L’allocazione della banda 2 GHz per i servizi satellitari mobili è diventata una questione di sovranità digitale per l’Europa. Dopo il blackout di internet in Iran dell’8 gennaio 2026, che ha riportato al centro del dibattito il ruolo di Starlink come infrastruttura capace di aggirare la censura, l’Europa si trova infatti di fronte a una scelta strategica: le licenze attualmente detenute da Viasat ed EchoStar scadranno nel maggio 2027, e il rinnovo non sarà automatico.
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Banda 2 GHz UE: perché il caso Iran cambia la prospettiva
In seguito ai fatti iraniani, Starlink è di fatto tornata al centro del dibattito come infrastruttura “di emergenza” capace di aggirare la censura. Ma l’episodio riapre un tema più grande, se la connettività strategica passa da reti private, chi controlla davvero accesso, priorità, continuità del servizio e condizioni politiche?
In Europa, dunque, questa domanda si traduce in una decisione concreta, l’allocazione futura della banda UE 2 GHz per Mobile Satellite Services, oggi in capo a Viasat ed EchoStar e in scadenza a maggio 2027, con rinnovo non automatico. La partita è ormai fortemente politicizzata e intrecciata con sovranità digitale, direct-to-device, sicurezza e rapporti UE–Musk.
La “guerra delle reti” tra satelliti, disturbi e repressione mirata
Riperocorriamo le recenti vicende: l’8 gennaio 2026, nel pieno di proteste e repressione, l’Iran ha imposto un blackout di rete su scala nazionale, riducendo drasticamente comunicazioni e accesso ai servizi digitali. La forma più brutale di controllo dell’informazione, non filtrare, non rallentare, ma spegnere. In questi contesti, l’infrastruttura terrestre (operatori, dorsali, punti di interscambio) torna ad essere una vulnerabilità strutturale, basta un ordine politico e la rete collassa.
Qui entra Starlink. SpaceX ha reso disponibile accesso gratuito in Iran e ha introdotto aggiornamenti tecnici per ridurre l’efficacia di interferenze e disturbi, trasformando la costellazione in un canale alternativo per far uscire testimonianze e video. Si è ottenuto però una connettività “limitata” via Starlink durante il blackout, segnalando che la capacità di bypassare lo stop esiste, ma non è uniforme e non è garantita ovunque. Il punto, per chi guarda il fenomeno in ottica geopolitica, non è solo la “funzione libertà”, è il fatto che la connettività diventa contesa e combattuta. Se un satellite consente il bypass, lo Stato reagisce: identificazione e sequestro dei terminali, disturbo radio, repressione mirata.
Il conflitto si sposta anche sul piano elettromagnetico e logistico, non solo su quello legale e poliziesco. Soprattutto mostra un fatto scomodo, nei momenti critici la connettività può dipendere da decisioni, policy e capacità di un attore privato globale.
Il passaggio successivo è ancora più interessante, la Francia ha dichiarato di stare valutando la possibilità di trasferire terminali Eutelsat in Iran per contrastare il blackout. Un segnale politico chiaro, la connettività satellitare non è più soltanto “mercato”, ma entra nel perimetro della politica estera e delle opzioni di risposta democratica alle chiusure autoritarie.
Perché la banda 2 GHz UE non è un dettaglio tecnico
Con questo sfondo, la notizia del Financial Times sul dossier europeo dello spettro cambia sapore, non è una controversia regolatoria, è una scelta di architettura strategica. La banda UE “2 GHz MSS” (1980–2010 MHz e 2170–2200 MHz) è armonizzata per servizi satellitari mobili. Oggi è utilizzata da operatori statunitensi (Viasat ed EchoStar) con licenze che scadono nel maggio 2027. La Commissione europea ha chiarito che il rinnovo non è automatico, ci sarà una decisione sull’uso futuro della banda e sul modello di autorizzazione.
Questa è la parte “sottovalutata” del tema, i 2 GHz non sono solo un asset regolatorio, ma un tassello abilitante per la convergenza tra telecom e spazio, in particolare per i servizi direct-to-device (connessione diretta satellite-smartphone) e per nuove forme di copertura complementare in aree rurali, remote, marittime, e per l’IoT.
La Commissione stessa ha impostato consultazioni e documenti proprio in vista del post-2027, e il RSPG (Radio Spectrum Policy Group) ha inquadrato la banda e gli standard correlati come parte dell’evoluzione verso servizi più integrati tra rete terrestre e non-terrestre. Da qui in poi, la partita diventa “politica” per definizione, se la banda è un abilitatore per comunicazioni governative e servizi critici, allora l’allocazione dello spettro è un pezzo di sovranità infrastrutturale.
La scelta sui 2 GHz “determinerà chi diventerà il leader nello spazio per l’Europa”.
Quando una licenza scade e la domanda di spettro cresce, entrano in campo soggetti globali pronti a spingere su tre leve: tecnologia, capitale e pressione geopolitica. Starlink ha un vantaggio evidente, una capacità industriale e operativa già “a regime”, con un ecosistema di terminali, aggiornamenti software rapidi e una narrazione pubblica molto forte sulla resilienza della connettività.
