Oltre sessanta economisti europei hanno inviato una lettera aperta ai membri del Parlamento europeo chiedendo di sostenere con decisione il progetto dell’euro digitale.
Tra i firmatari figurano studiosi come Thomas Piketty, Eric Monnet, Jan Pieter Krahnen e Daniela Gabor. Il messaggio è netto e privo di ambiguità.
Senza un euro digitale forte e pienamente pubblico, l’Eurozona rischia di perdere il controllo della propria moneta e di diventare sempre più dipendente da infrastrutture di pagamento statunitensi. Secondo gli economisti, l’euro digitale non è un’opzione accessoria ma l’unica vera difesa contro una crescente concentrazione del potere monetario e infrastrutturale nelle mani di attori extraeuropei.
Oggi una parte significativa dei pagamenti digitali in Europa passa attraverso circuiti come Visa, Mastercard e PayPal. In tredici Paesi dell’area euro non esiste alcuna alternativa domestica ai sistemi di pagamento digitali internazionali.
Il tema non è solo economico ma geopolitico. Nella lettera si fa riferimento a sviluppi recenti che rendono questi rischi tutt’altro che teorici. In gioco non c’è l’innovazione fine a sé stessa ma la capacità dell’Europa di preservare il controllo sul bene più fondamentale dell’economia moderna: la moneta.
Indice degli argomenti
Perché l’euro digitale divide l’Europa dei pagamenti
La lettera inquadra l’euro digitale come infrastruttura pubblica: non un prodotto in concorrenza, ma un livello di base che riduce dipendenze e vulnerabilità. È questa impostazione, però, a rendere il progetto politicamente sensibile, perché incrocia interessi industriali, timori bancari e scelte regolatorie su privacy e governance.
La moneta come istituzione di fiducia
Per comprendere la portata del dibattito è utile allontanarsi dall’attualità e tornare alle origini storiche della moneta, dove il legame tra denaro, fiducia e istituzioni emerge in modo particolarmente chiaro. Nella Roma antica il termine moneta nasce in un contesto preciso e tutt’altro che astratto.
Secondo la tradizione, nel 390 a.C. furono le oche sacre del tempio di Giunone a salvare il Campidoglio dall’assalto dei Galli, dando l’allarme con il loro starnazzare. Da questo episodio la dea assunse l’epiteto di Giunone Moneta, dal verbo latino monere, che significa avvertire, ammonire, richiamare all’attenzione.
Non si tratta solo di un racconto simbolico. Presso il tempio di Giunone Moneta sorse infatti la zecca romana, il luogo in cui venivano coniate le monete ufficiali della Repubblica. Fin dall’origine, dunque, la moneta è associata a un’istituzione pubblica incaricata di vigilare, garantire e certificare il valore.
Dallo scambio diretto alla garanzia pubblica
Prima della moneta coniata gli scambi avvenivano tramite baratto e beni standardizzati come sale, bestiame o conchiglie. Con la monetazione introdotta in Lidia nel VI secolo a.C. nasce la moneta coniata in senso moderno: uno strumento di scambio standardizzato il cui valore è certificato dall’autorità politica attraverso il sigillo dell’emittente, riducendo l’incertezza e i costi degli scambi.
Il sigillo del sovrano trasferisce la fiducia dall’oggetto all’autorità: un passaggio che segna la nascita della moneta come strumento politico oltre che economico. Questo principio viene poi sviluppato in modo particolarmente sofisticato proprio nello spazio italiano.
Le città-stato medievali, da Firenze a Venezia fino a Genova, giocano un ruolo centrale nella trasformazione della moneta da oggetto fisico a istituzione finanziaria. Qui nascono pratiche come la contabilità a partita doppia, le lettere di cambio e forme evolute di credito che permettono di separare definitivamente il valore dalla materialità del metallo.
La lunga smaterializzazione del denaro
Con il tempo la moneta diventa sempre meno fisica. Conti correnti, bonifici, carte di pagamento e sistemi elettronici trasformano il denaro in una cifra che si sposta all’interno di infrastrutture digitali.
Oggi la maggior parte del denaro esiste come informazione certificata. Questo non significa che la moneta sia diventata meno pubblica: al contrario, dietro ogni transazione operano infrastrutture regolamentate e sorvegliate dalle banche centrali.
Nell’area euro, infrastrutture come TARGET2 e TIPS consentono di regolare i pagamenti utilizzando moneta di banca centrale, cioè una forma di denaro che costituisce un credito diretto verso l’Eurosistema. A differenza della moneta bancaria, questa forma di denaro non è esposta al rischio che l’intermediario non possa onorare l’impegno ed è quindi considerata priva di rischio di controparte.
