Alle undici di sera, quando il medico dorme e l’ansia no, milioni di italiani prendono il telefono e fanno una cosa che vent’anni fa sarebbe sembrata fantascienza: chiedono a una macchina se quel dolore è grave.
Il 43% lo fa regolarmente. Non “a volte”, non “per curiosità”: regolarmente. Come si controlla il meteo o si legge la posta. È diventata un’abitudine, un riflesso, una competenza quotidiana. E quando un comportamento diventa questo, smette di essere tecnologia e diventa società.

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Salute artificiale e la ricerca notturna di rassicurazioni
La ricerca Salute Artificiale, realizzata da Sociometrica e FieldCare per conto di due istituzioni, la Fondazione Italia in Salute e la Fondazione Pensiero Solido, condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana, fotografa questo passaggio di fase: la trasformazione silenziosa del rapporto tra cittadini, informazione sanitaria e medicina.
Non riguarda solo gli strumenti – Google, ChatGPT, i siti specializzati. Riguarda il modo stesso in cui le persone pensano, giudicano e negoziano la propria salute: ciò che prima si affidava a un intermediario, oggi passa sempre più spesso da una verifica personale, immediata, digitale.
Dal sintomo allo schermo: l’auto-diagnosi diventa abitudine
La scena è ormai familiare. Un fastidio imprevisto, un valore fuori norma, una macchia che prima non c’era. Il primo gesto non è più telefonare al medico: è aprire uno schermo. Nove italiani su dieci lo fanno. Più della metà lo fa con frequenza regolare.
Ma cosa cercano davvero? Non conferme a quello che il medico ha già detto – o almeno, non solo. Nel 41,5% dei casi cercano di capire i sintomi da soli. Nel 29,8% è pura curiosità. Solo una minoranza dichiara di prepararsi alla visita o di voler verificare una diagnosi.
Il dato strutturale è un altro: la ricerca sanitaria online è, prima di tutto, quasi un esercizio di auto-diagnosi. Un tentativo di interpretare il proprio corpo senza intermediari. Qui avviene il primo slittamento culturale: il digitale non entra sempre come supporto alla relazione medico-paziente. Entra come spazio alternativo.
Google resta primo, ma l’AI cambia il gesto cognitivo nella salute artificiale
In questo paesaggio, Google resta il vincitore quantitativo. Il 73,5% degli italiani lo usa come primo strumento. “Cerco su Google” è diventato un modo di dire, non una scelta consapevole: la scorciatoia più semplice per trovare qualcosa, qualunque cosa, nel rumore delle fonti.
Ma la vera notizia è un’altra. Il 42,8% degli italiani usa già l’intelligenza artificiale generativa – GPT, Gemini, Claude – per informarsi sulla salute. Un dato impressionante, se si pensa che questi strumenti esistono da poco più di due anni: in ventiquattro mesi, l’AI è diventata il secondo canale informativo sanitario del Paese.
Non è una sostituzione. È una biforcazione. Google ti dà dieci pagine e ti lascia solo a scegliere. L’AI ti dà una risposta che sembra scritta per te. Cambia il gesto cognitivo: non più selezionare tra molte informazioni, ma dialogare con una voce che sembra sapere.
La frattura generazionale nella salute artificiale
Questa biforcazione della salute artificiale diventa frattura guardando i dati per età. Tra i giovani (18–34 anni), il 73% preferisce l’AI a Google. È la prima generazione che usa l’intelligenza artificiale come strumento primario di lettura della realtà. Per gli over 54, Google resta dominante al 93%.
Non è questione di alfabetizzazione tecnologica. Sono modelli mentali diversi. I giovani vogliono risposte rapide, dialogiche, adattive. Gli anziani preferiscono la sedimentazione delle fonti, la gerarchia implicita dell’informazione. Non è un passaggio graduale: sono due ecologie cognitive che convivono nello stesso sistema sanitario, nella stessa famiglia, nella stessa sala d’attesa.
