshi venduto da Sotheby’s per 24.000 dollari, vede l’accessibilità come uno degli attributi più positivi dell’IA generativa: «Persone che avevano rinunciato all’espressione creativa, o che semplicemente non avevano mai avuto il tempo di padroneggiare un medium, stanno ora creando e condividendo arte. Ma non credo che l’IA generativa creerà un’intera generazione di geni. Penso che stiamo entrando in una nuova generazione che sarà guidata dal gusto».


La rivoluzione del prompt e il giudizio del pubblico

Dunque prima l’arte non era guidata dal gusto? O non lo era l’IA generativa? È inutile dilungarsi in giudizi o preconcetti su una rivoluzione in pieno atto. Come l’arte astratta ha permesso anche a chi non sapeva disegnare un cavallo di creare tele materiche e accostamenti di colori che gli garantissero una provvisoria dignità di artista, così chi sa suggerire prompt geniali a una IA generativa può ottenere qualcosa che comunque non è fondata sulla sua specifica capacità creativa.
Più che all’artista e al curatore, la sentenza finale è lasciata al fruitore o al mancato fruitore di qualcosa che può affascinare, sconcertare come pure annoiare.


A living poem: la poesia algoritmica di Sasha Stiles

“Traccia questa poesia
nel fango
così la pioggia la dissolva.
Scolpiscila nel vento sulla pietra,
una scrittura che nessuna mano può afferrare, non saldamente.”

Parole come queste, in una varietà di caratteri e colori, scorrono su uno schermo luminoso di circa 7,6 metri per 7,6 metri, che risplende grazie a milioni di diodi a emissione di luce nella Agnes Gund Garden Lobby al Museum of Modern Art di New York. L’opera, A Living Poem, esposta contemporaneamente in Corea del Sud e in corso fino alla primavera al MoMA, è generata da un programma di Intelligenza Artificiale addestrato sulla scrittura dall’artista Sasha Stiles, così come sui dati provenienti dalla collezione del MoMA. Il testo continua all’infinito, senza mai ripetersi esattamente.
Spiega Stiles: «Poiché ogni performance di 60 minuti è generata in tempo reale dal codice, ciò che gli spettatori sperimentano non è una registrazione fissa, non un loop video, ma un manoscritto vivente che è sempre in movimento, sempre in divenire. L’improvvisazione avviene qui su scala algoritmica, quindi non ci sono mai due narrazioni esattamente uguali».


Il limite del creatore artificiale: obiettività o creatività?

Siamo davvero interessati ad accogliere versi di un’intelligenza elettronica programmata da un poeta che se ne sta a farsi una partita di pingpong mentre la nostra coscienza s’illude di essere sollecitata da una presunta poesia che subisce variazioni infinitesime ogni ora? Forse è abbastanza blasfemo definire “vivente” quel manoscritto. Il creatore artificiale è sicuramente “obiettivo” nel senso fotografico, ma sarebbe davvero creativo se potesse ribellarsi all’algoritmo, ad esempio, di Sasha Stiles.

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