La narrazione della guerra non è mai neutra: ogni conflitto viene raccontato attraverso filtri ideologici, priorità politiche e strategie comunicative che ne plasmano la percezione pubblica. Comprendere come sinistra e destra costruiscano frame diversi dello stesso evento bellico diventa essenziale per orientarsi nel dibattito contemporaneo.
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Il frame comunicativo della guerra nell’epoca digitale
In un’epoca in cui la comunicazione è ubiqua – dai media tradizionali ai social network – la narrazione del conflitto assume una dimensione strategica: non si tratta soltanto di riportare fatti, ma di costruire senso, identità, legittimità.
La guerra diventa non solo un evento militare ma anche un frame comunicativo. In questo contesto, lungo l’asse politico che va dalla sinistra alla destra, emergono stili, priorità, metafore e simboli differenti.
Questa analisi intende mettere a fuoco tali differenze, riflettendo sulle logiche che regolano il racconto della guerra, e sul ruolo del digitale nel riplasmarlo.
Framing, agenda-setting e ideologia nei conflitti
Per orientarsi è utile richiamare qualche concetto chiave della comunicazione politica. Il concetto di framing si riferisce al modo in cui i media e gli attori comunicativi selezionano e enfatizzano alcuni aspetti della realtà, escludendone altri, così da costruire “cornici” interpretative.
La teoria dell’agenda-setting poi spiega come i media non diano risposte su cosa pensare, ma influenzino su cosa pensare, ossia quali temi assumono rilevanza pubblica. Sul piano ideologico, studi recenti mostrano che l’orientamento politico (sinistra/destra) incide sulle valutazioni morali, ad esempio sulla tolleranza rispetto ai danni collaterali in guerra: uno studio ha evidenziato che “gli individui orientati a sinistra esprimono in genere un sostegno maggiore per la minimizzazione delle vittime civili rispetto a quelli orientati a destra”.
Questi strumenti teorici ci aiutano a comprendere come le narrazioni della guerra siano funzionali non solo a descrivere, ma anche a stabilire chi siano i protagonisti “buoni” o “cattivi”, quale posizione avere rispetto al conflitto, e quali valori difendere o mettere in discussione.
La prospettiva progressista: vittime civili e diplomazia
Quando partiamo da una prospettiva di sinistra, alcune caratteristiche ricorrono frequentemente nel racconto dei conflitti:
- Enfasi sul civile, sulla vittima, sulla diplomazia: la narrazione tende a concentrarsi sul tema della sofferenza delle popolazioni, sull’impatto umanitario, sulla dimensione internazionale, sulle logiche economiche che alimentano la guerra. Ad esempio, uno studio sulla copertura del conflitto tra Ucraina e Russia ha evidenziato che certi media hanno privilegiato il “frame dell’interesse umano” (human-interest) piuttosto che quello della legittimità militare.
- Critica alle logiche di potenza e imperialismo: la sinistra tende a interpretare la guerra come esito di relazioni asimmetriche, di competizione geopolitica, di interessi economici. In questo senso, il racconto non è neutrale ma porta con sé una visione critica dei poteri.
- Promozione della pace, cooperazione, diritti umani: il discorso si sposta spesso verso soluzioni alternative alla forza militare, verso l’interdipendenza, verso interventi internazionali umanitari.
- Lessico e simboli: parole come «invasione», «occupazione», «resistenza popolare», «diritti» sono frequenti; l’attenzione è rivolta anche alle vittime civili, ai rifugiati, agli effetti collaterali del conflitto.
Questo stile narrativo, pur variegato, tende ad associare la guerra a fallimento politico, a costo sociale, a fallimento della diplomazia. Si tende a cavalcare l’idea secondo cui si è necessariamente nel giusto, senza che vi sia possibilità di replica o di accusa. Si enfatizzano macrotematiche umanitarie e si fa leva sui sentimenti di pietas e compassione.
La visione conservatrice: sicurezza nazionale e identità
Sul versante opposto, la destra propone un racconto della guerra con altre coordinate comunicative:
- Sicurezza, identità, minaccia esterna: la guerra viene spesso inquadrata come uno scontro tra “noi” e “loro”, come difesa della nazione, della civiltà, dei valori occidentali. Il discorso privilegia la protezione, la coesione nazionale, la reazione a un’aggressione.
