L’intelligenza artificiale a scuola è senza dubbio una delle sfide più urgenti per il sistema educativo italiano. Recenti dati offrono per la prima volta un quadro dettagliato di come i docenti italiani si rapportano a questa trasformazione, rivelando un panorama complesso fatto di competenze pedagogiche solide, ma anche di bisogni formativi ancora largamente inevasi.
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La serie tv e la realtà dei docenti italiani secondo TALIS
Nella terza stagione della serie televisiva “Un professore”, Alessandro Gassmann è di nuovo nei panni del docente Dante Balestra: geniale con i ragazzi, un po’ meno con il tablet.
Antipatia per il registro elettronico, scarsa familiarità con gli strumenti digitali, istinto educativo forte ma allergia per tutto ciò che “fa tecnologia”. Una caricatura? Forse. Ma quando guardiamo i dati Talis 2024 (Teaching and Learning International Survey), la più ampia indagine internazionale su docenti e dirigenti, ci accorgiamo che nella figura di Dante molti insegnanti italiani si riconoscono almeno un po’. Oltre ai dati, ci aiutano a riflettere le parole di Andreas Schleicher, la mente dietro Pisa, il programma per la valutazione internazionale dello studente, consigliere e direttore del Dipartimento Istruzione dell’Ocse, che nei suoi interventi condivide un messaggio forte: il passato era incentrato sull’insegnare risposte; ora dobbiamo aiutare gli studenti a porre domande migliori.
L’uso limitato dell’IA nelle classi italiane
Partiamo da un numero: solo un quarto dei docenti italiani ha usato l’intelligenza artificiale in classe negli ultimi dodici mesi. Non vuol dire che non vogliano farlo: i dati dicono che c’è curiosità, interesse e una forte attenzione per la relazione educativa. Le applicazioni più diffuse sono: chiedere all’IA di riassumere un argomento; generare materiali o esempi; supportare studenti con difficoltà. Quello che manca non è l’apertura mentale: manca la formazione, e spesso mancano gli strumenti. Proprio come Dante Balestra, che usa il registro elettronico “solo se obbligato”. L’Italia ha uno dei corpi docenti più esperti (e più maturi) dell’Ocse: quasi metà degli insegnanti ha più di 50 anni. Una ricchezza enorme di esperienza relazionale, di gestione della classe, di pedagogia concreta. Ma la scuola di oggi chiede anche competenze nuove:
- integrare strumenti di IA generativa
- guidare gli studenti nel pensiero critico digitale
- distinguere tra suggerimento algoritmico e sapere disciplinare
- orientarsi tra ciò che si può usare, ciò che non si può usare e perché È una transizione culturale più che tecnologica: e il digitale, quando arriva tardi, rischia di essere percepito come un intruso nel mestiere di insegnare.
Le linee guida ministeriali che cambiano le regole
Con le Linee guida MIM sull’IA a scuola, la situazione è cambiata: l’IA non è più un “gadget didattico”, ma un elemento strutturale del sistema educativo. Tre messaggi sono particolarmente importanti:
- la tecnologia non sostituisce il docente. Supervisione umana, centralità educativa, ruolo critico dell’insegnante: niente scorciatoie. L’IA può aiutare, ma non insegna al posto tuo.
- Ci sono rischi reali. Non si possono usare strumenti che fanno riconoscimento delle emozioni, profilazione, predizioni comportamentali o altre pratiche considerate manipolative. La scuola è un luogo sicuro per definizione.
- La scuola diventa utilizzatrice responsabile. Significa: scegliere strumenti conformi, leggere informative, capire cosa può essere usato in classe e cosa no. Un bel salto rispetto alla filosofia di Dante, che “se potesse, tornerebbe al registro cartaceo”.
Autonomia didattica senza innovazione sistemica
TALIS ci dice una cosa curiosa: gli insegnanti italiani hanno più autonomia didattica della media OCSE. Possono scegliere metodi, contenuti, approcci. Eppure questa autonomia non si traduce automaticamente in innovazione digitale. Perché?
- mancano percorsi di formazione continui
- mancano supporti tecnici e pedagogici
- mancano reti di confronto
- troppo spesso il cambiamento dipende dal singolo “docente illuminato” Il risultato è una scuola che procede per isole felici: classi dove l’IA è già una risorsa, accanto a classi dove le novità creano timore o frustrazione. Un po’ come nella fiction: accanto a Dante, ci sono colleghi più “digitali”, ma il sistema non si muove all’unisono.
Formazione, strumenti e supporto: cosa chiedono i docenti
Le ricerche dicono che oltre l’80% dei docenti italiani che fa formazione ne riconosce subito l’utilità. Il problema non è l’interesse, ma il tempo: orari rigidi, carichi di lavoro pesanti, poca flessibilità organizzativa. Cosa serve, allora?
- Una vera “IA literacy“, non corsi sul pulsante giusto da cliccare. Serve capire come funzionano gli algoritmi, come verificare gli output, come usarli per insegnare meglio.