Direct-to-device e banda 2 GHz UE: promessa, limiti e controllo
Nel frattempo, l’interesse per il direct-to-device cresce perché promette una cosa semplice da vendere: copertura dove oggi non c’è, senza dipendere da nuove torri.
Cos’è il direct-to-device: la copertura “senza torri” e la ridondanza
Ma cosa si intende per direct-to-device? Si tratta della possibilità per un satellite di collegarsi direttamente a dispositivi comuni, come smartphone o sensori IoT, senza passare da infrastrutture terrestri dedicate e senza richiedere terminali satellitari specifici. In pratica, il dispositivo può agganciarsi alla rete satellitare quando la copertura mobile tradizionale non è disponibile. La promessa è semplice, estendere la copertura dove oggi non c’è, evitando la costruzione di nuove torri e introducendo una forma di ridondanza nelle comunicazioni. Ma proprio perché riduce la dipendenza da infrastrutture nazionali, il direct-to-device sposta anche il controllo dell’accesso alla rete verso chi gestisce la costellazione satellitare, trasformando una soluzione tecnica in una questione di governance e sovranità delle comunicazioni.
Starlink, filiere e standard: la posta in gioco per la banda 2 GHz UE
Le autorità europee sanno però che la promessa commerciale può trasformarsi in dipendenza sistemica se un singolo attore domina asset critici e filiere: la lezione implicita del caso Iran, ma anche il timore europeo più generale sulla dipendenza da fornitori extra-UE.
La Cina e il problema degli attori “aggressivi”
Sul fronte cinese, la preoccupazione che “operatori aggressivi” possano presentarsi alla partita europea va letta nel contesto di una competizione globale sempre più esplicita su spazio e telecomunicazioni. Non si tratta, però, di immaginare un ingresso diretto e immediato di nuovi operatori cinesi nello spettro europeo: le regole dell’Unione rendono infatti molto complesso accedere a bande armonizzate come quella dei 2 GHz senza un percorso istituzionale formale, autorizzazioni multilivello e il rispetto di vincoli stringenti in materia di sicurezza e concorrenza.
Il punto critico è un altro. Nella competizione tecnologica contemporanea, la presenza sul mercato non passa solo dall’assegnazione diretta delle frequenze. Può avvenire in modo più graduale e meno visibile, attraverso accordi industriali, forniture tecnologiche, standard tecnici che diventano dominanti, interoperabilità di fatto o integrazione lungo la filiera. In questo senso, parlare di “operatori aggressivi” significa riferirsi a soggetti capaci di influenzare l’ecosistema prima ancora di essere formalmente titolari di uno spettro, orientando scelte tecnologiche e dipendenze industriali nel tempo. Il nodo non è stabilire se questi attori “arriveranno o non arriveranno”, ma capire quanto l’Unione europea sia già attrezzata per governare questo tipo di dinamiche. La vera posta in gioco è la capacità di fissare in anticipo regole chiare su interoperabilità, sicurezza delle reti, responsabilità degli operatori e governance delle infrastrutture, evitando che sia la sola inerzia del mercato, o la forza tecnologica e finanziaria dei grandi player globali, a determinare gli equilibri futuri.
Architettura strategica e governance delle infrastrutture
In questa prospettiva, la partita sulla banda 2 GHz non è una questione difensiva né una chiusura verso l’esterno. Si tratta di una scelta di architettura strategica, che serve a decidere come e a quali condizioni la connettività satellitare entrerà stabilmente nell’ecosistema europeo delle telecomunicazioni, e chi potrà esercitare un’influenza reale su un’infrastruttura sempre più centrale per sicurezza, resilienza e sovranità digitale.
Il dossier si complica: UE vs Musk tra DSA, X e Grok
Qui c’è un livello di lettura che nel dibattito pubblico viene spesso banalizzato: “se litigano su X, allora litigheranno su Starlink”. In realtà è più sottile. Reuters riporta che la Commissione valuterà attentamente le modifiche promesse da X al chatbot Grok (in particolare sulle immagini sessualizzate) e che, se non efficaci, l’UE è pronta a far valere pienamente il Digital Services Act. Questo aggiunge tensione politica attorno all’ecosistema Musk in un momento in cui lo stesso Musk è potenzialmente rilevante su un dossier di spettro e infrastrutture. Non è una questione di ritorsione, è che, quando un attore diventa “sistemico” su più layer (piattaforma social, AI, connettività satellitare), qualsiasi conflitto su un layer aumenta la sensibilità e il rischio percepito sugli altri. In altre parole, l’UE può tollerare conflitti regolatori con un player che non controlla infrastrutture critiche, ma, se lo stesso player può condizionare connettività e comunicazioni in scenari di crisi, il tema cambia natura.
Cosa sta già facendo Bruxelles: consultazioni, report e il “post-2027”
Quando si dice che la Commissione europea ha aperto nel 2025 una consultazione sulla banda 2 GHz MSS, non si parla di un passaggio burocratico preliminare, ma dell’avvio formale di una decisione strategica sul futuro della connettività satellitare europea.
