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Fapav: ecco perché Cloudflare può e deve ubbidire all’Italia



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Lo scontro tra Cloudflare e AgCom ruota attorno all’esecuzione degli ordini antipirateria e alla responsabilità degli intermediari. L’obiezione dell’“impossibilità tecnica” viene contestata alla luce di precedenti giudiziari e di interventi già attuati. Le norme pure sono chiare e non lasciano scampo

Pubblicato il 14 gen 2026

Paolo Marzano

Docente di Tutela della proprietà intellettuale, esperto in Diritto d’Autore ed Entertainment Law



cloudflare pirateria

Il dibattito attorno al ruolo di Cloudflare nella lotta alla pirateria online e all’esecuzione degli ordini dell’AgCom merita di essere affrontato con maggiore chiarezza, evitando semplificazioni e argomentazioni già ampiamente superate.

Andiamo dunque per punti, riprendendo alcune delle osservazioni emerse nel dibattito pubblico, con l’obiettivo di separare questioni tecniche da obblighi giuridici e responsabilità operative.

Cloudflare, AgCom e l’esecuzione degli ordini antipirateria

Il primo nodo è la tenuta dell’obiezione più ripetuta: l’idea che, per come è costruita la tecnologia, gli ordini AgCom sarebbero in sostanza ineseguibili. È una tesi che, guardando a fatti e precedenti, appare difficile da sostenere senza forzature.

Quando l’“impossibile” è già stato fatto

Secondo alcuni autorevoli editorialisti, la tecnologia utilizzata da Cloudflare non consentirebbe l’esecuzione degli ordini emanati dall’AgCom. Tuttavia, un’analisi più attenta rivela elementi difficilmente conciliabili con questa tesi.

In primo luogo, Cloudflare è già stata condannata da diversi tribunali, in Italia e all’estero, per condotte analoghe. È difficile ritenere che giudici di differenti ordinamenti abbiano tutti ignorato una presunta impossibilità tecnica e strutturale tale da rendere ineseguibili gli ordini.

Anzi, in più occasioni la società ha dato esecuzione a provvedimenti giudiziari, dimostrando concretamente la praticabilità degli interventi richiesti.

Il punto non è la tecnica, ma l’inerzia

Non si può poi ignorare quanto affermato dal top management di società concorrenti di Cloudflare: se si vuole combattere la pirateria – e tutto ciò che essa reca con sé (malware, ransomware e furti di credenziali, identità e dati vari, tutti crimini di cui non si tiene conto quando si critica Piracy Shield) – lo si può fare, anche nel contesto di servizi di content delivery network.

Non esiste una impossibilità tecnica, quanto piuttosto una pervicace inerzia, in Italia e nel mondo.

Dialogo con autorità e tribunali sulla pirateria: l’assenza di Cloudflare è pesante

In secondo luogo, colpisce la scelta di non instaurare alcun dialogo costruttivo con autorità e con i tribunali europei. Un confronto trasparente sarebbe stato lo strumento naturale per chiarire eventuali difficoltà operative.

Al contrario, Cloudflare ha scelto la strada del silenzio e dell’inerzia, isolandosi rispetto alla comunità dei provider che, in Italia e in Europa, collaborano con l’AgCom nella lotta alla pirateria — inclusi grandi operatori globali come Google.

Il dettaglio che spesso manca: la delibera 333/25/CONS

Molti dei commenti diffusi in questi giorni sul tema Cloudflare non sembrano tenere in debito conto i dati emergenti dalla delibera assunta dall’AgCom per sanzionare il provider statunitense, la Delibera 333/25/CONS.

La lettura di essa dimostra che le segnalazioni a quella data fatte dall’Autorità erano ben ventitré, tutte relative alla “accertata violazione dei diritti d’autore e connessi delle opere audiovisive aventi ad oggetto manifestazioni sportive trasmesse in diretta e assimilate”, a nessuna delle quali veniva dato riscontro alcuno.

Per tacere della mancata partecipazione ai lavori del tavolo tecnico appositamente istituito, o del mancato accreditamento alla piattaforma Piracy Shield.

Cloudflare, AgCom e la “censura”: perché è un déjà-vu

Ancora più sorprendente è il riemergere dell’argomento della “censura”, evocato per contestare l’operato dell’AgCom. Si tratta di tesi ben note, già ampiamente utilizzate — senza successo — oltre dieci anni fa, nel tentativo di bloccare il Regolamento antipirateria dell’Autorità.

Un regolamento che, vale la pena ricordarlo, ha segnato un passaggio decisivo: l’Italia è passata dalla retroguardia all’avanguardia mondiale nella tutela dei diritti online, ricevendo un plauso diffuso anche a livello internazionale, in primis dagli Stati Uniti.

Riproporre oggi quegli stessi argomenti, privi di reale incidenza giuridica, appare più come una spuntata strategia difensiva propria di società come Napster o Pirate Bay, che come un contributo serio al dibattito.

Responsabilità degli intermediari e quadro UE: cosa si sta davvero applicando

Quanto al presunto “private enforcement”, la questione sembra posta in termini fuorvianti. Non si tratta di un’iniziativa privata arbitraria, bensì della fisiologica attuazione dei principi — ormai trentennali — della responsabilità degli intermediari online.

La Direttiva E-Commerce, che costituisce ancora oggi uno dei pilastri della disciplina europea – nonostante il successivo aggiornamento ai sensi del Regolamento (UE) 2022/2065 (Digital Services Act, DSA) – si fonda su un principio chiaro: chi trae profitto dall’accesso ai contenuti online è tenuto a vigilare su ciò che rende accessibile, intervenendo con rapidità ed efficacia in presenza di fenomeni evidenti di illecito, come la pirateria su larga scala.

Rapidità di reazione ed esecuzione non sono dunque opzioni, ma obblighi giuridici consolidati, condivisi da tutti i provider operanti nell’Unione europea. Strumenti simili (ma non così avanzati) a quelli adoperati dalla nostra AgCom, le live blocking injunctions, sono ormai impiegati tanto nell’Unione Europea quanto all’estero.

Conclusione: il caso Cloudflare come Pirate Bay”

In conclusione, dispiace constatare che si sia scelto di trasformare un autentico gioiello tecnologico statunitense come Cloudflare in una sorta di “nuova Pirate Bay”, ponendosi in contrasto con un sistema di regole condiviso a livello internazionale.

Al contrario, è motivo di orgoglio schierarsi dalla parte della creatività e di un’Autorità, come l’AgCom, che opera nel rispetto della legge e a tutela di un ecosistema digitale equo e sostenibile.

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