- Strumenti chiari e replicabili. Rubriche di valutazione, esempi, protocolli, modelli di attività. Cioè, cosa posso far fare agli studenti con l’IA? Ma oggi pomeriggio, non tra due anni.
- Mentoring e comunità di pratica. Oggi troppo rari, ma decisivi per accompagnare i docenti: come avere un collega esperto sempre a portata di mano.
- Una governance solida. Dirigenti, team digitali, referenti: l’IA richiede un’organizzazione, non solo una buona volontà. In questa direzione si colloca anche la proposta della Fondazione Mondo Digitale di estendere ai docenti il Patentino per la cittadinanza digitale, sviluppato dall’Agcom per gli studenti. Un percorso strutturato, modulare e certificato, pensato per rafforzare competenze critiche su media, dati, intelligenza artificiale e sicurezza, e per accompagnare gli insegnanti nel loro ruolo di guide consapevoli nell’ecosistema digitale della scuola [mondodigitale.org/formazione/offerta-formativa/patentino-digitale].
La visione di Schleicher: profondità contro superficialità
Vale la pena rivedere l’intervento di Andreas Schleicher alla conferenza ECVA 2025, perché contiene alcune immagini molto potenti per capire la nostra scuola, che copre tantissimi contenuti ma spesso in modo superficiale. Una scuola che rischia di sottrarre spazio alla profondità, alla creatività, alla capacità di mettere in relazione idee diverse. Schleicher propone un’educazione che bilanci la trasmissione di conoscenze con lo sviluppo del carattere, delle abilità sociali e della creatività, evidenziando come la qualità delle relazioni tra studenti e insegnanti sia il fattore più potente per promuovere l’impegno, l’apprendimento autodiretto e ridurre l’ansia.
Nell’era dell’IA, tutto ciò che è “facile da insegnare e da testare” è anche ciò che è più facile da automatizzare. Se la scuola non cambia, rischia di perdere valore proprio dove dovrebbe guadagnarne. Schleicher mostra anche un dato meno discusso: l’effetto del “troppo schermo” sugli studenti. La tecnologia usata per imparare, in un contesto guidato dal docente, può migliorare i risultati. Mentre la tecnologia usata per svago, soprattutto in classe, impatta negativamente su concentrazione, benessere e rendimento. È una distinzione che spesso si perde nel dibattito pubblico, troppo polarizzato, ma è un aspetto cruciale per la progettazione didattica. Il punto non è “tablet sì / tablet no”, ma: chi sta guidando l’esperienza? Se è l’insegnante, l’IA diventa un alleato. Se non c’è una regia, diventa rumore digitale. Una delle parti più interessanti del keynote è la valorizzazione del ruolo dell’insegnante: la variabile più predittiva nei risultati di apprendimento è proprio la relazione con il docente. Quando gli studenti vedono il loro insegnante come un mentore, un coach, una guida, l’ansia diminuisce anche se le richieste sono elevate. L’obiettivo dell’istruzione deve essere aiutare i giovani a trovare il loro scopo e vocazione, fornendo le qualità necessarie per navigare in un mondo in rapida evoluzione. È un punto che si incastra alla perfezione con i dati Talis, secondo cui i docenti italiani sono tra i più attenti al sostegno socio-emotivo. E, nell’era dell’IA, questo diventa un vantaggio competitivo.
Dieci regole per usare l’IA in modo intelligente
In un’intervista a Italia Oggi, a margine del suo intervento a Napoli al primo summit internazionale sull’intelligenza artificiale nella scuola (Next Gen AI, 8-13 ottobre 2025), Schleicher ha proposto anche dieci regole per usare l’IA a scuola in modo intelligente. Le ho riscritte in forma breve, in modo che sia più facile memorizzarle, cercando di mantenere intatto il senso originale:
- Fare un compito con l’IA non significa imparare
- Le basi si costruiscono senza IA
- L’IA si usa con uno scopo, in scenari guidati
- La scuola deve allenare ciò che l’IA non sa fare
- Il docente resta sempre responsabile
- La valutazione è umana
- L’IA va progettata con insegnanti e studenti
- Conta l’impatto, non solo l’uso dell’IA
- Trasparenza su dati e decisioni
- Formazione continua per tutti i docenti È un programma semplice da capire, difficile da ignorare.
Verso una scuola più consapevole digitalmente
La tv ci mostra spesso l’insegnante “di cuore”, un po’ fragile sul digitale ma fortissimo con i ragazzi. Un personaggio amato, ma anche uno stereotipo. La realtà è diversa: gli insegnanti italiani non sono refrattari alla tecnologia, semplicemente non vogliono che sostituisca ciò che conta davvero. E hanno ragione. L’IA può essere una risorsa straordinaria se diventa:
- un amplificatore della professionalità docente
- uno strumento per includere
- un modo per personalizzare la didattica
- un compagno di lavoro (e non un invasore) La sfida dell’anno scolastico in corso è tutta qui: non trasformare i docenti in tecnici dell’algoritmo, ma in guide sicure nell’era dell’IA. Dante Balestra forse non sarebbe d’accordo. Ma i suoi studenti, e quelli della vita reale, probabilmente sì.