Rinnovo non automatico e modelli di autorizzazione: cosa può cambiare
Le licenze oggi in vigore, detenute da operatori statunitensi, scadranno nel maggio 2027 e, per la prima volta, Bruxelles ha chiarito che il rinnovo non sarà automatico.
Questo significa che l’Unione si è riservata la possibilità di ridiscutere finalità, modalità d’uso e modello industriale di quella porzione di spettro. La consultazione pubblica serve proprio a questo, raccogliere posizioni di operatori, Stati membri, autorità di regolazione, industria e stakeholder istituzionali per capire se mantenere l’assetto attuale, garantendo continuità ai servizi esistenti, oppure se ripensare l’uso della banda in funzione di nuovi scenari tecnologici, come il direct-to-device, l’integrazione tra reti terrestri e satellitari, la resilienza delle comunicazioni in contesti di crisi e la competitività del mercato unico europeo.
Il fatto che, nel novembre 2025, la Commissione abbia pubblicato un documento di sintesi delle risposte ricevute è un segnale chiaro, la fase esplorativa si è chiusa e il dossier è entrato in una fase preparatoria concreta, in cui le opzioni sono ormai sul tavolo e vengono valutate in termini di impatto industriale, regolatorio e geopolitico. Non si tratta più di chiedersi se cambiare qualcosa, ma come e a favore di chi.
Parallelismo UK e Ofcom: un segnale regolatorio europeo “allargato”
Ancora più significativo è che un processo analogo sia stato avviato anche nel Regno Unito. Ofcom, pur operando fuori dall’Unione europea, ha lanciato una call for input sul futuro uso della stessa banda 2 GHz MSS, ricordando che anche nel contesto britannico le licenze in capo a Viasat ed EchoStar scadranno nel maggio 2027. Dal punto di vista tecnico, la banda resta armonizzata a livello internazionale; dal punto di vista politico, questo parallelismo indica che la questione non riguarda solo Bruxelles, ma l’intero spazio regolatorio europeo allargato, che si muove in modo sincronizzato di fronte allo stesso nodo strategico.
Reti non-terrestri e integrazione: come si inserisce la banda nella strategia UE
Sul piano tecnico-politico, il quadro è ulteriormente chiarito dai documenti del Radio Spectrum Policy Group (RSPG) e dai mandati collegati. In questi testi, la banda 2 GHz viene esplicitamente collegata all’evoluzione delle reti non-terrestri e ai servizi satellite-to-device, cioè alla possibilità che i satelliti dialoghino direttamente con gli smartphone e con dispositivi IoT, senza passare da infrastrutture terrestri dedicate. I benefici evocati sono chiari: copertura complementare alle reti mobili, maggiore resilienza in caso di disastri o blackout, supporto a scenari marittimi, aerei e remoti, e integrazione più stretta tra spazio e telecomunicazioni.
La conseguenza è che la scelta sulla banda 2 GHz non riguarda un mercato di nicchia né un segmento specialistico. Riguarda, più in profondità, come l’Europa intende inserire la connettività non-terrestre nel proprio ecosistema delle telecomunicazioni, quali attori saranno messi in condizione di operare, con quali vincoli di sicurezza e governance, e con quale grado di dipendenza strategica da infrastrutture e operatori extra-europei. Una decisione apparentemente tecnica si trasforma in una scelta di politica industriale e di sovranità digitale.
IRIS² e la banda 2 GHz UE: autonomia europea, ma con colli di bottiglia
L’UE ha già un progetto di risposta, IRIS², il programma di “secure connectivity” per fornire servizi sicuri a UE e Stati membri (oltre a connettività) e ridurre dipendenze critiche da soggetti terzi. È un pilastro industriale e istituzionale, con obiettivi espliciti di resilienza e sicurezza. IRIS², per come è impostato oggi, però non elimina automaticamente la domanda che l’Iran rende urgentissima, chi governa la connettività nei momenti di crisi?
Avere una costellazione europea è una risposta, ma servono anche regole di spettro, modelli di accesso, interoperabilità e una chiara governance su priorità e responsabilità. Altrimenti si rischia un paradosso, l’Europa investe in autonomia, ma lascia aperti i colli di bottiglia regolatori e industriali che rendono quell’autonomia incompleta.
La domanda finale: lo spettro come “politica industriale”
La partita sul 2 GHz UE è delicata e politicizzata perché mette insieme tre livelli che raramente si toccano nello stesso dossier: mercato (chi offre servizi), sicurezza (chi garantisce resilienza), geopolitica (chi controlla l’accesso quando la rete conta davvero). Il caso Iran non è un episodio lontano: è una dimostrazione pratica di quanto velocemente una crisi interna possa trasformarsi in crisi informativa, e di come la risposta passi ormai anche da infrastrutture spaziali. Per questo, la scelta europea sul post-2027 non è soltanto una questione di “gestire bene una banda”. Un test di maturità della sovranità digitale, decidere se la connettività strategica sarà un bene regolato con logiche di sicurezza e mercato unico, o se diventerà un’area dove la capacità di investimento e di esecuzione di pochi attori globali imporrà la traiettoria.