Cos’è davvero l’euro digitale
In questo solco storico si inserisce il progetto dell’euro digitale promosso dalla Banca Centrale Europea. L’euro digitale non è una criptovaluta né una stablecoin privata: è una forma digitale di moneta pubblica, cioè un credito diretto verso la banca centrale, analogo al contante ma utilizzabile in formato elettronico.
La distinzione è rilevante perché gran parte dei pagamenti digitali attuali utilizza moneta bancaria o strumenti privati, che funzionano grazie alla fiducia negli intermediari ma non sono moneta pubblica in senso stretto. L’euro digitale colmerebbe questa asimmetria, garantendo che anche nello spazio digitale i cittadini possano accedere a una forma di denaro direttamente garantita dall’Eurosistema.
Secondo i piani attuali ogni cittadino potrebbe detenere fino a tremila euro in un wallet digitale. L’obiettivo non è sostituire i conti bancari né drenare liquidità dal sistema, ma offrire uno strumento di pagamento sicuro, universale e neutrale dal punto di vista commerciale.
L’euro digitale sarebbe utilizzabile sia online sia offline, anche in assenza di connessione, e progettato per offrire livelli di privacy comparabili agli strumenti di pagamento elettronici esistenti, con una protezione rafforzata nella modalità offline.
La battaglia politica attorno all’euro digitale
Il progetto incontra però forti resistenze. L’industria bancaria europea ha intensificato le attività di lobbying per ridimensionarlo. Alcuni grandi istituti temono una riduzione dei depositi retail che oggi rappresentano una fonte di finanziamento stabile e a basso costo.
Secondo Hans Stegeman, capo economista di Triodos Bank, una parte dell’opposizione nasce proprio da questo timore. Un sistema di pagamento pubblico digitale ridurrebbe la dipendenza dei cittadini dalle banche per le operazioni quotidiane, restituendo centralità alla funzione sociale della moneta.
Anche in sede politica emergono posizioni critiche: alcuni eurodeputati chiedono una versione fortemente ridotta del progetto sostenendo che i benefici per i consumatori sarebbero limitati rispetto ai costi.
Perché la moneta digitale non è solo contante elettronico
Un nuovo contributo accademico, che sarà pubblicato a breve su Theoretical Economics, aiuta a chiarire un equivoco ricorrente nel dibattito pubblico. Nel paper Physical vs Digital Currency. A Difference that Makes a Difference, Nicola Amendola, Luis Araujo e Leo Ferraris mostrano che la differenza fondamentale tra moneta fisica e moneta digitale non riguarda la semplice smaterializzazione del denaro, ma la struttura informativa che accompagna il suo utilizzo.
A differenza del contante, la moneta digitale consente all’autorità monetaria di osservare non solo i saldi, ma anche i flussi di utilizzo. In questo modo diventa possibile distinguere tra moneta che circola effettivamente nell’economia e moneta che resta inattiva. Questa informazione, assente nel mondo del contante, introduce una discontinuità rilevante sul piano economico e della politica monetaria.
Secondo gli autori, questa differenza rende possibili politiche monetarie potenzialmente più mirate ed efficienti rispetto a quelle basate esclusivamente su strumenti tradizionali. La moneta digitale non è quindi una copia elettronica della moneta fisica, ma uno strumento con proprietà economiche diverse.
In questo senso, la progettazione dell’euro digitale non riguarda soltanto la tecnologia o l’esperienza di pagamento, ma il tipo di capacità di intervento e di assetto istituzionale che le banche centrali potranno esercitare nell’economia digitale.
Il ritorno della moneta come tema politico globale
Negli ultimi anni la moneta è tornata al centro del confronto politico internazionale dopo una lunga fase in cui era stata relegata a questione tecnica. Le sanzioni finanziarie, l’uso del dollaro come leva geopolitica, la frammentazione delle catene del valore e la crescente competizione tecnologica hanno mostrato quanto il controllo delle infrastrutture monetarie e dei pagamenti sia tutt’altro che neutrale.
In questo contesto la moneta non è più solo uno strumento di scambio ma un elemento di potere, capace di includere o escludere, di proteggere o esporre economie e sistemi produttivi. Dentro questa dinamica va letto il dibattito sull’euro digitale, non come risposta contingente all’innovazione tecnologica ma come parte di una ridefinizione più ampia dei rapporti tra sovranità, finanza e tecnologia.
