La UNI 11961:2024 è un punto di svolta nella gestione della compliance aziendale, offrendo per la prima volta un framework metodologico che riconcilia Modello 231 e sistemi di gestione internazionali. Questa norma fornisce alle organizzazioni gli strumenti per trasformare obblighi frammentati in strategie integrate di controllo e prevenzione.
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Dalla compliance formale alla governance strutturata
Negli ultimi anni, il termine “compliance” ha oltrepassato l’ambito tecnico-giuridico per assumere un ruolo strutturale nei sistemi di governo delle organizzazioni. Non è più soltanto l’adempimento a un insieme di norme, ma la capacità di dotarsi di un assetto interno in grado di leggere il contesto regolatorio, anticiparne le implicazioni e tradurlo in processi coerenti e verificabili.
Il ruolo strategico del Chief Compliance Officer nel 2026
In un ecosistema normativo sempre più stratificato, la necessità di un coordinamento stabile tra obblighi, controlli e responsabilità non è un tema astratto, ma una condizione essenziale per mantenere coerenza e proporzionalità nelle scelte. La UNI 11961:2024 si inserisce proprio in questo snodo critico: non propone un semplice repertorio di buone prassi, ma delinea un quadro metodologico che suggerisce un diverso modo di concepire la funzione di controllo interno.
Proiettandoci al 2026, il contesto operativo delle imprese sarà caratterizzato da flussi informativi sempre più integrati, da sistemi capaci di correlare dati di natura diversa e da processi decisionali che richiedono un presidio continuo della coerenza normativa. In un simile scenario, il Chief Compliance Officer non può più essere considerato un semplice garante dell’osservanza delle regole, ma diventa un decodificatore del contesto regolatorio, un analista dei rischi trasversali e un punto di convergenza tra funzioni tecniche, direzione aziendale e organismi di controllo.
Il valore metodologico della UNI 11961
È esattamente in questa trasformazione che la UNI 11961 trova la propria collocazione. La norma svolge una funzione di raccordo metodologico: introduce una struttura concettuale comune che consente di mettere in relazione strumenti che, fino ad oggi, hanno operato secondo logiche e finalità differenti.
Modello 231 e ISO 37301: due logiche a confronto
Per cogliere appieno il significato della UNI 11961, è utile richiamare la dicotomia che ha segnato l’evoluzione recente della compliance aziendale. Da un lato si colloca il Modello 231, costruito con un’impostazione giuridico-preventiva centrata sulla responsabilità dell’ente e sulla dimostrabilità dell’idoneità dei presidi; dall’altro gli standard internazionali di gestione – in particolare la UNI ISO 37301:2021 – che concepiscono la compliance come un sistema strutturato di processi, controlli e attività ispirati al ciclo PDCA, quindi dinamico, misurabile e orientato al miglioramento continuo. Sono due prospettive che, pur essendo potenzialmente complementari, si sono sviluppate per lungo tempo in ambiti quasi indipendenti.
L’integrazione come superamento della frammentazione
La UNI 11961 interviene esattamente su questa frattura, proponendo un quadro metodologico che consente di valorizzare gli elementi più solidi di entrambe le impostazioni e di ricondurli a un assetto coerente.
La norma non introduce vincoli ulteriori, né sostituisce gli obblighi previsti dal decreto 231. Ciò che offre è un metodo: un’impostazione integrata che dimostra come la convergenza tra Modello 231 e sistema di gestione per la compliance non sia soltanto praticabile, ma opportuna.
L’effetto principale è il superamento della frammentazione: l’integrazione evita la proliferazione di documenti paralleli, favorisce la convergenza dei processi e consente di costruire un impianto di controllo più leggibile, proporzionato e funzionale. Non si tratta, dunque, di allineare due repertori di procedure, ma di progettare un unico sistema in cui ruoli, responsabilità, flussi informativi, attività di verifica e logiche di gestione del rischio siano coerenti e reciprocamente intelligibili.
Compliance proattiva contro compliance reattiva
Il passaggio da una compliance reattiva a una compliance proattiva merita un chiarimento ulteriore, perché rappresenta uno dei nodi concettuali veri della UNI 11961. Nel modello tradizionale, la compliance tende a intervenire ex post: si attiva quando un rischio si manifesta, quando un organo di vigilanza formula un rilievo, o quando un evento inatteso evidenzia una vulnerabilità del sistema.
Un modello integrato, al contrario, attribuisce alla compliance una funzione di anticipazione. Questo significa presidiare con continuità il quadro regolatorio, mappare e interpretare i rischi emergenti, valutare gli impatti delle innovazioni tecnologiche e, soprattutto, costruire processi strutturati, documentati e soggetti a verifica periodica.