- Legittimazione dell’uso della forza, ruolo militare valorizzato: nella narrazione di destra, l’azione militare può essere descritta come necessaria, giustificata, magari addirittura come forma di intervento morale o strategico. Studi mostrano che gli orientamenti politici di destra tendono a mostrare una maggiore accettazione delle vittime civili collaterali in scenari di autodifesa.
- Lessico e simboli: presenza di parole come «difesa», «minaccia», «identità», «valori», «ordine». La guerra è raccontata anche come elemento di rigenerazione o affermazione nazionale.
- Relazione con i media e le “fake news”: spesso, questo racconto denuncia una presunta parzialità dei media mainstream (“liberal”, “di sinistra”) e valorizza fonti alternative, reticenze sulla verità ufficiale, retoriche di complotto o censura.
In sintesi, la destra narra la guerra con un taglio “essenziale”: chi siamo, chi ci attacca, perché ci difendiamo, quali sono i valori da salvaguardare. Racconta un pragmatismo atto alla risoluzione dei problemi che da sempre caratterizza il taglio narrativo dei discori politici che le sono propri.
Social media e amplificazione delle polarizzazioni belliche
Il passaggio dalle audience passive ai mezzi digitali ha radicalmente modificato il contesto comunicativo: Le piattaforme social modificano la dinamica di visibilità: algoritmi privilegiano contenuti forti, emozionali, polarizzanti. Ad esempio, uno studio sul conflitto in Gaza ha mostrato come la ripetizione di pochi frame selezionati e l’interazione digitale possano rafforzare narrative unilaterali. Il digitale consente l’instantaneità, la multimedialità e la partecipazione: video, immagini, meme, post diventano strumenti della narrazione bellica. Uno studio sulla copertura del conflitto Russia-Ucraina in media cinesi ha rilevato che, sulla piattaforma Douyin, i media mainstream usavano frames verbal-visivi molto marcati: “macchine di guerra”, “ufficiali”, “stress visivo/sonoro”.
Le comunità digitali rafforzano le identità ideologiche: l’asse sinistra/destra si amplifica con echo-chamber, bolle di filtro, contestazione delle fonti. I media o gli attori con orientamento definito trovano nella rete terreno fertile per costruire versioni alternative del racconto ufficiale. In questo contesto, non soltanto ciò che viene raccontato conta, ma come viene raccontato e da chi.
L’orizzonte comunicativo si fa più fluido, ma anche più vulnerabile alle distorsioni e alle polarizzazioni. Interessante anche constatare la nascita di contenuti strutturati per la ridicolizzazione del conflitto, sostenuto da una parte politica piuttosto che un’altra: immagini sarcastiche, video costruiti con intelligenza artificiale il cui fine ultimo è sostenere esclusivamente le proprie idee e non un bene più alto che andrebbe nella direzione di sostegno ai popoli in guerra.
Evidenze empiriche dal panorama mediatico internazionale
Di seguito si presentano alcune evidenze significative utili a rafforzare l’analisi.
Uno studio su 417 articoli di The Guardian e China Daily (17 febbraio-16 marzo 2022) ha rilevato che il Guardian ha usato prevalentemente il frame “interesse umano”, mentre China Daily ha privilegiato il frame «responsabilità» (“attribution of responsibility”).
Un’analisi comparativa di stampa statunitense, europea e latino‐americana durante la guerra in Iraq (2003) ha mostrato che i media statunitensi citavano quasi esclusivamente fonti della coalizione, offrendo un quadro più ristretto; i media europei e latino-americani usavano una gamma più ampia di fonti e prospettive.
In uno studio sui media della Taiwan riguardo al conflitto Palestina-Israele, è emersa che testate conservative/pro-Cina tendevano a un racconto pro-Palestina, focalizzandosi sull’impatto umanitario israeliano, mentre testate progressiste/pro-Taiwan puntavano su un racconto pro-Israele.
