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Stampa 3D in ospedale: benefici, limiti e requisiti per usarla davvero



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La stampa 3D sta diventando uno strumento clinico stabile: modelli anatomici personalizzati aiutano a pianificare interventi complessi, ridurre imprevisti e migliorare precisione e sicurezza. Per essere efficace, però, richiede workflow rapidi, competenze multidisciplinari e investimenti in tecnologie, materiali e personale

Pubblicato il 29 gen 2026

Francesco Calabrò

Professore associato di Analisi Numerica, Dipartimento di Matematica e Applicazioni, Università degli Studi di Napoli "Federico II", fondatore e socio dello Spin-off universitario D3C, socio della Camelia Tech

Michele Conti

Professore Ordinario di Bioingegneria, Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura, Università di Pavia, fondatore e socio della Camelia Tech



stampa 3D in ospedale

Negli ultimi anni, la maturità tecnologica della stampa 3D ne ha reso l’uso più stabile negli ospedali, trasformandola da tecnologia sperimentale a vero e proprio strumento clinico.

Perché la stampa 3D in ospedale sta diventando uno strumento clinico

La possibilità di creare modelli anatomici accurati e personalizzati, specifici per ciascun paziente, sta infatti aprendo scenari nuovi nella pianificazione chirurgica, nel dialogo medico–paziente e nella formazione dei team clinici.

Tuttavia, per sfruttare appieno queste potenzialità serve un’integrazione profonda tra competenze diverse: chirurgiche, ingegneristiche, informatiche, regolatorie e di ricerca. È proprio da questa convergenza che la stampa 3D in ospedale può esprimere il suo massimo valore.

Pianificazione chirurgica con modelli 3D: quando un modello cambia l’intervento

Uno dei settori in cui la stampa 3D sta avendo il maggiore impatto è la pianificazione chirurgica. L’utilizzo di modelli anatomici ricostruiti da TAC o risonanza magnetica consente al chirurgo di “vedere” e manipolare la patologia prima ancora di entrare in sala operatoria. Questa visualizzazione tridimensionale rende più intuitiva la comprensione delle varianti anatomiche, dei rapporti spaziali e delle possibili criticità dell’intervento.

Le opportunità sono notevoli: poter simulare una procedura complessa, valutare in anticipo l’approccio più sicuro, scegliere strumenti e dispositivi su misura significa ridurre imprevisti, tempi operatori e rischi per il paziente. In alcuni casi, soprattutto in chirurgia maxillo-facciale, ortopedica e cardiovascolare, la stampa 3D consente di personalizzare placche, guide chirurgiche e protesi, migliorando la precisione dell’intervento.

Workflow della stampa 3D in ospedale: velocità, qualità e specializzazione

Dietro a questa apparente semplicità si nasconde un workflow altamente sofisticato: la ricostruzione delle immagini, la segmentazione, la modellazione CAD, la scelta dei materiali, la verifica meccanica e la produzione additiva devono avvenire in tempi rapidi, spesso tra le 24 e le 72 ore. Per ogni specialità servono protocolli dedicati, materiali specifici e un confronto continuo con gli specialisti.

Il nodo centrale della stampa 3D in ospedale: la multidisciplinarità

La stampa 3D in ospedale non è una tecnologia plug-and-play. Funziona soltanto se al centro c’è una struttura capace di mettere in dialogo ingegneri, medici, tecnici di imaging, fisici ed esperti di materiali. Ogni passaggio richiede competenze specifiche: trasformare una TAC in un modello, assicurare che la stampa sia compatibile con l’ambiente sterile e garantire la tracciabilità secondo il regolamento europeo di certificazione dei dispositivi medici.

Questa forte multidisciplinarità è la vera chiave del successo. L’ospedale che ottiene risultati non è quello che “compra una stampante”, ma quello che costruisce una rete di competenze in grado di seguire il processo dalla diagnosi alla sala operatoria. È un lavoro nuovo, ancora raro, che ha bisogno di figure capaci di muoversi tra ricerca applicata, ingegneria biomedica e pratica clinica.

Ricerca e innovazione: perché servono persone abituate a innovare

Questo è un punto spesso sottovalutato: la stampa 3D in medicina è un ambito giovane, in rapida evoluzione e privo di standard pienamente consolidati. Per questo è fondamentale che i gruppi ospedalieri che se ne occupano includano ricercatori esperti e professionisti abituati a lavorare su progetti sperimentali, in cui la soluzione non è mai già pronta.