Differenze di genere nel report Salute Artificiale: fiducia, verifica e fonti
Anche il genere introduce una frattura. Gli uomini usano l’AI molto più delle donne (50,3% contro 35,7%). Le donne privilegiano i siti specializzati, le fonti percepite come istituzionali.
È un paradosso solo apparente: gli uomini esplorano la tecnologia, le donne cercano affidabilità. Ma quando le donne dubitano, lo fanno in modo più intenso. Il 36,8% verifica più volte una diagnosi, contro il 23,9% degli uomini. Ne emerge un profilo complesso: donne più fiduciose in principio, ma più rigorose nel dubbio; uomini più esplorativi, ma meno radicali nella messa in discussione.
Il medico sotto assedio: prima e dopo la visita nella salute artificiale
Il dato più dirompente riguarda il momento della visita. L’85,7% degli italiani consulta internet o l’AI prima o dopo un incontro con il medico. Il digitale non è più esterno alla relazione di cura: la precede, la segue, la circonda. La visita non è più un evento isolato: è un nodo dentro un flusso informativo continuo.
Questo assedio ha due letture. La prima è positiva: il paziente vuole capire, essere parte attiva del proprio percorso. La seconda è più dura: la comunicazione medica non basta, lascia zone d’ombra che il paziente colma altrove. A complicare il quadro c’è lo stile dell’AI: risposte assertive, linguaggio rassicurante, capacità di dire sempre qualcosa. Una forma di autorevolezza che non deriva dalla competenza clinica, ma dalla forma della risposta.
La fine della fiducia cieca nella salute artificiale
Il 63,9% degli italiani, secondo il report Salute Artificiale, ha verificato online almeno una volta una diagnosi o una terapia suggerita dal medico. È la fine della fiducia cieca: non della fiducia in sé, ma della sua forma paternalistica. Il paziente diventa verificatore attivo, anche quando resta dentro la relazione di cura.
Eppure solo una minoranza trasforma il dubbio in azione. Il 14,1% ha modificato o interrotto una terapia senza consultare il medico. Un dato preoccupante, ma anche rivelatore: la maggior parte dei pazienti dubita, però obbedisce. Il dubbio, nella maggioranza dei casi, resta contenuto dentro la relazione di cura. E può essere una risorsa, se viene riconosciuto e gestito.
Dal dialogo al triangolo: medico, paziente, algoritmo
Quando si chiede agli italiani di valutare l’affidabilità delle informazioni sanitarie online, il 60,5% risponde “media”. Non alta. Non bassa. Media. Non siamo di fronte a una popolazione credulona né a una cinica: siamo di fronte a una popolazione pragmatica.
Questa fiducia temperata è il prodotto dell’esperienza: le persone hanno imparato che online convivono verità e bugie, risposte utili e fuorvianti. Ma questa “media affidabilità” è anche fragile: può nascondere l’incapacità di distinguere davvero tra fonti buone e cattive, soprattutto quando l’AI maschera l’incertezza dietro una forma convincente.
La conclusione non è apocalittica né consolatoria. Non siamo di fronte alla sostituzione del medico. Siamo di fronte a una ridefinizione della relazione di cura: dal dialogo a due – medico e paziente – siamo passati a un triangolo: medico, paziente, algoritmo. E l’algoritmo non sta zitto: parla, rassicura, consiglia. A volte sbaglia, ma lo fa con una gentilezza che il paziente ricorda.
L’intelligenza artificiale in sanità non è il futuro. È il presente. E il presente ci dice una cosa semplice ma impegnativa: il dubbio del paziente è legittimo. Ma se non viene riconosciuto, spiegato, discusso dentro la relazione medico-paziente, verrà gestito altrove. Nella solitudine digitale. È qui che si gioca la vera sfida della sanità contemporanea: non contro l’AI, ma con il nuovo paziente che l’AI ha contribuito a creare.