Nel contesto degli orientamenti ideologici individuali, uno studio recente su spargimento di vittime civili in guerre ha evidenziato che l’essere politicamente orientati “a sinistra” associa una maggiore rigidità nel rifiuto delle vittime civili rispetto a chi è orientato “a destra”. Tali evidenze confermano come la narrazione della guerra non sia neutra: dipende dal media system, dalla geografia, dall’ideologia, dal controllo delle fonti, dal grado di digitalizzazione.
L’impatto concreto delle narrazioni sulla società
Le differenze tra il racconto della guerra da sinistra e da destra non sono semplicemente un gioco stilistico: implicano conseguenze concrete:
- Formazione dell’opinione pubblica: i frame selezionati orientano non solo la percezione del conflitto, ma anche cosa pensiamo sia giusto fare (es. intervenire, armare, dialogare).
- Legittimazione politica: la narrazione sostiene (o delegittima) le decisioni di politica estera, di uso della forza, di intervento internazionale.
- Polarizzazione e scontro interno: quando la comunicazione si fa ideologica, la società si divide non solo sui fatti della guerra, ma su valori fondamentali (diritti civili, identità, alleanze).
- Crisi della fiducia nei media: in un contesto in cui ogni racconto è politicamente segnato, la credibilità dei media è messa alla prova. Si moltiplicano le accuse di “propaganda”.
- Digitalizzazione e amplificazione: la diffusione di narrazioni polarizzate sui social può generare radicalizzazioni rapide, echo-chamber e difficoltà di dialogo pubblico.
In tal modo, il racconto della guerra diventa anche – forse soprattutto – un racconto interno alle società, che influenza la coesione, la democrazia, la capacità di elaborare politiche estere responsabili.
Strategie per una comunicazione responsabile dei conflitti
Alla luce delle analisi, si può suggerire qualche orientamento operativo per “governare” meglio la comunicazione della guerra:
- Promuovere pluralismo nelle fonti: una copertura che includa voci diverse, fonti marginalizzate, prospettive umanitarie e strategiche contemporaneamente. Come ricordato in Francesco Olmastroni (2014), un modello «ciclico» tra opinione pubblica, media ed élite permette di evitare l’assunzione passiva delle cornici dominanti.
- Trasparenza sui frame utilizzati: i media dovrebbero chiarire che la scelta del frame implica una visione di mondo, non solo “ciò che è accaduto”.
- Educazione mediatica: i cittadini vanno resi consapevoli non solo dei contenuti, ma delle cornici comunicative che li veicolano, soprattutto nella dimensione digitale.
- Dialogo inter-ideologico: la distinzione tra sinistra e destra presuppone che i due campi si parlino. Se invece si comunicano solo verso i propri “fan”, la polarizzazione diventa endemica.
- Responsabilità digitale: le piattaforme social devono chiarire il loro ruolo nell’amplificazione delle narrazioni belliche e adottare policy che mitighino la propagazione incontrollata di messaggi polarizzanti.
Oltre la polarizzazione: verso una comprensione plurale
Analizzare il racconto della guerra da sinistra a destra significa riconoscere la non neutralità del racconto: ogni comunicazione porta con sé valori, priorità, scelte. In un’epoca in cui la velocità dell’informazione e la potenza degli algoritmi digitali amplificano le differenze, è essenziale tornare ad una riflessione sulla forma e sul contenuto delle narrazioni belliche.
Non si tratta di decidere “chi ha ragione”, ma di rendere visibili i meccanismi attraverso cui le opinioni si costruiscono, si polarizzano e influenzano le decisioni pubbliche.
Abbracciare un racconto piuttosto che un altro significa non solo banalizzare il problema, ma non comprenderlo.
Osservare i fenomeni da un’unica prospettiva, pensando di essere dalla parte giusta della storia, minimizza la complessità delle decisioni geopolitiche che stanno alla base della costruzione di questo nuovo mondo.
Occorre pertanto mantenere lucidità, informarsi da più fonti, anche quelle ritenute scomode o non in linea con le proprie convinzioni politiche, poiché si evincerà quanto profondi e differenti siano i dettagli presi in considerazione. Solo così potremo sperare in un panorama comunicativo capace non solo di informare, ma di aprire spazi di comprensione e non di conflitto interno.