Pagamenti, perché il tema è diventato geopolitico
Il punto centrale sollevato dagli economisti è che la dipendenza da infrastrutture di pagamento extraeuropee non è una semplice questione di efficienza di mercato, ma un fattore strutturale di vulnerabilità. I circuiti di pagamento, i wallet digitali e le piattaforme che gestiscono i flussi monetari quotidiani sono oggi concentrati in poche grandi imprese, in larga parte statunitensi, che operano secondo logiche commerciali e giurisdizioni esterne all’Unione Europea.
In uno scenario internazionale caratterizzato da sanzioni finanziarie, tensioni geopolitiche e uso strategico delle infrastrutture economiche come strumenti di pressione, questa dipendenza espone l’Europa a forme di leva indiretta difficili da governare. Il controllo dei pagamenti significa controllo dell’accesso al mercato, della continuità delle transazioni e, in ultima analisi, della capacità di un’economia di funzionare in condizioni di stress.
In questo quadro la moneta torna a essere uno strumento di sovranità: non nel senso tradizionale di potere coercitivo, ma come capacità di garantire la neutralità, l’affidabilità e la continuità di un’infrastruttura essenziale. L’euro digitale viene così interpretato dagli economisti non come una risposta tecnica all’innovazione, ma come una scelta politica volta a preservare l’autonomia europea su uno dei pilastri fondamentali dell’economia contemporanea.
Il Consiglio europeo ha già espresso sostegno al piano della BCE che prevede il lancio dell’euro digitale entro il 2029. Resta però incerto l’esito del voto parlamentare previsto nel corso del 2026.
Scenari futuri: euro digitale e geopolitica dei pagamenti
Il futuro dell’euro digitale non è scritto e dipenderà da scelte politiche, istituzionali e di design che verranno compiute nei prossimi anni. Possiamo provare a delineare alcune traiettorie plausibili.
Nel primo scenario l’euro digitale viene approvato e implementato come infrastruttura pubblica di base, integrata nell’ecosistema dei pagamenti europei. In questo caso la moneta pubblica tornerebbe ad avere un ruolo visibile anche nello spazio digitale, offrendo a cittadini e imprese un riferimento neutrale e affidabile.
L’effetto principale non sarebbe la sostituzione degli operatori privati, ma la creazione di uno standard pubblico che aumenterebbe la resilienza complessiva del sistema e ridurrebbe la dipendenza strategica da infrastrutture esterne.
Nel secondo scenario il progetto viene progressivamente ridimensionato sotto la pressione di compromessi politici e resistenze settoriali. L’euro digitale viene introdotto in forma limitata, con funzionalità ridotte e scarsa attrattività per utenti e operatori.
In questo caso la sua funzione di moneta pubblica digitale resterebbe marginale, mentre i pagamenti continuerebbero a essere dominati da grandi piattaforme private globali.
Nel terzo scenario l’assenza o il fallimento di una moneta pubblica digitale accelera la frammentazione del sistema dei pagamenti. Stablecoin, wallet proprietari e soluzioni chiuse si diffondono come risposte di mercato, aumentando l’eterogeneità e la dipendenza da attori non europei.
In questo contesto la moneta pubblica rischia di arretrare ulteriormente nello spazio digitale, con conseguenze di lungo periodo sulla sovranità monetaria e sulla capacità di intervento delle istituzioni.
Conclusione
La storia della moneta mostra una continuità sorprendente. Cambiano le forme, cambiano le tecnologie, ma resta invariata la necessità di un ancoraggio fiduciario credibile e riconosciuto.
Dalla moneta coniata garantita dall’autorità politica, alle innovazioni finanziarie sviluppate nelle città italiane, fino alle infrastrutture digitali governate dalle banche centrali, la moneta ha sempre funzionato come istituzione prima ancora che come strumento.
In questo senso l’euro digitale non rappresenta una rottura, né un esperimento avventuroso, ma l’evoluzione coerente della moneta pubblica nell’era digitale. La sua introduzione non risponde soltanto a esigenze di efficienza o innovazione, ma alla necessità di preservare un presidio pubblico su un’infrastruttura essenziale dell’economia.
La domanda che attraversa il dibattito non è quindi tecnologica, né riguarda semplicemente le preferenze dei consumatori: è una domanda eminentemente politica e istituzionale. Chi garantisce oggi la fiducia su cui si regge il sistema dei pagamenti europei e con quali strumenti determinerà non solo il futuro della moneta, ma anche il grado di autonomia, resilienza e sovranità dell’Europa nell’economia digitale.