La cultura della compliance come asset organizzativo
Questa impostazione è resa possibile dal contributo concettuale della UNI ISO 37301:2021, che pone al centro la nozione di cultura della compliance. Non si tratta di un principio astratto, ma di un orientamento organizzativo che permea policy, comportamenti, decisioni, criteri di allocazione delle risorse e dinamiche di responsabilità interna.
La UNI 11961 consente di innestare questa logica all’interno del Modello 231, superando la visione — ancora diffusa — del modello come strumento statico, prevalentemente difensivo e limitato alla sola prevenzione dei reati-presupposto. In questo modo, il Modello 231 diventa un dispositivo vivo: aggiornato secondo cicli sistematici, dialogante con gli altri sistemi aziendali, e capace di evolvere assieme alle trasformazioni del contesto normativo, tecnologico e organizzativo.
Difendibilità e valore probatorio dell’integrazione
Il tema della “difendibilità” merita una considerazione più articolata. Un Modello 231 integrato con un sistema di gestione conforme alla UNI ISO 37301 non assume automaticamente valore esimente né diventa impermeabile a contestazioni: ciò che resta decisivo è la sua effettiva attuazione. Tuttavia, l’integrazione introduce un vantaggio metodologico evidente. Le evidenze generate dai processi tipici degli standard gestionali — quali audit, riesami, registrazioni operative e indicatori di performance — costituiscono un patrimonio informativo che rafforza la capacità dell’ente di dimostrare coerenza, proporzionalità e continuità dei controlli.
Compliance integrata e sostenibilità ESG
Anche il rapporto tra compliance integrata e sostenibilità merita qualche parola di approfondimento. Le recenti iniziative europee in materia di governance sostenibile e due diligence mostrano chiaramente che la gestione del rischio non può più essere considerata un presidio confinato alla funzione legale.
In questo contesto, una compliance che dialoga stabilmente con i sistemi di controllo interno e con le strategie ESG dell’organizzazione diviene un fattore di credibilità, capace di influenzare — seppure in modo indiretto — le valutazioni di investitori, partner commerciali e istituti finanziari.
Governare la proliferazione normativa
Le imprese, tuttavia, continuano a confrontarsi con una difficoltà strutturale: la proliferazione normativa. Il numero di disposizioni da monitorare, applicare e aggiornare è tale da rendere rischioso qualsiasi approccio frammentato o episodico. Governare questa complessità richiede processi metodici: occorre selezionare e interpretare le fonti, comprendere gli impatti sui processi aziendali, definire ruoli e responsabilità, garantire continuità e tracciabilità alle decisioni.
La UNI 11961 si inserisce precisamente in questo bisogno di ordinamento, proponendo una logica comune che consente di armonizzare funzioni, procedure e flussi informativi. Il risultato non è un sistema che si limita a reagire agli stimoli esterni, ma un impianto capace di ascoltare il contesto, anticipare le trasformazioni e tradurre l’evoluzione regolatoria in valore organizzativo.
Il fattore culturale come barriera e opportunità
C’è però un ostacolo che non va trascurato: il fattore culturale. In molte organizzazioni, la compliance continua a essere percepita come un costo inevitabile o come un insieme di adempimenti funzionali a evitare contestazioni. La UNI 11961 offre invece l’opportunità di ripensare la compliance come una scelta strategica, non come un obbligo. Ma soprattutto — ed è l’aspetto più significativo — accresce la capacità dell’organizzazione di assorbire l’imprevedibile, trasformando la gestione del rischio in un esercizio di preparazione e non solo di reazione.
Prospettive future: verso una compliance predittiva
Lo sguardo al futuro conferma questa esigenza. La compliance si muoverà inevitabilmente in un ambiente sempre più digitale, in cui i sistemi di monitoraggio del rischio saranno alimentati da analisi predittive, e le piattaforme di governance renderanno tracciabili, in modo continuo, processi e decisioni.
Le organizzazioni dovranno adattarsi non soltanto per rispondere ai rischi, ma per anticiparli attraverso modelli di lettura del contesto più sensibili e tempestivi. In una simile prospettiva, la UNI 11961 non rappresenta una rivoluzione normativa, ma una bussola concettuale.
È una struttura pronta a essere adattata, estesa, misurata: ed è proprio questa adattabilità che costituisce il suo principale contributo. Le organizzazioni che sapranno cogliere questo passaggio trasformeranno la compliance da presidio necessario a leva strategica, non solo riducendo l’esposizione al rischio, ma consolidando un vantaggio competitivo. In un contesto in cui la complessità normativa cresce e si diversifica, la vera differenza non sarà data dal numero di regole da rispettare, ma dalla capacità di costruire sistemi che interpretino quella complessità e la traducano in decisioni più consapevoli, più rapide e più resilienti.