Chi ha esperienza nella ricerca sa gestire workflow complessi, validare metodologie, confrontarsi con la letteratura internazionale e integrare rapidamente nuove tecnologie. Non solo: è abituato a collaborare con team multidisciplinari, a documentare ogni passaggio e a ragionare in termini di qualità, riproducibilità e sicurezza. Tutti elementi imprescindibili in un contesto fortemente regolamentato come quello ospedaliero.

Questa competenza nella gestione dell’innovazione permette anche di affrontare le sfide attuali del settore: costi elevati di apparecchiature e materiali, necessità di certificazioni, verticalizzazione dei processi per ogni specialità, fino alla competizione con grandi aziende che offrono soluzioni “chiavi in mano”. Un reparto che integra profili di ricerca può invece sviluppare modelli e soluzioni interne, personalizzate e spesso più efficaci.

Comunicazione con il paziente: un valore aggiunto (da gestire)

Oltre alla pianificazione chirurgica, i modelli 3D rappresentano uno strumento potente per migliorare il rapporto con il paziente. La possibilità di osservare la propria patologia da vicino, manipolarla e comprenderla nel dettaglio favorisce un consenso informato davvero consapevole e può ridurre ansia e incertezza. Anche in questo caso, però, servono professionisti capaci di mediare tra il contenuto tecnico e la chiarezza divulgativa, per evitare un sovraccarico emotivo o cognitivo.

Formazione clinica: simulare per imparare

Infine, la stampa 3D sta rivoluzionando il training clinico. I simulatori ad alta fedeltà permettono di esercitarsi su procedure rare o delicate, di preparare l’intero team operatorio e di centralizzare il know-how all’interno dell’ospedale. Anche qui l’approccio multidisciplinare è essenziale: realizzare modelli realistici dal punto di vista meccanico e tattile richiede competenze avanzate in scienza dei materiali, biomeccanica e, in alcuni casi, sensoristica.

Rimborsi e assicurazioni: un valore riconosciuto, ma ancora poco tutelato

Un aspetto spesso trascurato riguarda il rapporto tra la stampa 3D, la pianificazione virtuale e le coperture assicurative. In Italia, infatti, l’utilizzo di modelli anatomici personalizzati o la pianificazione chirurgica tramite ricostruzioni 3D non è ancora associato a un codice di procedura riconosciuto dal sistema sanitario. Questo significa che tali prestazioni, pur essendo clinicamente utili e sempre più diffuse nelle pratiche ospedaliere avanzate, non vengono rimborsate dalle assicurazioni.

In base alla nostra esperienza, i pazienti assicurati si sono trovati a dover sostenere personalmente i costi dei laboratori di stampa 3D o delle attività di pianificazione virtuale, poiché le compagnie non hanno potuto riconoscere l’esame in assenza di una codifica specifica. Si tratta di una situazione paradossale: una tecnologia che migliora sicurezza, predicibilità e risultati clinici non trova ancora spazio all’interno dei meccanismi formali di rimborso.

All’estero, però, qualcosa si sta muovendo. Negli Stati Uniti, l’American Medical Association (AMA) ha accettato la proposta avanzata dall’American College of Radiology (ACR) per introdurre una serie di codici CPT Category III specifici per la stampa 3D medica. Questi codici sono pensati per supportare il rimborso della produzione di modelli anatomici stampati e di dispositivi personalizzati come guide di taglio o foratura.

Pur essendo codici sperimentali, rappresentano un passo fondamentale: riconoscono il valore clinico e procedurale della stampa 3D e aprono la strada a un futuro in cui tali attività saranno a pieno titolo considerate parte integrante dell’atto medico. Per i sistemi assicurativi, questo significa poter valorizzare una tecnologia che riduce rischi, tempi operatori e complicazioni: elementi che, nel medio periodo, portano anche a un risparmio economico.

Conclusioni: come rendere la stampa 3D in ospedale un investimento sostenibile

La stampa 3D nelle strutture ospedaliere è molto più di una tecnologia innovativa: è un nuovo modo di lavorare, basato su collaborazione, progettazione su misura e competenze avanzate. Le opportunità sono enormi — dalla chirurgia più sicura alla comunicazione più efficace, fino alla formazione immersiva — ma per coglierle servono professionisti capaci di integrare ricerca e pratica clinica.

Solo costruendo team multidisciplinari, con una forte componente di esperienza nella ricerca, gli ospedali potranno trasformare la stampa 3D in un vero vantaggio per i pazienti e per il sistema sanitario. L’auspicio è che si sviluppi rapidamente un percorso capace di coniugare innovazione, sicurezza e sostenibilità, affinché la stampa 3D smetta di essere considerata un “capriccio estetico” non riconosciuto e diventi un investimento condiviso per migliorare la qualità delle cure.

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